![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 17 LUGLIO 2001 |
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Torna il celebre trattato di Marsilio da Padova, il filosofo che subordinò la Chiesa all'Imperatore
Di rado, nella realtà storica, gli eventi si sono intrecciati con la storia delle idee come nei primi decenni del Trecento. Mentre il secolo iniziava con il giubileo di Bonifacio VIII e nell'apparente trionfo di una concezione teocratica del mondo, prendeva forma e si consolidava un'idea forte secondo la quale occorre distinguere tra filosofia, che studia il mondo naturale e l'uomo nella vita terrena, e teologia, che indaga la realtà dal punto di vista sovrannaturale e divino.
Oggi, per noi, che vi sia separazione tra istituzioni civili e sfera religiosa, pare del tutto naturale, ma in quel periodo rappresentò una svolta straordinaria, e uno dei suoi campioni fu Marsilio da Padova.
Nato nella città veneta intorno al 1285 in una famiglia di notai e giuristi, dopo aver compiuto studi di medicina, andò a Parigi, 1'"Atene del nord", a frequentare l'ambita Facoltà delle Arti (ovvero di Filosofia), dove cinquant'anni prima Alberto Magno aveva insegnato teologia a Tommaso d'Aquino, dove aveva studiato l'inglese Duns Scoto, colui che aveva posto fine alla "luna di miele tra teologia e filosofia" (Etienne Gilson), e dove ora serpeggiavano alcune solide vene di averroismo, abbracciato per esempio da Giovanni di Jandun, compagno e allievo del brillante Marsilio diventato prestissimo rettore delle Arti.
Di questo clima intellettuale Marsilio fu attivamente partecipe, convinto che scienza naturale, filosofia morale e politica dovessero occuparsi di questo mondo. Dopo aver fallito una missione diplomatica come emissario di Cangrande della Scala e di Matteo Visconti presso il futuro Carlo IV per offrirgli la guida della Lega ghibellina, Marsilio, con l'ausilio di Giovanni di Jandun, finì di stendere nel 1324 il celebre Defensor Pacis, Il difensore della pace (d'imminente uscita nella Bur, in nuova traduzione con testo latino a fronte).
Quest'opera, che può definirsi la prima grande teorizzazione dello stato laico moderno, pur respirando l'aria del tempo ed esprimendo tendenze largamente condivise dalla cultura contemporanea, fu come una bomba. Con gli accenti dell'appassionato pamphlet, nonostante la mole anche erudita del trattato, Marsilio, partendo da elementi dottrinali aristotelici, agostiniani e altri tributari del pauperismo francescano, teorizzava che l'origine della comunità civile va individuato nel desiderio innato nell'uomo di avere una vita "sufficiente" (dove questa sufficientia vitae non si discosta da una felicità spirituale e civile).
Un fattore determinante cui ascrivere la generazione di conflitti stava nella pretesa dei successori di Pietro a ergersi, contro ogni dettame evangelico, a potere coattivo sopra i governanti e le comunità civili , che dovevano avere invece, esse, la facoltà elettiva e legislativa.
Era il colmo. Giovanni XXII scomunicò Marsilio e impose all'imperatore Ludovico il Bavaro, eletto dai principi tedeschi senza il suo consenso, di deporre il titolo. Al rifiuto di Ludovico, sceso in Italia, giunse anche per lui la scomunica. Ormai Marsilio e Jandun, con Guglielmo d'Ockham che era fuggito nel frattempo dalla prigione avignonese, facevano parte del seguito dell'imperatore.
Il quale, per real politik, e volendo chiudere la contesa con l'attuale papa Benedetto XII, acconsenti, in cambio del riconoscimento, ad allontanare Marsilio, che mori a Monaco nel 1343. Ma il dado era tratto.