![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 LUGLIO 2001 |
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Il futuro di una disciplina che (come la matematica) tende a non preoccuparsi troppo della propria utilità
Le domande più genuinamente speculative, e quelle legate a scienze come logica, fisica e biologia, hanno generati progressi autentici per l'umanità
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Michael Dummett, "La natura e il futuro e della filosofia", traduzione di Eva Picardi, il melangolo, Genova 2001, pagg. 158, L. 25.000. |
Ovunque nel mondo, accanto alle facoltà di fisica, di chimica o di biologia, lo stato finanzia anche quelle di filosofia. Sono soldi ben spesi? O il contribuente, vista l’apparente inutilità della disciplina, avrebbe motivo di lagnarsene? Secondo Michael Dummett, i filosofi devono ritenersi fortunati se le università e gli stati continuano a mantenere questo insegnamento. Lo fanno, infatti, più in virtù di una tradizione storica — che si perpetua dalla nascita, 900 anni fa, delle università europee — che sulla base di buone ragioni.
Uno dei non pochi pregi del libro che Dummett ha appena pubblicato per il melangolo, La natura e il futuro della filosofia, è appunto quello di mostrare che in realtà tali ragioni esistono. E non si basano solo sull’analogia con la matematica, "l’unico esempio di pensiero privo di un input specifico dall’esperienza che può far progredire la conoscenza in direzioni inaspettate". Occuparsi di filosofia, oggi, non è un mero anacronismo. Una vita dedicata ai problemi filosofici non è spesa invano. Basta leggere queste pagine per rendersene conto. E non solo perché a scriverle è uno dei maggiori filosofi contemporanei.
Dummett torna su temi e problemi rispetto ai quali egli stesso ha dato contributi fondamentali (la teoria del significato, connessa al problema della verità e del realismo, innanzitutto). Si sofferma su quella che ritiene la lezione fondamentale di pensatori come Frege e Wittgenstein (ma discute anche Brentano, Husserl, Moore, Davidson, Fodor, Kripke, Putnam). Scrive pagine illuminanti sul rapporto logica-filosofia, sul problema del riferimento, sulla comprensione del linguaggio. Riprende e chiarisce le proprie posizioni sulle origini comuni della filosofia analitica (di cui è uno dei più autorevoli esponenti) e della tradizione continentale, intravedendo la possibilità di una riconciliazione. Critica l’idea di Gadamer secondo cui la comprensione del linguaggio implica sempre un’attività interpretativa. Ma denuncia anche il cosiddetto "paradosso dell’analisi": se il compito della filosofia deve essere esclusivamente quello di analizzare e chiarire i concetti del senso comune, senza possibilità di criticarli, diventa difficile capire come mai si possano avere delle autentiche controversie filosofiche. Come quella, a lui cara, sul rapporto linguaggio-pensiero, rispetto alla quale resta fedele alla "svolta linguistica", per la quale è dal linguaggio che siamo costretti a partire per capire come funzionano concetti e pensieri.
Questo libro di Dummett, scritto espressamente per un editore italiano, offre spunti interessanti per riflettere sulla situazione della nostra filosofia. Per almeno due motivi. Perché propone un modo di fare filosofia basato sui problemi e non sulla storia della filosofia, da noi tuttora prevalente. E perché insiste sul rapporto tra scienza e filosofia, mentre in Italia è ancora imperante una visione della filosofia legata agli studi letterari.
Dummett rivendica, insieme, un rapporto con le scienze e una autonomia sostanziale del sapere filosofico, con un atteggiamento che sarebbe assai salutare introdurre nei nostri atenei. Egli non condivide l’idea di Quine sulla naturalizzazione della filosofia. È vero, la scienza — in campo astronomico, fisico e biologico — ha prodotto sconvolgimenti molto più radicali della filosofia riguardo alla conoscenza del mondo esterno e alla nostra immagine della natura e dell’universo. Ma ciò non implica che essa sia diventata indipendente dalla filosofia. "La fisica, in particolare, non fa altro che sollevare nuovi problemi filosofici". Per esempio, su questioni relative alla "freccia del tempo" — che cosa determina la direzione del tempo dal passato al futuro? è un fatto universale o è possibile che sia un fenomeno locale? ecc. — non si può tentare una risposta senza avere conoscenze approfondite sulla fisica contemporanea, "ma non sono risolubili attraverso l’esperimento: non è possibile costruire un ciclotrone in grado di risolverle".
Al pari delle scienze, secondo Dummett la filosofia fa progressi, anche se in maniera più lenta, e contribuisce in maniera sostanziale alla ricerca della verità o a una migliore comprensione delle verità che già conosciamo. Del resto, "se la filosofia non fa progressi — scrive Dummett — non vale la pena di sprecare il nostro tempo". I progressi si presentano talvolta nella forma della "dissoluzione" di falsi problemi che ci ingombravano la mente, talvolta con veri e propri risultati, come è accaduto ad esempio nella logica.
Il libro è costellato di domande filosofiche molto intriganti, che coinvolgono quasi sempre sia scienziati che filosofi: sul rapporto mente-corpo, sulla coscienza, sull’esistenza del passato, della realtà o delle altre menti. Altri problemi sono legati alla sfera morale e religiosa. Tra quelli sui quali è giusto impegnarsi, e per i quali bisogna avere fiducia nella possibilità di trovare una soluzione, Dummett annovera anche quello relativo alla ricerca di "una base razionale per credere nell’esistenza di Dio". Da buon cattolico (che come tale si dimostra anche critico severo, su basi razionali, della morale sessuale della Chiesa) egli lo ritiene il "più importante di tutti". Si può essere d’accordo o meno, ma questo tema eterno della filosofia fa venire in mente un’altra strana anomalia italiana: la totale assenza, nelle università pubbliche, delle facoltà di teologia.