RASSEGNA STAMPA

24 LUGLIO 2001
editoriale
La ricerca non è un brevetto

Il rapporto tra scienza di base e applicata e il problema degli investimenti al centro dell’agenda politica

I ritardi italiani non dipendono dal mancato copyright sulle invenzioni

Si possono immaginare diversi scenari per il futuro della ricerca in Italia. Tutto dipenderà dalle regole che ci si vorrà dare, nel quadro di un rapporto tra politici e ricercatori che negli ultimi mesi si è dimostrato alquanto difficile. Vorremmo avanzare alcune proposte, ma per evitare di farlo in maniera troppo astratta e generica cercheremo di ancorarle a uno dei pochi documenti disponibili, il programma politico della Casa della libertà, ("Le cinque grandi "strategie" per migliorare la vita degli italiani", disponibile in rete sul sito Forza Italia che è ragionevole pensare detti le linee di azione del nuovo ministro.

Il punto centrale della proposta riguarda il riconoscimento del principio per cui "le invenzioni sono degli inventori". Troppe invenzioni sarebbero rimaste nel cassetto "a causa dell’indeterminatezza sulla questione fondamentale relativa alla loro proprietà". Sciolto il nodo della proprietà delle invenzioni, "le idee possono trovare i capitali e i capitali possono trovare le idee". E così "la combinazione dell’iniziativa privata e del "venture capital" può lanciare anche nel nostro Paese, anzi soprattutto nel nostro Paese, un vertiginoso processo di innovazione e di modernizzazione". Il programma propone altre iniziative, che riassumiamo brevemente:

a) il dipendente di università ed enti pubblici di ricerca avrà la possibilità di creare imprese a fini di lucro per sviluppare e commercializzare le proprie scoperte e invenzioni;

b) verranno offerti incentivi economici alle università i cui centri di ricerca dimostrino "valori di eccellenza scientifica a livello internazionale, secondo valutazioni e parametri obiettivi";

c) vi saranno incentivi economici per le università che "dimostrino capacità di trasferimento tecnologico verso il mondo dell’impresa", misurata attraverso indicatori quali numero di brevetti o numero di imprese create da accademici e ricercatori;

d) gli istituti del Cnr, dell’Infn e dell’Enea saranno collegati organicamente ai centri universitari di eccellenza nella ricerca;

e) sarà previsto un piano di "progressiva deduzione e/o detrazione fiscale dei trasferimenti e/o investimenti in ricerca scientifica, nelle imprese industriali, nelle università, negli Enti di ricerca, nelle Fondazioni o associazioni".

Le nostre osservazioni riguardano i punti seguenti.

Le invenzioni nel cassetto. È un problema certamente da non sottovalutare, ma è forse così vitale da diventare il fulcro di un programma di governo? Per essere trattato adeguatamente, un problema dovrebbe essere prima valutato nei suoi aspetti quantitativi, poi se ne dovrebbero ricercare le cause. Solo alla fine si potranno proporre delle soluzioni. Sarebbe quindi auspicabile rendere disponibili i dati su cui si basa la proposta e chiarire se vi sono, e quanti sono, i progetti che rimangono nel cassetto. E se veramente ci sono molti progetti nel cassetto, si dovrebbe accertare in che misura questo fatto dipende dalla mancanza di chiarezza in merito alla loro proprietà. Vorremmo sostenere che anche se gli scienziati italiani avessero cassetti che traboccano di invenzioni incompiute, spostare la discussione su un piano vagamente "etico" (i ricercatori italiani sarebbero stati trattati in modo ingiusto ed è per questo che l’economia italiana non si sarebbe sviluppata a sufficienza negli ultimi anni) non coglie la complessità dei rapporti tra ricerca, università e impresa. Questi rapporti sono solo accessoriamente legati a questioni "etiche".

Di chi sono le invenzioni? Chi lavora come ricercatore alle dipendenze di un’azienda non può certo restare proprietario delle sue invenzioni, se queste sono sviluppate grazie agli investimenti dell’azienda. Quindi asserire che "le invenzioni sono degli inventori" è semplicemente falso per il settore privato. Non è chiaro perché la situazione debba essere differente nel settore pubblico. Se l’università o un centro di ricerca contribuisce allo sviluppo di un prodotto (finanziando un progetto, o stipendiando un ricercatore) che genera profitto, sembra ragionevole che partecipi anche ai proventi dello sfruttamento del prodotto e non semplicemente metta a disposizione della comunità il risultato della ricerca. (A titolo di confronto, la prassi statunitense è che quando una scoperta avvenuta all’interno dell’università è passibile di sfruttamento commerciale, prima della pubblicazione dei risultati il ricercatore contatta l’ufficio brevetti che redige un brevetto provvisorio. La scoperta "appartiene all’università", anche se l’inventore viene riconosciuto a tutti gli effetti e partecipa alla condivisione degli utili eventuali.)

Venture capital. Il venture capital assegnato ai ricercatori per creare un’impresa permetterebbe di far lievitare la ricerca, ma è da dimostrare che avrebbe quell’effetto trainante auspicato nel programma. (A titolo di confronto, il francese Centro nazionale della ricerca scientifica (Cnrs) prevede un sistema di finanziamenti ai progetti innovativi. I ricercatori possono creare un’impresa, ma per farlo devono presentare i loro progetti a una commissione che ne decide la rilevanza e la fattibilità; inoltre devono mettersi in congedo; dopo il periodo di avviamento possono decidere se rientrare nel Cnrs o continuare nella nuova attività).

La ricerca di base. È sorprendente che nel documento programmatico quasi non si faccia menzione della ricerca di base. Ma è questa la ricerca svolta nella maggior parte degli istituti (in Italia come all’estero) e che interessa ogni dominio di conoscenza. È come se nel programma della Difesa la Maggioranza si fosse scordata dell’esercito, o in quello Economico dell’industria. Perché tale negligenza? Forse perché le scoperte della ricerca di base non sono brevettabili o non trovano immediata applicazione? Oppure perché non attraggono capitali privati? Se queste sono le ragioni, l’attuale Maggioranza appare miope. Va notato che la distinzione tra ricerca pura e applicata è spesso arbitraria e convenzionale. Per fare un solo esempio di ricerca pura, al limite estremo dell’astrazione, che però ha avuto applicazioni enormi, si consideri che senza le discussioni filosofiche all’inizio del 1900 sui fondamenti della matematica non si sarebbe pervenuti a importanti risultati nel campo della logi-ca e della teoria della computazione, da cui discendono i computer digitali odierni

Investimenti. È altrettanto sorprendente che il programma non menzioni un problema ampiamente dibattuto nella comunità scientifica. L’Italia dedica alla ricerca (settore privato più ricerca pubblica) una percentuale del Pil (circa l’1,1%) nettamente inferiore a quella dei maggiori Paesi industrializzati. Inoltre l’incidenza della ricerca di base effettuata dalle imprese italiane sul totale della ricerca prodotta nel nostro Paese è dello 0,24% (lo 0,01% del Pil). Il che significa che di fatto l’impresa non fa ricerca di base (e ne fa poca applicata). Gli scarsi investimenti in ricerca creano fenomeni di fuga di cervelli italiani e, problema meno discusso ma altrettanto dannoso, "non incoraggiano scienziati e studiosi stranieri a venire a lavorare in Italia". Non si può pensare che la mancanza di una cultura della ricerca dipenda da una mancanza di chiarezza sul problema della proprietà delle invenzioni. Una delle ragioni per cui non viene fatta ricerca è legata alla particolare conformazione delle imprese italiane. Il "Modello Italiano" delle piccole imprese a conduzione familiare e specializzate in beni low-tech rivela qui i suoi limiti: la ricerca richiede investimenti possibili solo per aziende di una certa taglia e l’incentivo a fare ricerca è minimo quando la differenziazione si fa sul prezzo e non sulla qualità. Per cui lo Stato sembra condannato a dover sopperire non solo alle esigenze della ricerca di base, ma anche a quelle della ricerca applicata. Ci si potrebbe anche chiedere perché le imprese non si consorziano per creare grandi centri di ricerca privati. Una politica liberale incentiverebbe significativamente la creazione di tali centri con programmi di esenzione fiscale. Di fatto, la proposta della Maggioranza ripropone una concezione assistenziale e statalista: lo Stato dovrebbe garantire alle aziende la possibilità di fare ricerca, i ricercatori dovrebbero poter "possedere" le proprie idee. Nulla di ciò avviene nei liberali Stati Uniti, dove i ricercatori devono "pagare" l’università (pubblica o privata che sia) per usufruire delle sue infrastrutture. I ricercatori ricevono grants, finanziamenti alla ricerca, e per usare le risorse universitarie devono versare all’università una quota che può variare ma è in genere molto alta (a titolo di esempio, la University of Southern California preleva il 60% del grant).

Un programma politico è naturalmente conciso e presenta i punti sommari di un intervento i cui importanti aspetti verranno definiti in fase di attuazione. L’enfasi sui brevetti e la ricerca applicata penalizza molti aspetti e settori della ricerca — la maggior parte — che non brevettano nulla, ma le cui scoperte sono fondamentali. Il problema, questo sì genuinamente etico, dei contenuti della ricerca finanziata dal settore privato è poi assai complesso, dato che solleverebbe molti casi di conflitto d’interesse, forse quantitativamente minori rispetto a quelli presenti nell’attuale agenda politica italiana, ma qualitativamente non meno importanti. L’auspicio è che il nuovo governo adotti una politica che faccia dell’Italia una nazione di punta per la ricerca scientifica.

Roberto Casati
Ehess, Parigi

Vittorio Girotto
Università di Trieste

Michele Mozzo
Columbia University

Achille Varzi
Columbia University
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vedi anche
Cultura-Impresa scientifica