RASSEGNA STAMPA

22 LUGLIO 2001
GILBERTO CORBELLINI
Evoluzione e copyright

Discutere di brevetti in Italia è una sofferenza intellettuale. Se si tratta di brevetti biotecnologici diventa una tortura! Perché nonostante la rinomanza del "genio" italiano, il senso comune e la tradizione da noi fanno ritenere che i prodotti dell'ingegno da sfruttare economicamente siano solo romanzi, quadri o musica. Da quando il pragmatismo statunitense ha, come era naturale che fosse, esteso la brevettabilità ai prodotti della ricerca e delle modificazioni biotecnologiche, un consistente numero di intellettuali e politici italiani è insorto al grido che è immorale brevettare la vita. E' inutile cercare di spiegare a costoro che la vita non viene brevettata. Non perché sia immorale. Ma per il fatto che non è possibile. La vita è per definizione diversificazione, mentre un brevetto viene rilasciato a copertura di una innovazione tecnica specificamente definita (un microrganismo o una sequenza genica che devono essere unici e parte di una procedura innovativa che possiede applicazione utile).

Anche chi è favorevole ai brevetti biotecnologici cade facilmente nell'abbaglio di ritenere che le invenzioni biologiche non presentino problemi nuovi rispetto a quelle, meccaniche o elettroniche. Nel senso che non sa o dimentica che la vita, cioè l'evoluzione, lavora come un bricoleur estremamente creativo, Vale a dire che le stesse strutture o processi si possono ritrovare in diversi contesti. Per esempio la stessa sequenza genica o lo stesso gene dotato di una specifica funzione nell'uomo o in un moscerino, magari con qualche sostituzione nucleotidica priva di significato. Ora, il brevetto ottenuto per la sequenza umana per definizione non vale per quella nel moscerino: quindi con il progredire dei sequenziamenti dei genomi e gli sviluppi delle tecnologie bioinformatiche soprattutto, i brevetti riguardanti le sequenze geniche o i geni potranno essere sempre più facilmente aggirati. Del resto sarebbe molto pericoloso, e contrario alla filosofia del brevetto, concedere coperture troppo estese, che limiterebbero la ricerca e l'innovazione rispetto a un particolare ambito scientifico-tecnico.

Se oltre che parlare pro o contro i brevetti biotecnologici sulla base spesso di pregiudiziali filosofiche si cercasse piuttosto di capire come possono funzionare concretamente, forse ci si guadagnerebbe tutti. Per esempio ci si potrebbe rendere conto che il modo in cui Ingo Potrykus è riuscito a trovare il finanziamento e a ottenere, in parte gratuitamente, o gestire le 70 licenze sui diritti di protezione intellettuale che coprivano i prodotti e le tecnologie utilizzate per sviluppare il "golden rice", il primo prodotto biotecnologico progettato per affrontare dei problemi agricoli e sanitari dei Paesi in via di sviluppo, dimostra come la collaborazione tra ricerca pubblica e privata può portare alla creazione di prodotti utili per i Paesi poveri.

Sarebbe non meno utile conoscere come è cambiata la politica dei brevetti in Usa nell'ultimo decennio, per quanto riguarda in particolare le sequenze geniche. Anche sulla spinta delle battaglie contro il brevetto facile e il rischio di un monopolio di tecnologie strategiche per la ricerca, in un particolare settore in cui la contrapposizione non era solo tra pubblico e privato, ma del tutto trasversale. Da più parti negli Stati Uniti è stata invocata una modifica della legislazione in materia di brevetti. Soprattutto si chiede l'introduzione di dispositivi che consentano di distinguere tra una tecnologia che riguarda la ricerca di base, e che quindi è anche uno strumento di ricerca e uno stimolo verso un ulteriore avanzamento tecnologico, e i tradizionali prodotti finiti su cui si è modellata la legislazione in materia di brevetti.

L'attuale legislazione internazionale sui brevetti è certamente inadeguata, ma l'obiettivo non può essere di cancellare uno strumento essenziale per lo sviluppo del settore biotecnologico, bensì dovrebbe essere di migliorarlo apportando modifiche che non penalizzino i Paesi più poveri e la ricerca. Comunque, quei Paesi che per motivi di qualsiasi genere non stanno investendo nella ricerca genetica, in particolare nel sequenziamento dei genomi e nell'identificazione dei geni, e non proteggessero i prodotti della ricerca e le innovazioni tecnologiche nei prossimi anni sarebbero completamente tagliati fuori dalla scena scientifica ed economica mondiale. Il che significa anche da qualsiasi decisione in merito a normative che andranno ad assumere sempre più un carattere sovranazionale.
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