RASSEGNA STAMPA

18 LUGLIO 2001
ALBERTO NEGRI
I tanti maestri di Seattle

Naomi Klein, autrice del libro-manifesto più letto dai contestatori della globalizzazione, si concentra contro il supposto strapotere delle multinazionali

Al di là degli aspetti deteriori resta l'esigenza dì occuparsì degli esclusi dallo sviluppo

No logo. Niente marchi. Il titolo, una fucilata al petto delle multinazionali, ha scalato le classifiche ed è diventato il cult book del movimento antiglobalizzazione; l'autrice, la trentenne Naomi Klein, graziosa e spigliata giornalista-attivista canadese, è ormai una sorta di star della nuova contestazione. La copertina nera di "No Logo" è destinata, come tutti gli oggetti di moda, a rendere ancora più intelligenti del solito le nostre vacanze. In Europa e in Italia si vende a chili, come nel '67 andava a ruba il "Libretto Rosso" di Mao esposto, allora, anche sui banconi della Rinascente. Un paio di settimane fa una folla inverosimile, da concerto rock, si è ammassata per incontrarla a Milano nei saloni ovattati della Fnac, ironia della sorte un colosso della distribuzione libraria. Forse per compensare questa passerella, Naomi l'ha fatta precedere da una visita approfondita ai centri sociali italiani.

Ma a Genova Naomi non ci sarà. Risponde al telefono da Melbourne. Come pure non verrà il guru della contestazione Noam Chomsky, 73 anni, professore all'Mit. Per i giovani è l'autore della Società Globale, bibbia del popolo di Seattle; pochi di loro però ricordano che era già alla testa delle manifestazioni ai tempi della guerra in Vietnam. Assente a Genova anche Ignacio Ramonet, direttore di "Le Monde diplomatique", molti anni fa istitutore dell'attuale sovrano del Marocco, oggi punto di riferimento della critica alla globalizzazione. Verrà però il gruppo Attac, nato da "Le Monde diplomatique", animatore con Via Campesina e i sindacati brasiliani del Forum sociale mondiale di Porto Alegre, dove è stata messa a punto la carta internazionale della contestazione.

Così Naomi Klein racconta l'inizio della battaglia contro i grandi marchi, una delle costole del movimento No-Global: "Quando ho scritto il libro non esisteva un movimento vero e proprio contro le multinazionali. L'ho visto materializzarsi mentre stavo finendo la mia ricerca. Ho avuto l'impressione che muovessero i primi passi piccoli gruppi di attivisti raccolti intorno ai siti Internet, ma in scala veramente ridotta. Non era organizzato. Le uniche persone collegate quando ho cominciato 5 anni fa erano gli anarchici online. A quel tempo c'erano poche campagne contro le multinazionali: contro la Nike, la Monsanto e la Shell, ma non erano collegate tra loro. Ho notato questa convergenza e l'ho trasformata in quelle che ritengo essere le prime fasi di un movimento di massa".

Negli anni ottanta, ricorda la Klein nel suo libro, spinte dalla recessione, alcune delle industrie più potenti del mondo cominciarono a vacillare, sovradimensionate: avevano troppi dipendenti e troppe cose. All'incirca nello stesso periodo, un nuovo tipo di aziende cominciò a contendere quote di mercato ai produttori tradizionali americani: Nike e Microsoft. Questi precursori affermavano che la produzione di beni era solo una parte secondaria delle loro attività e che, grazie alla recenti conquiste in fatto di liberalizzazione del commercio e alla riforma delle leggi sul lavoro, esisteva la possibilità di appaltare la fabbricazione dei prodotti a terzi, situati prevalentemente oltreoceano. Sostenevano che il loro prodotto principale non erano oggetti ma immagini dei loro marchi, "stili di vita". Questa formula si è dimostrata di grande successo e ha visto le aziende competere in una corsa verso il "peso zero": chi possiede di meno, ha meno dipendenti fissi e produce le immagini, anziché i prodotti più efficaci, vince la corsa.

Consumatori del mondo post-industriale e lavoratori del Terzo Mondo, secondo la Klein, sono intrappolati dallo strapotere dei marchi commerciali. "Qui alcuno - ammette Naomi - ha anche tentato una strada diversa: l'Adidas ha deciso di distribuire 570 stabilimenti in 40 Paesi diversi. A Parigi ho incontrato Robert Louis Dreyfuss, presidente del gruppo e mi ha detto che lui sarebbe favorevole a chiedere standard più umani per i lavoratori del Terzo Mondo, proponendo 60 ore settimanali di lavoro dove oggi ne fanno 80, ma che questo non è possibile, perché tra le grandi Compagnie c'è una sorta di schizofrenica avversione a qualsiasi regola".

Contro i marchi globali boicottare non basta, dice la Klein. E indispensabile un impegno politico per mettere in luce il comportamento delle compagnie. "Perché l'etica e la giustizia non sono oggetti di lusso. Al summit del G-8 a Genova non ci sarò, ma questo movimento contro la globalizzazione lo sostengo perché ne faccio parte. Sarà un'opportunità anche per il mondo dell'informazione, cui spetterà presentare una riflessione sui temi che ci stanno dietro, senza limitarsi a descrivere la solita vetrina infranta da un sasso".

Giovanni De Mauro, direttore dell'"Internazionale", è un osservatore attento di idee e movimenti. "E' interessante notare che il libro della Klein, che spopola in Europa, non ha avuto uguale successo negli Usa. La stessa tesi che le multinazionali sono più potenti e incontrollabili degli Stati perché guidate da consigli di amministrazione non democraticamente eletti - questa è l'opinione anche di Ignacio Ramonet sta incontrando alterne fortune. I grandi gruppi nella loro azione hanno almeno due referenti imprescindibili: gli azionisti e i clienti". E a questi potremmo aggiungere l'antitrust.

Già si profilano nuove star che potrebbero offuscare il Klein-pensiero. Una di queste è Noreena Hertz, autrice di "The Silent Takeover", considerata la risposta britannica alla Klein: lei sostiene che è importante non combattere ma impadronirsi delle multinazionali. "Mi preme sottolineare - dice De Mauro - che l'antiglobalizzzazìone è un Movimento ampio, con frange estreme, aspetti deteriori ma molti versanti positivi, e non si esaurisce neppure con la gente che va in piazza. La globalizzazione è un fenomeno antico, inarrestabile, che diffonde benessere ma porta con sé innegabili elementi negativi e zone d'ombra. Il popolo di Seattle, che non è costituto solo da "tute bianche" dei centri sociali ha in fondo un messaggio semplice, condiviso da molti gruppi laici e cattolici: la parte più rapida del pianeta deve farsi carico di quella più lenta".

Certo la contrapposizione muro contro muro, lo scontro violento tra manifestanti e governi, offre ai giovani un motivo per credere che la globalizzazione sia sinonimo di repressione. Fino ad arrivare al punto dove sassi, randellate, idee buone e cattive si confondono nelle nebbie dei lacrimogeni. Questa è la peggiore delle situazioni possibili perché qualcuno arrivi ad appiccicare un marchio qualsiasi a ogni contestazione. Una storia davvero vecchia e globale che si ripete: No logo, please.
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