![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 28 LUGLIO 2001 |
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L'invito viene da destra e da sinistra: non perdiamo il treno della competizione globale e dell'innovazione. Ma conviene davvero?
Adriana Cavarero: Modernità? Una banalità neoilluminista-Giacomo Marramao: Archiviata la fase della demistificazione dei valori occorre lavorare a un nuovo universalismo delle differenze-Luciano Gallino: L'economia globale dovrebbe basarsi su salute, occupazione e qualità della vita-Giulio Giorello: Ho la stessa rabbia di chi non condivide questa distribuzione delle risorse odierno
Moderno. All'inizio la parola non era granché. Variazione sul tema di hodiernus. Con "adesso, ora - al posto di "hodie", oggi. Compare nella tarda latinità con Cassiodoro -storico curtense di Teodorico, opposta ad "antiquus". Ma prima della fine del '600, il termine non conosce apoteosi. Il lancio semantico del Logo va infatti a un trio di francesi, alla corte di Re Sole: Boileau, Perrault, Fontanelle. Inventori della celebre "querelle" degli antichi e dei moderni, nata all'inizio su basi letterarie: meglio i maggiori o i contemporanei, quanto a canoni creativi? Di lì in poi il Moderno diventa Spirito del tempo, Destino, Civiltà dei Lumi razionali. Lungo un asse che dai primi illuministi a Hegel, ai positivisti e a Darwin. Un grande storico "semantico", Reinahrt Koselleck, così ha compendiato l'egemonia del paradigma moderno: l'attitudine a immaginare il corso della storia, e a imprimerle un progetto sino a farne "futuro passato". Sennonché le catastrofi del '900, con relativo disincanto, han gettato disdoro sul potere moderno del "futuro passato", aprendo la strada a uno strano pleonasma: il Post-moderno. E cioè: fine delle grandi narrazioni, e del "tempo lineare". E via libera al "tempo circolare" e ai tanti "tempi della storia". Un colpo al cuore, per dirla con Leopardi, alle Magnifiche sorti e progressive. E però, contrordine. Di nuovo sventola il vessillo del Moderno. Nell'invito neoliberale - ma anche di sinistra - a "modernizzarsi". A competere e riciclarsi sulla scala mondiale. Per non perdere il treno della competizione globale e dell'innovazione. Insomma chi si ferma è perduto. Con tanti saluti al Post-moderno di Lyotard, più incline a fare delle tecnica un gioco, che non un tormentone progressista. Ma cos'è quest'ennesimo Moderno? Com'è fatto? Che significa? Chi ne sono i sacerdoti? Sul serio bisogna adattarsi? Per orientarci partiamo da due definizioni. Una è del sociologo Luciano Gallino, e sta nel Dizionario Utet di Sociologia del 1978. Lì la modemizzazione è "mutamento in larga scala, con al centro Stato e amministrazione, urbanesimo, scolarità, divisione del lavoro, diritto, razionalità in tutte le sfere. E cura e salute sottratte alla famiglia". L'altra definizione è di Zygmunt Bauman, sociologo polacco: il moderno attuale respinge "la stabilità e la durata. Frammenta il tempo in episodi, sradica i singoli, cancella e ricicla biografie, muta la salute in "fitness", erode ogni certezza. Celebra il rischio" (La società dell'incertezza, Il Mulino). Chi ha ragione? Sentiamo una famiglia di studiosi.
"Come è chiaro - dice Enrico Berti storico della filosofia a " Padova - l'etimo di Moderno rivela il tratto relativo e sfuggente del termine. Tutti a buon diritto son moderni, nel presente. Ma le definizioni di cui sopra, sono entrambe difettive. Gallino evoca il ruolo weberiano della mera razionalità strumentale. Bauman risente della critica post-moderna e apocalittica all'Illuminismo. Viceversa il tratto essenziale della nostra modernità è la razionalità dialogica. Un'istanza veritativa tesa a individuare fini condivisibili, dentro i conflitti della gobalizzazione". Quali conflitti? "Innumerevoli: economici, istituzionali, culturali, etnici. Da un lato il capitalismo globale attiva ricchezza ed esclusioni. Dall'altro, suscita ovunque la spinta a raggiungere eguali livelli di vita. E al centro balza la .persona come fine. La spinta a regolare lo sviluppo nasce da questo valore". Critica sull'uso indiscriminato di "modernizzazione" è Adriana Cavarero, docente all'Università di Verona e filosofa della "differenza": "Uno slogan frivolo, quello della modernizzazione. C'è un gruppo di paesi avanzati che tira il carro, e vuole che tutti tengano il passo. Ma è pura ideologia, una banalità neoilluminista. Nella quale cadono anche i Ds". E un'idea più seria di Moderno? "Questa: la globalizzazione spiazza lo stato nazionale, frantuma l'individuo democratico e lo rende irrappresentabile, nel cielo della politica tradizionale. Ne nasce un mondo di relazioni erratiche, effimere. Né contrattuali, né comunitarie. Un mondo di legami accidentali, ma forti. Che appaiono e scompaiono. E la politica, se vive, rivive in quelle relazioni. A partire dalla sguardo, dai racconti, dai corpi e dalle voci". E' il trionfo dell'"essere unici", di una "soggettività in situazione" aperta all'Altro, ma all'Altro irriducibile. Unicità che fa blocco, e anche massa", "come nel caso del movimento antiglobale, e che persino il virtuale della rete riattiva, definisce e scompone di continuo".
Giacomo Marramao, filosofo politico, distingue due idee della modernità. Quella storica, legata alla (primavera illuminista della razionalità Tecnologica, di cui il ritornello modernista è il futile risvolto". E la modernità contemporanea, "che sancisce la fine delle tradizioni". E' sul crinale di quest'ultima che terminano la priorità delle "relazioni elettive", contro il sangue e l'etnos, "la colleganza tra biografie di eterogenei". E anche l'affermazione planetaria dell'individuo. Individuo sociale, però. Non meramente "liberale". In bilico sui "limiti" che lo separano da altri individui e da altri contesti. Ma ben per questo proiettato a "superare quei limiti, e a fare esperienze diverse del tempo. Del destino, della cultura, delle forme simboliche". Marramao è convinto che - archiviata la fase della demistificazione dei valori - occorra lavorare a un nuovo "universalismo delle differenze". Non più eurocentrico e kantiano, ma aperto sugli "elementi di universalità celati nelle altre culture": dalle visioni della natura, a quelle del corpo e della temporalità, a quelle dell'amicizia e della solidarietà. Insomma, ragione moderna come "attraversamento continuo dei ghetti contigui, da una cultura all'altra". E il globale attuale? "E' in realtà un finto universale, che rende il globale appannaggio di culture locali. Ne fa un "glocale" da cui si irradia un neoliberismo per nulla in contrasto col localismo delle aree più avanzate, ma sua coerente proiezione: da Haider a Bossi, a Berlusconi, a Blair, alla cultura "Wasp" di Bush". Quanto alla sinistra, Marramao ne critica il messaggio hobbesiano: "Invitiamo la gente a competere. Eppure gli individui danno il meglio di sé nella cooperazione, nella fraternità. E poi nella nostra civiltà esisterebbero le possibilità tecniche e scientifiche per elevare la produttività e garantire a tutti un esistenza decorosa, basata sulla libertà di scelta". Ancora: "Le politiche di bilancio a tutti i costi sono un'estensione degli imperativi normativi del profitto, che sfuggono a qualsiasi discussione razionale". E conclude Marramao: "Proprio guardando al mondo, bisognerebbe riscrivere la Ricchezza delle Nazioni di Smith, e non certo in senso liberista".
Giulio Giorello, filosofo della scienza, già allievo di Geymonat, batte sul "conflitto" come cuore simbolico e pratico del Moderno: "Dalla rivoluzione astronomica di Copernico a quella biologica di Darwin, il senso del Moderno si è definito come alleanza di progettazione e disincanto. Insieme, trionfo della ragione e perdita del centro. Poi nel '900, tra tante tragedie, quell'alleanza si è spezzata, e ha prevalso la diagnosi di Nietzsche sul nichilismo". E adesso? "Intanto, rilevo che "Post-moderno" è aggettivo inutile. Infatti il moderno è sempre "post". Oggi però, progetto e disincanto tornano a inseguirsi nella vita degli individui, entità fragili eppure fortissime. E prevale un conflitto ubiquitario: nella scienza, nelle istituzioni, nell'economia. Ovunque, siamo sempre dinanzi a scelte. In particolare condivido la rabbia di quelli che non ci stanno, a questa distribuzione planetaria delle risorse". Caro Giorello, ma lei con Marco Mondadori, non è stato un accanito profeta di Popper? "Grandissimo, Popper. Ma quando lo sento citato dalla destra italiana, mi ribello. Non c'è esito ottimale dell'allocazione liberista delle risorse. E Popper non era un fanatico del libero mercato. Marco Mondadori? Oggi la penserebbe come me. Sarebbe d'accordo col popolo di Seattle".
Ed è il momento di risentire Luciano Gallino, sociologo e tra i massimi conoscitori del lavoro in Italia. Professore, riscriverebbe tale e quale quella sua definizione del Moderno come vittoria sociale della "ragione strumentale"? "Risentiva - replica - del quadro dell'epoca, nonché dell'influsso di Weber, Parsons, Durkheim, Daniel Bell. E alludeva a condizioni oggi realizzate, come la scolarità di massa. Nel riscriverla, terrei conto di altre cose: la crisi dei partiti, quella degli stati nazionali e il ruolo degli organismi internazionali". Gallino ne è ben conscio: il vento globale ha cambiato tutto il quadro. Entrano in agenda "l'ambiente, lo sviluppo ineguale planetario, le povertà. E poi le biodiversità, la genetica e il lavoro degradato". Un gigantesco mutamento, in cui l'economia fusa con la scienza riscrive a fondo la biosfera. Con grandi interazioni, capillari e globali, tra gli umani, che è "errore tragico - dice ancora Gallino - lasciare al predominio di alcune agenzie transnazionali". Quali agenzie? "Il network dei paesi anglosassoni, il Fmi, la Banca mondiale, l'Omc, l'Europa". Sono queste entità, per Gallino, ad aver imposto un "comunismo reale dei mercati". Nonché l'illusione di una net-economy che non crea valore aggiunto e che si impiglia in una spirale di "sovrapproduzione-sottoconsumo". La follia per Gallino sta nel pensare che "un punto di inflazione in meno sia meglio di tre punti di occupazione in più. E che con gli aggiustamenti di bilancio si possa produrre ricchezza pronta a irrorare il mondo". E invece? "Aumentano povertà relativa ed assoluta. Con qualche milione di persone in più, sopra i due dollari al giorno di reddito. E 3 miliardi e 800 milioni, sotto quei due dollari". Perciò, spiega Gallino, ci vogliono altri "indici" di economia globale: "salute, qualità e aspettativa di vita, istruzione, occupazione, quelli previsti dai criteri di "human development" dell'Onu. E forti politiche pubbliche in tal senso".
Tiriamo le fila. Il Moderno è ormai un campo universale di conflitti e valori. Di scelte. Non già la notte radiosa liberista, dove tutte le vacche sono nere. Modernizzati a forza e a misura d'impresa? No, grazie.