RASSEGNA STAMPA

23 LUGLIO 2001
PIETRO GRECO
E' matematico: non viviamo nel migliore dei mondi possibili

Ivar Ekeland nel suo nuovo libro abbraccia la tesi propria del pessimismo della ragione, ma per dimostrarla si basa su considerazioni esclusivamente numeriche

Ormai lo sappiamo. Non viviamo nell'unico mondo possibile. E, tra tutti gli infiniti mondi, possibili, non viviamo certo in quello migliore. Al sapore un po' amaro di queste conclusioni, tra il filosofico e il politico, è giunto di recente il francese Ivar Ekeland, matematico di gran prestigio in forze all'università di Paris-Dauphine.

Le conclusioni sono realistiche. Ma non sono nuove. Appartengono per intero a quel pessimismo della ragione che segna la gran parte del pensiero critico occidentale e che da tempo immemore si contrappone all'ottimismo di tutte le fedi le quali, invece, vorrebbero farci credere che viviamo nell'unico mondo possibile. E, quindi, nel migliore dei mondi possibili. L'originalità della proposta che Ivar Ekeland ha consegnato a un libro, Il migliore dei mondi possibili, da poco uscito in italiano per i tipi della Bollati Boringhieri non sta dunque nel suo contenuto. Ma nel metodo. Ekeland è giunto alle sue conclusioni, tra il filosofico e il politico, sulla base di considerazioni matematiche. Ivar Ekeland ha, per così dire, calcolato che nello spazio delle possibilità esistono infiniti mondi. Ciò vale per il mondo fisico. Per il mondo biologico. E, naturalmente, anche per il mondo sociale ed economico dell'uomo. In nessuno di questi ambiti c'è alcuna procedura automatica in grado di dimostrare al di là di ogni dubbio che il nostro mondo reale (fisico, biologico, culturale) è il migliore tra quei mondi possibili. E che non c'è alcun algoritmo capace di indicarci la strada verso un mondo migliore. La libertà e la responsabilità della ricerca di un mondo migliore (che non sarà mai il migliore dei mondi) ricadono tutte e interamente su di noi. Insomma, che il nostro destino non è scritto nel grande libro della matematica. O della fisica. O della biologia.

La scoperta avrebbe il sapore dell'ovvietà, se non fosse che molti, in ambito scientifico, hanno tentato in passato e tentano tuttora di dimostrare che viviamo in un mondo unico, il migliore possibile. Perché forgiato da una legge universale e generale, di una "necessità", che impone all'evoluzione della materia, a ogni livello nel cosmo, di procedere sulla strada del progresso nella direzione che va dal semplice verso il complesso, dal caos verso l'ordine. Va da sé che alla fine di questa strada di progresso ci sia l'uomo, la sua cultura, la sua società, la sua economia. Il distillato che darebbe uno scopo a quella che un altro francese disincantato, Jacques Monod, chiamava l'immensità indifferente del cosmo. E che consentirebbe di ribaltare quella rivoluzione copernicana che ha dato inizio alla "nuova scienza", cacciando l'uomo dal centro del creato.

I tentativi dì restaurazione dell'uomo con le anni della scienza sono stati diversi. Prima si è pensato che il rigido determiniamo delle leggi della meccanica fosse in grado di affermare l'unicità del mondo. Qualcuno ha poi pensato di individuare nella selezione naturale di Darwin l'inflessibile meccanismo attraverso cui la vita nel corso della sua evoluzione fa emergere il meglio. Altri, più di recente, armati di potenti computer e delle matematiche del caos, hanno pensato di aver scorto quel "principio della complessità crescente" che impone alla materia cosmica di evolvere fino a far, necessariamente, emergere l'uomo. E impone alle società umane di evolvere fino a far emergere necessariamente un sistema economico "perfetto" che somiglia molto alla attuale economia di mercato.

Ivar Ekeland dimostra, facilmente per la verità, che questa è solo illusione. O, come direbbe il biologo Stephen Jay Gould, la favola consolatoria di chi, scalzato dal centro del creato dove si era assiso da solo, si sente smarrito in un universo immenso e indifferente. Ekeland dimostra, matematica alla mano, che non esiste una legge ineludibile di progresso e non esiste alcun mondo "necessario". Tra i molti mondi possibili non ce n'è uno migliore in assoluto. O, almeno, noi non abbiamo alcuno strumento obiettivo che possa dircelo. La responsabilità di creare un mondo accettabile non può essere delegata alla matematica. Appartiene solo alla nostra libertà. E alla nostra volontà.
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vedi anche
Il pensiero matematico