![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 23 LUGLIO 2001 |
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Come scrisse Norberto Bobbio, all'epoca del dibattito sulla fine del comunismo e della storia (Francis Fukuyama), la tensione sociale si è ormai trasferita a livello globale. Come nell'Europa dell'Ottocento, il percorso è lungo ed accidentato. Seguendo quella falsariga se ne possono ipotizzare (ma solo ipotizzare) le tappe. In un mondo in cui una minoranza intorno al 20% dispone di circa l'80% delle ricchezze, in questa minoranza si verifica il risveglio solidaristico di coscienze vigili non di rado religiosamente motivate, senza un programma politico, ma con un rifiuto sempre più netto del modello di vita prevalente. Si tratta di un movimento destinato a crescere perché corrisponde ad un insopprimibile bisogno generazionale di guardare al di fuori del proprio io per dare un senso alla propria esistenza.
Lo spirito di Porto Alegre - da cui emergono i valori che animano questo movimento - ha buone possibilità di sopravvivere alle violenze di Seattle, di Göteborg, di Nizza e di Genova. Il suo messaggio segna la fine non del mercato, del capitalismo e dei modi di produzione, peraltro in continua evoluzione, ma del così detto pensiero unico (che equivale al non pensiero) anche all'interno dei palazzi del potere. Del resto chiari fallimenti come quelli dell'Indonesia e della Russia avevano già anticipato, per gli addetti ai lavori, la fine dell'infallibilità dei massimi templi del pensiero unico, seguendo l'urgenza della riforma delle istituzioni di Bretton Woods (Fondo monetario e Banca mondiale).
Questo ed altri temi brucianti costituiscono il terreno di frizione euro-americano destinato a crescere, in attesa di un rapporto transatlantico più equilibrato. Ancora come nell'Ottocento industrializzato il solidarismo investirà le istituzioni liberali postulando reale e nuove istituzioni, questa volta a livello globale. I diretti interessati, ovvero gli esclusi, non sono ancora rappresentati o lo sono ambiguamente dai propri governi e da un movimento nato in seno a quella parte del mondo che li esclude. E' la politica che ancora una volta deve combattere per non farsi sopraffare dall'economia,
Nel caso di Genova la scelta del governo Berlusconi - dopo il tentativo di Ruggiero di aprire una parvenza di dialogo - è stata quella classica di un potere che si sente minacciato: di dividere in questo caso non il mondo ma la città in due. Da una parte un palcoscenico in cui garantire la sicurezza degli ospita (cosa ovvia e giusta), ma anche una scenografia morta di quartieri abbandonati dai suoi cittadini; dall'altra un teatro dì guerra in cui la grande maggioranza di pacifici manifestanti e giovani poliziotti inesperti erano abbandonati alle scorribande di professionisti facilmente individuabili (se ci fossero state capacità e volontà politiche) e alla rabbia cieca di una minoranza che costituisce l'altra faccia del non pensiero globalizzato. Il potere, nella sua versione più ottusa teme i movimenti di massa quanto più pacifici e ragionati, li ingiuria e li combatte, allentando le briglie sul collo alla minoranza violenta che persegue debolmente e a fatto compiuto.
Della sinistra politica, di noi, sarebbe tentante tacere, se potessimo permettercelo. Di fronte a due terreni di impegno ugualmente significativi - quello dei palazzi del potere in cui sono aperte vaste contraddizioni e quello del movimento dalla guida incerta e magmatica - siamo riusciti nel piccolo capolavoro di abbandonare entrambi in mancanza di un pensiero nostro. Cercheremo di rimediare perché come diceva la mia mamma, "non è mai troppo tardi per fare il nostro dovere".