![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 1 AGOSTO 2001 |
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A Rovereto, Domodossola e Stresa il 30 giugno scorso è stata pubblicata da parte della Congregazione della dottrina della fede, presieduta dal cardinale Ratzinger, una Nota sul valore dei decreti dottrinali concernenti il pensiero e le opere del @reverendo sacerdote Antonio Rosmini Serbati che segna una svolta positivamente decisiva nella lunga e sofferta questione rosminiana che si trascina da circa un secolo e mezzo. E Rovereto, Domodossola e Stresa sono i tre centri-chiave del rosminianesimo, i luoghi ove il grande filosofo e teologo visse i momenti cruciali della propria vita, lasciandovi tracce di straordinario valore. A Rovereto, Rosmini nacque il 24 marzo 1797, in una famiglia nobile e austera, a Domodossola si recò nel 1828 e vi trascorse un periodo di profonda meditazione che gli permise di elaborare le Costituzioni degli istituti religiosi che avrebbe poi fondato, nonché di porre le basi di tutta la sua speculazione filosofica; a Stresa, infine, Rosmini trascorse gli ultimi anni della sua vita, in una quiete operosa, allietata dalla vicinanza di amici del calibro di Alessandro Manzoni.
Per la verità, un'altra città ebbe un ruolo molto importante nella vita del Roveretano, e fu Roma: ma non è facile stabilire se dalla Città Eterna provennero a Rosmini più soddisfazioni o amarezze. I papi manifestarono un costante apprezzamento nei suoi confronti: Pio VII e Pio VIII lo incoraggiarono calorosamente a perseverare negli studi e Gregorio XVI lo giudicò l'uomo "fornito di alto, eminente ingegno chiaro per esimia pietà, religione, probità, prudenza e integrità: risplendente di meraviglioso amore e attaccamento alla religione cattolica e alla sede apostolica".E come se non bastasse, si sa che Pio IX aveva in animo di farlo cardinale e addirittura segretario di Stato. Ma non tutti a Roma vedevano di buon occhio questo sacerdote trentino: alcune sue opere, e in particolare d celebre scritto Delle cinque piaghe della Santa Chiesa, avevano fatto storcere il naso a più di un monsignore: il 15 agosto del 1849 Rosmini riceve la notizia della condanna comminatagli dalla Sacra Congregazione dell'Indice; il boccone è amaro, ma la sottomissione pronta e docile.
Qualche anno più tardi, nel luglio del 1854, sembrò che venisse messa la parola fine alle polemiche diventate sempre più aspre: una commissione cardinalizia istituita dal pontefice in persona dette il via libera agli scritti rosminiani. Invece la tempesta non si placò e raggiunse il culmine addirittura trentatré anni dopo la morte di Rosmini, quando, nel marzo del 1888, il Santo Uffizio condannò quaranta proposizioni estratte dalle sue opere giudicandole "non consone alla verità cattolica": per il rosminianesimo è l'inizio di una lunga notte, le cui tenebre si diraderanno assai lentamente, anche grazie alla fedeltà e all'impegno di chi, sia nel campo più squisitamente religioso (si pensi ai
padri rosminiani) sia in quello più decisamente intellettuale (si pensi ai tanti - forse non tantissimi - studiosi cattolici che non smisero mai di "credere" in Rosmini), continuò a tenere alto il nome del Roveretano.
La grande svolta realizzatasi con la pubblicazione della nota firmata dal cardinale Ratzinger era nell'aria ed era stata in un certo senso anticipata nel modo più autorevole e clamoroso circa tre anni fa dallo stesso papa Giovanni Paolo II che nell'enciclica Fides et ratio aveva annoverato Rosmini tra i "maestri del pensare cristiano".
Antonio Rosmini fu un pensatore poliedrico e assai fecondo: le sue numerosissime e ponderose opere spaziano nei campi più diversi: logica e metafisica, etica e pedagogia, teologia e politica (molti oggi lo considerano il padre del cattolicesimo liberale). Volendone indicare in estrema sintesi il motivo dominante, sì può affermare che esso risiede in un grande disegno apologetico, ovvero nel tentativo di riproporre la verità cristiana nella sua integrità, di contro al pensiero moderno col quale Rosmini seppe confrontarsi, ma del quale comprese lucidamente e profeticamente gli esiti distruttivi.