RASSEGNA STAMPA

24 LUGLIO 2001
UGO VOLLI
Chi dice che siamo moderni?

Un grande filone di dibattito culturale si sviluppa da tempo sul tema della modernità e della modernizzazione. Noi oggi siamo davvero al centro di un cambiamento rivoluzionario, come molti sostengono? Alla base di questa rivoluzione vi è solo una questione di tecnologie e di economia, come si dice, o c'è qualcosa d'altro? E questa sensazione di un progresso tecnico illimitato, che l'economia si sforza di seguire sia pure con qualche affanno, è nuovo, o si tratta di una ripetizione di illusioni già viste in passato, come le "magnifiche sorti e progressive" irrise da Leopardi, o la fragile Belle Epoque di cent'anni fa? La "globalizzazione", come si usa chiamarla, è un fatto nuovo sì, ma "contro cui non si può fare niente, come le stagioni", o un'etichetta ideologica, dietro cui si nasconde "la conquista silenziosa" del potere delle multinazionali (come recita il titolo di un libro su cui si discute molto: Noreena Hertz, The silent takeover)? La modernità non sarà per caso finita da un pezzo e non saremo entrati in un altro periodo più confuso, detto ambiguamente "postmoderno"? Così si continua a sostenere da almeno vent'anni a partire da La condizione postmoderna di Jean Francois Lyotard (pubblicato in italiano da Feltrinelli nel 1985). O magari non sarà vero, come sostiene l'antropologo Bruno Latour, che Non siamo mai stati moderni (traduzione italiana presso la casa editrice Eleuthera, Milano 1995). Questa crisi della modernità non sarà forse un sintomo della crisi dell'Occidente, di cui si parla almeno dai tempi di Il tramonto dell'Occidente di Oswald Spengler? O al contrario, chi la postula non è altro che un nemico dell'Occidente e dei suoi valori?

Il nodo, come si vede, è intricato. Si può forse capire qualcosa in più partendo dalla parola moderno, che non è affatto moderna. La si trova in Dante e Petrarca e prima nel latino medievale. L'origine sta nell'avverbio modo, che fra gli altri significati ha quello di "subito, appena". Dunque il nucleo di senso è simile al nostro contemporaneo: un valore relativo più che assoluto. L'uso assoluto di moderno viene da una contrapposizione più o meno implicita con ciò che è antico.

Il confronto degli antichi e dei moderni diventa un luogo comune già dal tardo Medioevo. Umberto Eco ha fatto notare che spesso i moderni si sono legittimati dicendosi eredi di un'antichità più antica e venerabile di quella dei propri predecessori. Ne esce uno schema a tre termini, che si incomincia a vedere a partire dall'Umanesimo: c'è l'antichità classica, ci sono i moderni umanisti che vi si richiamano e in mezzo si trova una media aetas di decadenza. La modernità si definisce dunque dall'inizio come opposto non dell'antichità, ma di un Medioevo più o meno barbarico o al contrario organico e ricco di fede. Ed è su questo sfondo che si inseriscono le critiche della modernità cui abbiamo accennato.

Il conflitto è chiarissimo: da un lato una fiducia, anzi un obbligo della modernità che è durato un secolo, a cavallo fra Ottocento e Novecento, dall'altro uno scetticismo che domina il successivo passaggio secolare. Dal punto di vista moderno nel mondo contemporaneo ci sono sempre state cose giuste e sbagliate, istituzioni, progetti, economie, tecnologie per l'appunto "moderne" e altre "antiquate", nemiche della modernità. L'icona del moderno, per tutto il secolo scorso, è stata l'America. Arretrato era il Terzo Mondo, il nostro Meridione, in un certo senso tutta l'Europa, certamente il mondo musulmano e in genere le religioni. Che poi queste cose convivessero nel tempo, non aveva importanza, perché la modernità era, per l'appunto, un giudizio di valore.

Resta da precisare di che valore si tratta. Il che non è una cosa facile, perché la modernità si è sempre trattata come qualcosa di autoevidente. Fra un'automobile e una carrozza, che cosa fosse moderno appariva chiarissimo. Diciamo che l'anima del moderno è la razionalità: una razionalità tecnica ed economica assieme, nella capacità di cogliere esattamente, senza sprechi e "orpelli" il proprio obiettivo. Il problema nasce qui: perché la razionalità, anche quella economica qualifica in genere l'uso efficace dei mezzi: può essa stessa essere un fine? Questo è l'oggetto vero del dibattito sul moderno e la sua fine presunta.
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