RASSEGNA STAMPA

17 LUGLIO 2001
PIETRO GRECO
Gli Stati Uniti del mondo

Oggi la visibilità globale dei problemi del pianeta rilancia una grande utopia settecentesca: il governo cosmopolitico

Quando Einstein denuncio il pericolo della proliferazione nucleare fu irriso sia dagli Usa che dall'Urss

Ambiente, economia e conflitti etnici richiedono regole davvero universali e condivise e mettono in mora tutte le obiezioni "realistiche"

Quando all'indomani di Hiroshima, il fisico tedesco Albert Einstein propose ai grandi della terra di realizzare un governo mondiale per porre al riparo l'umanità dal rischio della proliferazione nucleare, in Occidente fu irriso e in Unione Sovietica fu accusato senza mezzi termini di essere un nemico del socialismo. E quando, ancor prima di Hiroshima, il fisico danese Niels Bohr propose a Winston Churchill, dopo averne parlato con un certo successo a Franklin Delano Roosvelt, di creare un "mondo aperto", senza segreti e governato, con spirito democratico e unitario, onde evitare che la corsa alla nuova arma atomica dividesse gli Alleati impegnati contro il nazifascismo e creasse le premesse per un nuovo e più distruttivo conflitto planetario, rischiò addirittura di essere arrestato per attentato alla sicurezza dell'Occidente. Non c'è dubbio. Quella di un governo politico mondiale è un'idea scandalosa, e persino pericolosa. Perché mette in discussione visioni del mondo e interessi tanto formidabili quanto consolidati. D'altra parte ancora oggi la proposta di un governo mondiale suscita aperta diffidenza: per averla lanciata, il filosofo italiano Norberto Bobbio è stato accusato, non molto tempo fa di essere un nemico del pacifismo. Eppure da almeno quattrocento anni a molti grandi intellettuali il "governo politico di tutta l'umanità" sembra la soluzione più razionale per cercare di risolvere i problemi globali del pianeta.

La pensava così Maxmilian de Béthene, meglio conosciuto come duca di Sully, ministro delle finanze di Enrico IV di Francia, quando nel 1638, al termine della sanguinosa guerra dei Trent'anni, propose di costruire una repubblica federale europea tra i suoi quindici litigiosissimi stati governata in modo unitario da un "molta cristiano consiglio".La pensava così anche il quacchero William Penn (fondatore di una colonia in Nord America che oggi porta il suo nome, Pennsylvania) quando propose nel 1693, una dieta formata dai rappresentanti di tutti gli stati d'Europa capace di prendere decisioni vincolanti con una maggioranza qualificata dei due terzi e che disponesse di una sua forza armata per far applicare le sue decisioni. La pensava così l'Abate Saint Pierre, che intorno al 1714 elaborò un progetto di trattato per cercare di raggiungere una "pace perpetua" nel turbolento mondo cristiano.L'Abate, che era il segretario di Monsieur de Polignac, ministro plenipotenziario di Francia durante i negoziati che portarono alla "Pace di Utrecht", proponeva di creare nell'ambito della Cristianità una "Lega delle Nazioni" che avesse non solo l'autorità di regolare i conflitti tra gli stati in modo che non diventassero armati, ma avesse anche l'autorità per coordinare la politica economica internazionale.

Insomma, anche se il loro mondo iniziava e si concludeva in Europa, già trecento e più anni fa William Penn e l'Abate Saint Pierre avevano chiaro: che ci sono una serie di problemi generali che non possono trovare una soluzione accettabile ed efficace nella normale dialettica tra gli stati nazionali; che per affrontare questi problemi occorre un governo sopranazionale, che un governo sopranazionale, per proporre soluzioni efficaci e accettabili, deve essere "vero". Nel senso che deve sia disporre del monopolio della forza legittima (un esercito proprio) con cui rendere credibili e operative le sue decisioni, sia esercitare una serie di funzioni, politiche appunto, che vanno ben oltre quella di giudice e di " poliziotto" internazionale.

Il pensiero di William Penn e, soprattutto, dell'Abate Saint Pierre ha influenzato molto le idee internazionaliste di grandi filosofi come Montesquieu e Rousseau.

Ma sarà Immanuel Kant a elaborare una vera e propria teoria del governo mondiale, quale espressione di una Stato universale (Per la pace perpetua, Editori Riuniti, 1985) e di un "diritto cosmopolita". Oggi l'idea kantiana è più attuale e realistica che mai. Visto che i problemi globali sono enormemente aumentati in quantità, in qualità e infine in visibilità. E che, come scrive Daniel Singer (A chi appartiene il futuro, Ponte delle Grazie, 2001), "il nostro livello di sviluppo scientifico e tecnologico consente un grado più alto di organizzazione internazionale".

Occorre un governo politico dell'intera umanità per affrontare i problemi della pace e della guerra. Visto che l'attuale stato dei rapporti tra le nazioni non riesce a evitare né le guerre tra nazioni né le guerre interne alle nazioni.

E che, in ogni caso, i conflitti armati coinvolgono ormai sistematicamente le popolazioni civili e si risolvono, troppo spesso, in autentici genocidi. "Turbata dalle atrocità consumate in Algeria, Bosnia, Ruanda o Kossovo - scrive ancora Daniel Singer - la gente chiede non solo l'intervento immediato per fermare il massacro, ma anche una forma di governo internazionale, coi suoi tribunali e mezzi di coercizione". Inoltre, malgrado la fine della guerra fredda, l'attuale stato dei rapporti tra le nazioni non riesce a risolvere il problema della presenza e della proliferazione di arsenali immensi di armi di distruzione di massa (nucleari, chimiche, biologiche ma anche, ormai, convenzionali).

Occorre un governo politico dell'intera umanità per affrontare i problemi economici e sociali del mondo. Visto che la globalizzazione dei mercati, resa intensissima dallo sviluppo tumultuoso delle tecnologie, sta producendo non una diminuzione, ma un aumento delle disuguaglianze economiche e sociali tra le nazioni e all'interno delle nazioni. L'ingiustizia economica e sociale generata dalla estensione dei mercati globali è il frutto non tanto della presenza di una politica (di una politica ingiusta), quanto al contrario dell'assenza della politica (di una qualsiasi forma di politica).Una mano ormai non solo invisibile, ma anche anonima muove decine di migliaia di miliardi ogni giorno sui mercati finanziari senza che nessuna autorità riesca a governarla. Ed è nell'assenza della politica che si muovono, liberi per il mondo, gli "animal spirits" dell'economia di mercato producendo grandi e desiderabili ricchezze, ma anche grandi e inaccettabili ingiustizie.

Occorre, infine, un governo politico dell'umanità per affrontare i grandi temi dell'ecologia. Nel 1992 a Rio de Janeiro le nazioni della Terra convennero, praticamente all'unanimità, che esistono cambiamenti dell'ambiente globale accelerati dall'uomo: i principali sono il clima e l'erosione della biodiversità. Convennero che questi cambiamenti non sono sempre desiderabili. E che spesso pongono problemi che possono essere risolti solo su scala mondiale. A Rio de Janeiro le nazioni della Terra si impegnarono moralmente a trovare, una soluzione unitaria ai problemi dell'ambiente globale. Purtroppo quell'impegno morale stenta a concretarsi in impegni pratici. Lo spirito di Rio si sta dissolvendo, scriveva già nel 1995 Christopher Flavin, vicedirettore del Worldwatch Institute di Washington, perché "sta naufragando la partnership globale invocata dalla conferenza di Rio" (State of the World, ISEDI, 1995).

Lo scudo vagheggiato da Gorge W. Bush e la violazione del trattato Abm che da trent'anni regola la difesa contro i missili balistici; il recente Rapporto sullo Sviluppo Umano pubblicato dalle Nazioni Unite che fotografa una disuguaglianza tra il Nord e il Sud del pianeta senza precedenti; decine di milioni di persone infettate dal virus Hiv che non possono curarsi nel rispetto delle regole di mercato; il collasso del Protocollo di Kyoto sui cambiamenti del clima non sono che alcuni esempi fornitici dalla cronaca di questi giorni del deficit di politica che segna l'attuale stato dei rapporti tra le nazioni.

La pace, l'economia globalizzata, l'ambiente sono i grandi temi presenti sia nell'agenda dei lavori degli otto Grandi che si riuniranno a Genova nei prossimi giorni sia nell'agenda del variegato "popolo di Seattle" che si recherà nella città ligure per contestare l'incontro. In entrambe le agende manca un riferimento forte al "governo mondiale". Forse perché i primi, in qualche modo, pensano e vogliono far credere di esserlo un governo mondiale. E forse perché i secondi, diffidando di quel (presunto) governo mondiale, finiscono per diffidare dell'idea stessa di governo mondiale. L'impressione è che a Genova, proponendo un "mondo aperto", Niels Bohr rischierebbe di nuovo l'arresto per attentato alla sicurezza dell'Occidente. E Albert Einstein, proponendo un governo mondiale, sarebbe di nuovo irriso da alcuni e accusato di essere un nemico del socialismo da altri.

Perché? Perché se i problemi globali aumentano per quantità, qualità e visibilità, l'idea di quello che Ramón Tamames (Un nuovo ordine mondiale, Muzzio, 1992) ha definito "il governo dell'umanità" stenta ad affermarsi, malgrado che geni del pensiero del passato come Immanuel Kant, Albert Einstein e Niels Bohr, e grandi intellettuali del presente, come Norberto Bobbio e Richard Falk la ritengano l'opzione più razionale?

I motivi che impediscono a questa opzione razionale di diventare un'opzione politica credibile sono stati ben indagati e illustrati da Danilo Zolo (Cosmopolis, Feltrinelli, 1995). Risiedono nel fatto che tutte le volte che si è cercata di concretizzarla con la Santa Alleanza nata a Vienna nel 1814, con la Società delle Nazioni creata nel 1920 e, infine, con le Nazioni Unite nate il 25 aprile del 1945 a San Francisco, sono venuti fuori degli organismi inefficienti e dei mostri giuridici. Perché creati per volontà delle potenze dominanti allo scopo di conservare lo status quo. Ciascuno dei tre tentativi è sostanzialmente fallito perché quasi sempre incapace di assumere decisioni efficaci, eque e giuste. E nessuno dei tre tentativi ha prodotto un "vero" governo, capace di prendere decisioni politiche e di farle rispettare, perché le potenze dominanti non hanno inteso delegare a un organismo sopranazionale una parte dei loro poteri. A iniziare dal potere militare.

Ora impedire che i forti del momento diventino prepotenti e spaccino per "governo dell'umanità" la loro interessata volontà è impresa difficile. Imporre, poi, che cedano spontaneamente una parte delle loro prerogative, compreso il monopolio legittimo della forza, è impresa disperata. Ma la quantità, la qualità e la visibilità dei problemi ecologici, economici e militari globali è ormai diventata tale che l'opzione del governo mondiale non è solo la più razionale. E' anche l'unica opzione alternativa all'inedia e al prepotere dei più forti.
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