![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 17 AGOSTO 2001 |
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Addio agli iscritti
Crisi irreversibile della partitocrazia
Che fine hanno fatto i partiti nella politica italiana? Certo, sappiamo che esistono. E che sono tanti. Si presentano sotto forma di liste elettorali - da soli o con altri - con combinazioni e denominazioni varie. Ovvero sotto forma di delegazioni per le trattative e le consultazioni finalizzate alla formazione del governo. O ancora sotto forma di gruppi parlamentari. Più che nei partiti, in quanto soggetti collettivi, capita di imbatterci in leader e "partitanti" - quasi sempre gli stessi - che agiscono sulla base di una rappresentanza implicita: non è ben chiaro di chi e che cosa. Ma la domanda è piuttosto un’altra: che ruolo hanno, partiti e "partitanti", nel sistema politico e nella società dei nostri giorni? Una volta - nemmeno dieci anni fa - il "gioco" politico era saldamente in mano al sistema dei partiti, delle loro correnti e fazioni interne. Che, dall’esterno dei Palazzi del potere, erano in grado di controllare e influenzare l’attività politica, gli equilibri di governo, il dibattito parlamentare. Nonché, per un altro verso, i luoghi di comando strategico nella società e nell’economia. Con effetti di colonizzazione e infeudamento di ogni spazio di vita civile e istituzionale. Che, alla fine, si sono convertiti in altrettante cause della loro crisi di legittimità. Confermando la massima di Lord Acton, secondo la quale "il potere corrompe e il potere assoluto corrompe assolutamente". Adesso, sembra al contrario che da una situazione di "partitocrazia" si sia passati a una situazione di "partitopenia". Sta di fatto che i partiti politici scompaiono dalla scena sociale e vanno a rintanarsi - chi più, chi meno - nelle pieghe del sistema politico. Si istituzionalizzano: diventano spezzoni o ingranaggi delle strutture di governo. Si "parlamentarizzano" o si "ministerializzano", in una specie di gioco delle parti - di opposizione o di maggioranza - assegnate dai risultati elettorali. Almeno da dieci anni a questa parte, le cosiddette forze politiche - in Italia - non conservano quasi più nulla delle tradizionali organizzazioni di partito (fatta eccezione, in alcuni aspetti limitati, per Rifondazione comunista e Alleanza nazionale). C’è stato un autentico florilegio di cespugli, arbusti, "bonsai" - miniature o caricature di partiti politici - che ondeggiano a destra e sinistra entro coalizioni che, a loro volta, risultano mosaici d’incerta configurazione: composti per sommatoria, sottrazione, annessioni e defezioni di gruppi e gruppuscoli. A proposito dei quali si sono coniate una pluralità di definizioni: partiti meteora, partiti farfalla, partiti di plastica. Per sottolinearne la fragilità organizzativa e la dissolvenza ideologica. In realtà, queste formazioni richiamano soprattutto l’immagine di "squadre di potere". Che ripropongono un modello di tipo elettoralistico: di comitati che si attivano a sostegno del candidato-premier o del semplice candidato di collegio, per poi trasformarsi in una specie di ufficio politico dei rispettivi leader. Oligarchie senza apparato ma non senza "professionisti": giacché composte da politici di professione - leader con corti di seguaci - che, come affermava Max Weber, vivono di politica più che per la politica. Ma chi rappresentano veramente queste "squadre di potere", e quali sono i loro referenti sociali? Lasciamo da parte le rispettive quote di consenso elettorale. Che sono, per loro natura, fluttuanti ed episodiche, in quanto limitate alla scelta di voto espressa sulla scheda elettorale. Sono piuttosto i dati sulle iscrizioni a darci un’idea, sia pure approssimativa, circa il grado di radicamento sociale dei partiti politici. Anche se non ci dicono nulla sulla qualità e l’intensità del coinvolgimento del singolo iscritto nell’attività di partecipazione politica. Peccato che i dati al riguardo sino estremamente difficili da raccogliere, anche a causa delle attuali condizioni di fluidità organizzativa in cui versano i partiti (per non dire della loro reticenza a divulgarli). Quelli che abbiamo a disposizione ci presentano una situazione assi eloquente: a tutto il 1998 risultano complessivamente iscritte ai partiti politici circa un milione e mezzo di persone. Due milioni in meno rispetto al 1990, quattro milioni in meno rispetto alle medie degli anni ’50. Si aggiunga la considerazione che, in quasi tutti i sondaggi d’opinione in cui si richiede una valutazione del ruolo dei partiti nella società italiana, questi sono collocati agli ultimi posti fra le istituzioni "positive" e ai primi posti fra quelle "negative". E si ha chiaro il quadro della crisi e forse dell’eclissi dei partiti.
Che giudizio darne? Ci sono, nel merito, due "partiti" - è il caso di dire - ovvero due scuole di pensiero: quelli che predicano l’essenzialità dei partiti politici alla vita democratica; e quelli che ne affermano la superfluità o la pericolosità. Sono tesi estreme. Più probabilmente, la sopravvivenza dei partiti è destinata a misurarsi con i processi di modernizzazione della politica: che richiedono strumenti duttili e flessibili nella rappresentanza degli interessi e progetti razionali di soluzione dei problemi. Orientati ai valori, ma senza l’ipoteca di ideologie forti.
Che avesse ragione Ostrogorski a prevedere, già agli inizi del secolo scorso, la definitiva scomparsa dei "partiti permanenti"?