![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 17 LUGLIO 2001 |
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Energia è una delle parole più diffuse e caratteristiche, ma anche più confuse del nostro tempo. Un secolo e mezzo fa, il Tommaseo ne parlava un po' confusamente come di un termine scientifico ("potenza atta a fare un effetto") o letterario. Nei dizionari contemporanei i due significati principali sono riferiti a una sensazione corporea ("Vigore fisico, specie di carattere nervoso e muscolare", Zingarelli 1994) o ancora a una terminologia scientifica ("attitudine di un corpo o di un sistema di corpi a svolgere un lavoro" essendo questo da intendere non come fatica o opera, ma sempre nel lessico della meccanica: secondo la stessa fonte "grandezza scalare, data dal prodotto dello spostamento del punto di applicazione di una forza secondo la retta d'azione").
Quel che è chiaro, in queste definizioni, è l'origine etimologica: attraverso il latino si risale al greco en ergon, dentro il lavoro. Per Aristotele energeia era quello che noi, con terminologia latina chiamiamo atto: essa sta alla potenza (dynamis ) "come il costruire al saper costruire, l'essere desto al dormire, il guardare al tener gli occhi chiusi pur avendo la vista e come l'oggetto cavato dalla materia ed elaborato compiutamente sta alla materia grezza e all'oggetto non ancora finito" (Met. IX, 6, 1048 a).
Probabilmente la scelta dei fisici di chiamare energia quella quantità che misurava la capacità degli oggetti fisici di determinare effetti su altri corpi deriva dal ricordo della terminologia aristotelica, ma anche dal fatto che essa era ormai del tutto fuori corso, dato che si tratta di concetti assai diversi. Senza entrare nei dettagli, vale la pena di ricordare che ci fu un dibattito abbastanza lungo e confuso nel corso del Settecento, su quale fosse la quantità più importante: quella che noi oggi chiamiamo forza, cioè il prodotto della massa di un corpo per l'accelerazione che le viene impressa in una certa direzione (si tratta dunque di un "vettore"), oppure l'energia che noi oggi chiamiamo cinetica, che consiste in una grandezza senza direzione ("scalare") determinata dal prodotto della massa per il quadrato della velocità.
Una delle grandi realizzazioni della fisica ottocentesca fu la dimostrazione che quest'ultima grandezza è quella fondamentale, e che essa si può trasformare in energia termica, elettrica, elastica ecc. Insomma, se è possibile produrre elettricità usando il movimento, calore usando processi chimici come la combustione, movimento usando il calore, come fanno tutti gli apparecchi che usiamo ogni giorno senza badarci questo è dovuto al flusso di un'entità astratta che chiamiamo "energia". Albert Einstein, all'inizio del Novecento, scoprì che anche la materia può entrare in questa grande equivalenza e che essa può essere descritta in termini di energia. Questo significa in fondo la celebre equazione e = mc˛. Che cosa sia davvero questa onnipresente energia è una domanda troppo metafisica per interessare agli scienziati e anche ai filosofi contemporanei. Certamente, però, si tratta del concetto scientifico più vicino all'antica nozione di sostanza: ciò che è realmente e, trasformandosi, può assume la varie forme o attributi che noi percepiamo. Da questo punto di vista si potrebbe sostenere che l'origine aristotelica del suo nome non è oggi del tutto arbitraria: come se nel lessico agisse una hegeliana astuzia della ragione.
Dal punto di vista tecnologico ed economico, però, l'esistenza di un'unica energia è solo il fondamento della possibilità dei diversi processi industriali che reggono l'industria e la vita quotidiana; quel che conta sono le singole fonti di energia. Così innanzitutto c'è l'energia elettrica (dal greco elektron , ambra, perché questo materiale strofinato produce un campo magnetico che attira piccoli corpi, come sembra scoprì per primo Talete; e nel Settecento la ricerca sull'elettricità partì proprio da questi esperimenti da salotto); poi c'è l'energia nucleare (dal nucleo dell'atomo, espressione nata alla fine dell'Ottocento, quando si scoprì che l'atomo si poteva scomporre, nonostante il nome che lo proclama indivisibile: da un'alfa privativa e temno , tagliare). E quindi ci sono energie chimiche, eoliche, dolci, rinnovabili, idroelettriche, inquinanti, eccetera. Al primo posto fra le "risorse energetiche" c'è il petrolio, olio di pietra chiamato così già nel latino medievale e arrivato in italiano nel Quattrocento attraverso il francese. Naturalmente all'eccesso del nostro "bilancio energetico" viene attribuito il riscaldamento globale che affligge il pianeta.
La prova più curiosa del successo della parola energia la si ritrova in quel luogo sociale avidissimo di mode linguistiche che è l'occultismo (oggi autonobilitatosi a "medicina alternativa", "scienza tradizionale" e così via). I pianeti, dicono gli astrologi, "emettono energie". "Energie", naturalmente "positive" e "negative" sono attribuite alle persone, agli amuleti, ai numeri, e così via. "Energia", capace di scorrere per appositi "canali", naturalmente invisibili, sarebbero quelle su cui agiscono le medicine orientali; "energizzanti" gli scossoni con cui gli omeopati pretendono di imprimere una sorta di "memoria" all'acqua; "energia" sarebbe il "prana" emesso dalle mani dei pranoterapeuti, e così quella che il cartomante trasferirebbe ai suoi tarocchi. Inutile dire che di scientifico in questi discorsi non vi è nulla.