![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 13 LUGLIO 2001 |
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STORIA E IDEE DI UN ECONOMISTA CHE DA QUALCHE TEMPO CONDIZIONA LA POLITICA IN EUROPA E IN AMERICA
La maldestra previsione sulle Reaganomics. L’ostilità alle bolle speculative che condizionano l’economia reale. Un beniamino del popolo di Seattle e del Monde Diplomatique. Dalla Single Tax di Henry George al Partito della Bistecca, tutte le trovate per risolvere i problemi della gente povera
Una proposta concreta nel puzzle ideologico del "popolo di Seattle", ora in procinto di scombussolare Genova? O un volo pindarico di un economista che ha sì preso il Nobel, ma in un’epoca in cui John Maynard Keynes era ancora un dogma, e che per giunta festeggiò quel premio prevedendo che le Reaganomics, la nuova politica economica di Reagan, avrebbe "distrutto l’America"? Il dibattito imperversa sull’imposta di James Tobin, l’economista nato nel 1918 e premiato dall’Accademia di Stoccolma nel 1981. Non è un tipo qualsiasi, Tobin: durante la Seconda guerra mondiale fece un corso da allievo ufficiale di complemento di marina assieme allo scrittore Herman Wouk, divenendone un personaggio, l’allievo Tobit del celebre "Ammutinamento del Caine". Durante la presidenza di John Fitzgerald Kennedy fu uno dei guru economici della Casa Bianca. Il Nobel lo ricevette per gli studi sulle relazioni tra i mercati finanziari e le decisioni di investimento di famiglie e imprenditori. Laureato ad Harvard, insegna però a Yale. Ha elaborato la sua proposta di tassare le transazioni finanziarie internazionali nel 1972, ma i colleghi lo ricordano (e chi lo studia per un esame di economia lo maledice), soprattutto per una teoria degli investimenti "secondo la q di Tobin" e per una "legge della radice quadrata" della domanda di moneta, oltre che per un celebre articolo del 1958 su "La preferenza per la liquidità come comportamento contro il rischio". Oggi sta cercando soprattutto di dimostrare la possibilità di tirare verso il basso la "curva di Phillips", l’inesorabile grafico che oltre a far bocciare tanti studenti dimostra anche l’ineluttabilità di un livello minimo di disoccupazione. Ma, soprattutto, Tobin è l’ultimo dei grandi keynesiani, l’anti-Milton Friedman per eccellenza. Fu leggendo Keynes a 18 anni che dice di essersi innamorato dell’economia. E tutta keynesiana è la sua fiducia nel ruolo dello Stato in economia, di cui deplora che non sia più tanto condivisa dai suoi concittadini. Secondo lui, in seguito alla "perdita di prestigio" che il governo di Washington ha sofferto per effetto del disastro del Vietnam.
La reliquia barbarica dell’oro
Soprattutto, sostanzialmente analoga al disprezzo di Keynes per la "reliquia barbarica dell’oro" è la sua ostilità alle "bolle speculative" che turberebbero l’"economia reale". E la funzione dell’ormai famosa "tassa Tobin" sarebbe infatti duplice. Da una parte, ostacolare i movimenti a breve termine, considerati "speculativi" per definizione, mentre i movimenti "produttivi" di lungo periodo non avrebbero nulla da prevedere. Dall’altra, raccogliere fondi che potrebbero essere "keynesianamente" spesi a "fini sociali" per risolvere i problemi del Terzo Mondo. Per ottenere una Tobin Tax internazionale gestita dall’Onu, la rivista terzomondista "Le Monde Diplomatique" ha lanciato l'associazione Attac, all’avanguardia nel movimento antiglobalizzazione. Quali sarebbero le cifre in ballo? In una lettera all’Onu del 1999, Attac denunciava come "puramente speculative almeno l’80 per cento delle operazioni quotidiane sui mercati di cambio", visto che "tornano ai paesi di origine entro una sola settimana"; e ricordava un calcolo Onu del ’98, secondo cui "40 miliardi di dollari l’anno" sarebbero bastati ad assicurare a tutto il pianeta "l’accesso a un’alimentazione di qualità, all’acqua potabile, e a servizi di base di sanità e istruzione". Secondo il documento, un’imposta compresa tra lo 0,1 e lo 0,25 per cento delle transazioni avrebbe potuto consentire di raccogliere "tra i 90 e i 300 miliardi di dollari all’anno". Come si vede, nel dibattito attorno al G8 di Genova l’aliquota è già lievitata tra lo 0,5 e l’1. Ma già Attac parlava di "terapie da cavallo" sulla base del 50 per cento "e anche più" di imposta come strumento d’urto contro le tempeste monetarie più gravi, da mantenere provvisoriamente per tutto il periodo della turbolenza. Con il che, diventa fondamentale stabilire a chi spetta raccogliere l’imposta, spenderne il ricavato, e decidere quando una tempesta valutaria inizia e quando finisce. Una specie di imposta Tobin nazionale è già stata introdotta dal governo di centro-sinistra cileno. Negli Stati Uniti, una proposta di legge in tal senso è stata presentata nell'aprile 2000 da due congressisti democratici, il rappresentante Peter DeFazio e il senatore Paul Wellstone. In Canada, una mozione è stata approvata dalla Camera dei Comuni nel marzo ’99 grazie alla confluenza della maggioranza liberale sulla proposta dell'opposizione di sinistra. Il 20 gennaio 2000 una risoluzione che chiedeva alla Commissione europea di redigere entro sei mesi un rapporto sulla Tobin Tax, firmata dai gruppi socialista, liberale, verde e comunista è stata bocciata con soli 4 voti di scarto. E un intergruppo di 100 parlamentari pro-Tobin Tax si sta agitando al Congresso brasiliano. Anche se il comportamento di gran parte dei manifestanti anti globalizzazione sembra voler fare di tutto per screditarla, insomma, la Tobin Tax è una cosa seria. Ma non per questo è immune da critiche. Negli Stati Uniti la nascita di una lobby pro-Tobin ha subito provocato la mobilitazione di una contro-lobby, la Freedom Alliance, che ha denunciato la "minaccia alla libertà" e la non credibilità dell’Onu come esattore. Questa è l’obiezione di Mario Sarcinelli, ex ministro del Commercio estero ed ex presidente della Bnl, mentre Umberto Triulzi, il docente di economia internazionale che è presidente dell’Ipalmo, istituto specializzato proprio in problemi del Terzo Mondo, ha osservato come una speculazione tipo quella di Soros sulla lira del 1992 "non l’avrebbe fermata neanche il Padreterno". Dubbi a parte, il comportamento del popolo di Seattle genera sospetti come quello di José Bovè. Il contadino francese, imbestialito per i dazi omicidi Usa sui suoi formaggi, si è accanito contro i McDonald’s (qualcuno l’ha sfasciato), trasformandosi in profeta di una battaglia esattamente opposta. Allo stesso modo, da una parte gli antiglobalizzatori riescono a elaborare come unica proposta concreta una tassa internazionale, senza che vi sia un soggetto legittimato a gestirla. Dall’altra, si mobilitano per impedire la riunione di tutti quei forum internazionali che potrebbero essere gli unici a farsene carico. Ma forse tutte queste polemiche finiscono alla fine per distrarre su quella che forse è la caratteristica più singolare della Tobin Tax: quella, nell’era dei movimenti di protesta antifiscale, di essere un movimento di protesta, e ben vociferante, fiscale. Non contro le tasse, ma per l’istituzione di una tassa nuova. Una tassa nuova che, secondo i suoi supporter, basterebbe di punto in bianco a cambiare il mondo in meglio, e per sempre. Qua e là, nel secolo appena trascorso, ve ne sono state diverse di queste euforie per una trovata economica. Il maggiore C.H. Douglas, scozzese, si mise ad esempio a predicare tra 1919 e 1923 che esisteva un "controllo ebraico" sulla finanza, e che si poteva sconfiggerlo solo "distribuendo ricchezza". Dopo aver letto i suoi libri il preside di un liceo protestante canadese, di nome William Aberhart, fondò nel 1933 un partito che avrebbe governato la provincia dell’Alberta tra 1935 e 1971 e quella del British Columbia tra 1952 e 1972, sulla base di un programma il cui punto qualificante era la distribuzione periodica di soldi ai cittadini come "dividendo sociale". O meglio, avrebbe dovuto esserlo, visto che in pratica la Corte Suprema non glielo permise mai. E il bello è che quando Douglas seppe il modo in cui era stato interpretato da Aberhart, gli diede del "pazzo", venendone ricambiato. Ma in fondo non si trattava che di una variante casereccia di quella "spesa keynesiana" alla base del New Deal di F.D. Roosevelt contro la grande depressione. Così come un antenato casereccio del keynesianesimo può essere conside-rato il Greenback Party fondato negli Usa nel 1875, che nel 1878 avrebbe ottenuto un milione di voti e 14 eletti al Congresso con la semplice richiesta di abolire la convertibilità delle banconote "dal dorso verde" (greenbacks) in oro. Sempre nell’America dell’800 a un certo punto il Partito democratico si innamorò dell’idea che era meglio avere monete in oro e in argento piuttosto che solo in oro. Ma anche l’Italia ha avuto i suoi fissati. C’era l’editore Tedeschi, che presentò il "Partito della Bistecca" per darne una a ogni italiano. C’era il buon Ernesto Rossi che si mise in testa di far creare un servizio civile obbligatorio per farvi produrre tutti i generi di prima necessità e "affrancare i poveri dall’indigenza". C’era la sinistra che nel 1946 pensò di far cambiare tutte le monete "per individuare gli speculatori e gli arricchiti di guerra", proposito che ci volle tutta la perseveranza di Einaudi per sventarlo.
L’imposta sulla terra
Ma la vera antenata della Tobin Tax è la Single Tax di Henry George: un giornalista di Filadelfia il cui best-seller "Progress and Poverty", del 1879, fu uno dei libri americani più letti al mondo fino agli anni 30. La sua semplice tesi era che la proprietà della terra procurava un arricchimento ingiusto e puramente speculativo, e che dunque si sarebbe dovuto espropriarne tutti gli aumenti di valore non derivanti dagli sforzi o dell’intelligenza del proprietario. Come Tobin pensa di poter combattere la fame nel mondo, George diceva che i proventi di questa "imposta sulla terra" sarebbero a tal punto bastati a finanziare l’intera macchina dello Stato da permettere di abolire ogni altra forma di prelievo fiscale, e di lasciarla come imposta unica. "Il suo caso rappresentò una precisa ma duratura dimostrazione del fatto che nessun giornalista può mai riuscire a farsi prendere sul serio come economista" ha scritto John Kenneth Galbraith, che pure è stato l’unico autore di una storia del pensiero economico ad avere il coraggio di inserivi un tale out-si-der. Eppure le teorie georgiste furono lo slogan della spettacolare vittoria dei liberali inglesi nel 1906, influenzarono il programma del Kuo-min-tang di Sun-yat-sen, fecero eleggere un sindaco a Cleveland nel 1901 e un altro a Pittsburgh nel 1933, furono tenute presenti dalla socialdemocrazia svedese nella costruzione del suo modello di redistribuzione fiscale, ispirarono un partito di protesta danese che esiste tutt’ora, sebbene ridotto ai minimi termini. In Italia era di spirito georgista la famosa riforma "bolscevica" del diritto di proprietà fondiaria invano tentata da Fiorentino Sullo all’inizio del centro-sinistra. Secondo Galbraith, è per l’influsso ormai dimenticato ma sempre operante di George che "assieme al Canada e all’Unione Sovietica (il libro è del 1987), gli Stati Uniti mantengono un vivo interesse alla conservazione di una proprietà pubblica del suolo, cioè di un demanio pubblico… Negli Usa non ci sono molti disposti a dichiararsi socialisti ma, grazie a George, nessuno può arrischiarsi a mettere in dubbio le virtù del socialismo quando si tratti di parchi, foreste o terreni pubblici".