RASSEGNA STAMPA

19 LUGLIO 2001
ALBERTO OLIVERIO
Xenotrapianti: i rischi ci sono

La disponibilità di organi da trapiantare, com'è noto, è inferiore alla domanda cosicché le liste d'attesa sono lunghe e penose. Per sopperire alla crescente richiesta di organi da parte di una popolazione in cui si vive più a lungo e di una società che si attende sempre più dalla medicina è stato ipotizzato di ricorrere agli xenotrapianti, vale a dire a tessuti o organi provenienti da altre specie animali: la specie più adatta, sia in termini di disponibilità sia in termini di compatibilità, sono i maiali ed è su questa specie che vengono fatti massicci investimenti, sia negli Stati Uniti che in Inghilterra e Giappone.

L'idea di far ricorso a una specie tanto diversa da quella umana, e per di più considerata poco "nobile" ha suscitato diffidenza e inquietudine nell'opinione pubblica ma gli organi sono organi e, passato il primo momento, questi trapianti verrebbero probabilmente accettati. Il problema che emerge dal possibile uso di xenotrapianti non è però di ordine psicologico ma dai possibili pericoli che potrebbero derivare da alcuni geni che appartengono al genoma dei suini, gli "Erv". La sigla "Erv" sta ad indicare i retrovirus endogeni, virus simili a quello dell'Aids che sono penetrati nel genoma dei mammiferi milioni e milioni di anni fa e che vi si sono adattati per una forma di reciproca convenienza: il "vantaggio" per gli "Erv", che costituiscono circa l'1% del genoma umano, è stato quello di potersi moltiplicare nel Dna delle nostre cellule -e per i virus, come per tutti i viventi moltiplicarsi è fondamentale- il vantaggio per i mammiferi, esseri umani compresi, è stato quello di sfruttare alcuni effetti positivi degli "Erv" come ad esempio la loro capacità di stimolare alcune funzioni immunitarie. Insomma, si è arrivati ad una pacifica convivenza di virus ed esseri umani che hanno elaborato un sistema di difesa per bloccare la carica aggressiva di quei virus che, simili a fossili, abitano da tempo il nostro Dna.

Ogni specie animale ha i suoi "Erv", anche i maiali nel cui genoma sono incorporati circa 12 tipi diversi di retrovirus. Cosa succederebbe se un organo appartenente ai suini venisse trapiantato in un esser umano? A questa domanda non esistono risposte certe, anche se non è possibile escludere che gli "Erv" suini potrebbero rivelarsi virulenti per gli esseri umani o ibridarsi con gli "Erv" presenti nel nostro genoma dando luogo a nuovi retrovirus che potrebbero scatenare malattie ignote. Questa evenienza è più che plausibile in quanto nei topolini in cui si trapiantano tessuti suini si manifestano infezioni da parte dei virus presenti nel Dna dei maiali, infezioni che è molto difficile controllare. Prima di sperimentare trapianti da maiale a essere umano è quindi necessario essere sicuri della loro non nocività. L'unico modo per essere certi di non correre questi pericoli è inattivare gli "Erv" presenti nel genoma del maiale, metterli "knockout", un termine utilizzato dai genetisti per indicare che alcuni geni, simili ad interruttori, sono stati "spenti" in una linea animale che ne risulta perciò priva. Una volta ottenuto questo risultato, bisognerà mantenere in vita colonie di maiali "knockout" in cui gli "Erv" siano stati silenziati: in questo modo non dovrebbero esservi rischi.

Se si arriverà a xenotrapianti sicuri i vantaggi saranno innumerevoli, ma non sarebbe accettabile che, per ottenere un successo, essere i primi, brevettare una tecnologia, un gruppo di scienziati introducesse xenotrapianti a rischio. Definire una pratica "a rischio" non implica che essa sia certamente dotata di effetti negativi ma che questi potrebbero emergere in una dimensione diversa rispetto al passato: un tempo un intervento terapeutico "errato" colpiva soltanto il paziente su cui veniva praticato mentre oggi, attraverso i nuovi interventi di ingegneria genetica, potrebbe colpire anche persone non sottoposte all'intervento suscettibili, in teoria, a nuove malattie virali. Gli xenotrapianti, come alcuni interventi di ingegneria genetica richiedono quindi nuove forme di intesa nell'ambito della comunità scientifica che è ormai ben consapevole della necessità di valutare tutte le fonti di rischio, anche quelle che potrebbero apparire banali.
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