RASSEGNA STAMPA

11 AGOSTO 2001
FRANCUCCIO GESUALDI
Il liberismo è contro il lavoro. E l'ambiente

Non sono un erudito e se Cavallaro afferma che Marx elogiava il libero mercato sarà vero senz'altro. Questa scoperta, tuttavia, non mi toglie il sonno né mi provoca una crisi esistenziale, come credo non la provochi al resto del cosiddetto "popolo di Seattle". La cosa non mi stravolge perché nonostante il grande rispetto che nutro per Marx, non gli riconosco il dono dell'infallibilità. Del resto la mia critica (oserei dire "la nostra critica") alla globalizzazione liberista non prende le mosse da posizioni ideologiche precostituite, ma dai danni sociali e ambientali che il sistema sta provocando. Per questo la nostra critica non può essere imprigionata nella contrapposizione capitalismo-marxismo, né può essere ricondotta al puro e semplice conflitto fra capitale e lavoro. A distanza di due secoli dall'inizio del capitalismo, ci accorgiamo che questo sistema è nemico non solo del lavoro, ma dell'intera umanità, perché sta impoverendo porzioni crescenti della popolazione mondiale e sta corrodendo la nostra sicurezza ambientale. Proprio per l'ampiezza e l'originalità della nostra critica, alla fine anche le proposte che avanziamo non sono classificabili in nessuno schieramento tradizionale, perché in parte sono totalmente nuove, in parte appartengono alla tradizione socialdemocratica, in parte appartengono alla concezione marxista. La nostra parola d'ordine è fermezza nei valori, sperimentazione nelle strategie.
Non so in quale contesto Marx elogiasse il libero commercio, ma so per certo che dietro questo paravento, oggi si nasconde un progetto che ha l'obiettivo di far trionfare l'interesse commerciale e finanziario delle grandi imprese sopra ogni interesse sociale e ambientale. Non a caso è stata creata l'Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc), una superistituzione internazionale con il compito di scrivere una sorta di supercostituzione mondiale, che tutti gli stati devono rispettare quando legiferano su argomenti che hanno un legame con la produzione e il commercio. Disgraziatamente, per noi, tali ambiti sono molto vasti e vanno dalle questioni sanitarie a quelle ambientali, culturali, sociali. Immancabilmente, la supercostituzione dell'Omc impone agli stati di privilegiare gli interessi commerciali riducendo al minimo, o meglio ancora eliminando, ogni regola che si contrapponga agli interessi delle multinazionali. Basti pensare che, nel 1999, l'Unione Europea è stata condannata dall'Omc per aver vietato l'ingresso della carne proveniente da bestiame Usa allevato con ormoni ritenuti pericolosi per la salute dei consumatori.
Dunque, il progetto che si sta perseguendo con la globalizzazione è la costruzione di un mondo che, libero da ogni regola a protezione del lavoro, salute, ambiente, sicurezza sociale, lascia campo aperto alle uniche regole gradite alle imprese: profitto, concorrenza, mercato, speculazione, accumulazione.
Nella nostra logica, il commercio non può essere un fine in sé, ma uno strumento per servire gli interessi della gente. Dunque, dev'essere perfettamente compatibile con i limiti ambientali e regolamentato per non compromettere mai la sicurezza economica, sanitaria e alimentare di nessun abitante del pianeta. Al contrario, deve proteggere le fasce più deboli della società: piccoli contadini, indios, salariati, disoccupati. Per questo ci opponiamo all'introduzione di nuovi trattati come quello sugli investimenti e sui servizi, che servirebbero solo a rafforzare la supremazia delle imprese sopra gli interessi collettivi e sociali. Per le stesse ragioni, rivendichiamo la revisione radicale dell'Omc, a partire dai trattati sui brevetti e sull'agricoltura. Due accordi che si accaniscono in maniera particolare sui poveri del Sud del mondo perché ne minano il diritto alla salute, la sicurezza economica e l'autosufficienza alimentare. Smettiamola di guardare l'economia dalla parte dei forti e dei mercanti. Guardiamola dalla parte dei deboli, degli oppressi, del pianeta martoriato. Con occhi nuovi ci renederemo conto che libero mercato è sinonimo di legge della giungla. Una situazione in cui il forte può fare fuori il più debole, la sete di profitto può spazzar via ogni diritto nel mondo del lavoro, la bramosia per gli affari può trasformare qualsiasi risorsa naturale in merce e qualsiasi servizio pubblico in occasione di guadagno, l'ossessione per l'allargamento dei mercati può creare un consumismo insostenibile, la corsa al controllo della tecnologia può manomettere i meccanismi più intimi della vita. Per quanto tempo ancora dovremo considerare il libero commercio come un dio assettato di sangue a cui tutti dobbiamo assoggettarci con impotente rassegnazione?
Se fossimo capaci di recuperare un po' di buon senso, ci renderemmo conto che il commercio internazionale non solo va regolamentato, ma va ridimensionato e che se di trattati abbiamo bisogno è per la salvaguardia dei beni comuni da cui dipende l'esistenza dell'umanità: il clima, la biosfera, le foreste, i fiumi, i mari, la biodiversità. Dovremmo affermare che la difesa di questi beni è la priorità e che gli interessi produttivi e commerciali non possono essere mai gestiti in maniera da compromettere la loro integrità. Contemporaneamente, dovremmo cominciare a fare discorsi seri sulla gestione delle scarse risorse e sulla gestione di sostanze inquinanti che incidono sul clima. Urge un trattato sull'utilizzo delle risorse non rinnovabili e sull'emissione di inquinanti, cominciando a definire i limiti che insuperabili. Urge un trattato per l'assegnazione delle quote di utilizzo ai vari popoli, in base a criteri di equità e ai bisogni da soddisfare. Ecco gli argomenti, attorno ai quali costruire un governo mondiale, che rimettono in discussione il modello economico di noi paesi opulenti. Perché è dimostrato che la terra non dispone di risorse e spazi sufficienti a garantire a tutti gli abitanti del pianeta il nostro tenore di vita. Per quanto tempo ancora continueremo a ignorare questa verità? Dobbiamo passare dall'economia dell'espansione all'economia del limite.

(l'autore è coordinatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo)
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