![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 10 LUGLIO 2001 |
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I neoilluministi: tutto è relativo Ma altri non ci stanno
Una tavola dei valori comuni che possa fare incontrare credenti e non credenti: un intervento di Marcocchi
Magris: uniti per combattere la paccottiglia religiosa
La società attuale non è né adorante né blasfema nei confronti di Dio: ne prescinde. L'ateo dell'Ottocento, che affermava che Dio non esiste e la cui figura è tramandata dalla tradizione, dalla letteratura, o anche da qualche ricordo che hanno i più vecchi di noi, è diventato raro. Il dimostrare che Dio non è, o che Dio è, non interessa più. Oggi la società vive in un'economia culturale "etsi Deus non daretur", come se Dio non esistesse. L'uomo si dichiara adulto. Adulto significa che è diventato uomo senza nessun'altra pretesa che quella di progettare il processo umanizzante della storia. La nostra cultura ha reso insignificante la domanda stessa su Dio.
"Quaesivi et non inveni", diceva un grande giornalista italiano: ho cercato e non ho trovato. Ma oggi la domanda su Dio, che rivela l'interesse dell'uomo su di Lui, indipendentemente dalla risposta che verrà data, non si formula più. Il vero ateismo accade quando per l'uomo non ha senso porre la domanda, cioè interrogarsi su Dio. L'uomo non ha bisogno di Dio, nel senso che Dio ha cessato di essere una necessità per lui.
Oggi la nostra società è pluralistica, in essa convivono varie visioni del mondo, ma la società frammentata è qualcosa di più cangiante. In fondo, le grandi visioni del mondo coagulavano, oggi il terreno è più mutevole, il mare è più increspato; prevale una morale dell'utile e del provvisorio. Tutto è decisione individuale. Non esiste una norma morale che dipenda strettamente dalla verità.
Cos'è la verità? Non è solo la domanda dello scettico Pilato, ma anche quella di Paolo Flores d'Arcais. La verità per lui è un concetto astratto, inverificabile, che sfugge da tutte le parti come un'anguilla. Diamo pari dignità alle etiche più diverse, afferma Flores d'Arcais, dato che nessuna può pretendere di essere più vera delle altre. I valori e le norme morali diventano punti di vista soggettivi. L'esistenza si frantuma in una successione di esperienze effimere, senza disegno, senza direzione, senza uscita. Giungiamo alle conseguenze estreme dell'individualismo libertario che spinge a fare ciò che piace. Che ognuno faccia quello che gli pare, "cui piace, ei lice". "È proibito proibire", era scritto sui muri della Sorbona nel '68.
Gli spiriti pensosi, sia laici sia cattolici, hanno la consapevolezza della gravità della situazione: rischiamo di finire in un vicolo cieco. Sono sempre stato sostenitore di un incontro tra cattolici e laici, ho sempre pensato che il laicismo intelligente e pensoso fosse per la coscienza cattolica uno stimolo alla riflessione e penso che altrettanto i laici siano consapevoli dei valori che il cristianesimo può dare. Una frattura tra laici e cattolici pensosi sarebbe un danno grande per il nostro Paese.
Il laicismo è certo parola onnicomprensiva nella quale convivono molte tipologie, anche se riconducibili a un denominatore comune: saggezza vuole che si operi un discernimento, che non si faccia di ogni erba un fascio, che si decifri la gamma delle situazioni. C'è il laicismo becero, e c'è il laicismo pensoso di uno scrittore e di un filosofo che ammiro molto: Claudio Magris e Norberto Bobbio. Chi sono i laici? Sono i non credenti? Forse questa definizione è spicciativa. Il laico è l'uomo del dubbio, è l'uomo della tolleranza, è l'uomo di una verità che si va continuamente facendo, che non è radicata in visioni generali del mondo, che è sostanzialmente antidogmatica.
Siano consentite, a questo proposito, alcune esemplificazioni. Eugenio Scalfari, l'ex direttore di Repubblica, neo-illuminista, scrive: "Sono convinto che dopo ci sia il niente. Quale allora il senso globale dell'esserci? La consapevolezza della morte diventa il principio dei nostri atti creativi. Sapere che c'è la morte spinge a valorizzare la vita". Scalfari parla dell'Altro, con la "a" maiuscola. L'Altro, di cui parla Scalfari, non è Dio, pare essere l'uomo o ciò che trascende l'io. È nel rapporto con l'altro uomo che poniamo le domande sul senso e cerchiamo di dare ad esse delle risposte. Dice Giuseppe Vacca, già direttore dell'Istituto Gramsci: "Sono non credente, certamente non ateo". Giulio Giorello, intervistato dal cardinale Tonini nella trasmissione televisiva sui Dieci Comandamenti, quando gli viene chiesto: "Lei è ateo?", ha un trasalimento. Non dice: "Sono ateo" (l'avrebbe detto un positivista della fine Ottocento), ma dice in sostanza: "Non sono credente, certamente non ateo".
Vacca e Giorello non escludono la plausibilità di Dio. Si può essere non credenti ed essere religiosi? Almerina assicura che suo marito Dino Buzzati credeva assolutamente in Dio. Ma quale Dio? Non certo una divinità personale e storicamente incarnata. Buzzati non credeva nella Chiesa come istituzione, tuttavia c'era in lui un "no" ad una dichiarata scelta di ateismo, un "sì" ad un rapporto problematico con la fede. E Magris: "Che cosa può esserci di religioso nella vita di chi non appartiene a una Chiesa?". "Il senso dell'oltre", risponde Magris, la ricerca di un significato che trascenda il piano della storia e della vita. Cosa intende dire Montale quando scrive: "Dio mi fa problema, Cristo no"? Qualcuno, invece, ha affermato: "Dio non mi fa problema, Cristo sì". Cristo non fa problema, nel senso che se ne riconosce la grandezza non solo la grandezza umana, ma anche la divinità. Vale a dire, può far problema l'accettare il Cristo predicato dalle Chiese cristiane, il Cristo della risurrezione, della croce, il Cristo totale, vero Dio e vero uomo. Il cristiano deve avere la capacità di cogliere in queste affermazioni il grumo di verità, deve essere l'uomo dell'attenzione e dell'ascolto. Spesso il cristiano è sbrigativo, pronuncia sentenze, condanna.
Anche oggi la Chiesa ha vasto credito per il suo impegno sociale che supplisce spesso alle carenze e alle assenze dello Stato, ma contemporaneamente è snobbata quando richiede un impegno di fede, perché l'impegno di fede esige che si accetti Cristo vero Dio e vero uomo, e non solo vero uomo.
Oggi è interessante il tentativo di alcuni "laici" di costruire, in polemica con l'etica selvaggia del "fa' quello che vuoi", un'etica in cui, pur prescindendo da Dio, ci sia la distinzione tra bene e male. Salvatore Veca scrive: "Dobbiamo poter distinguere ciò che è bene e ciò che è male nella condotta umana, anche senza l'autorità di leggi date da Dio. Il problema è dimostrare che, se anche Dio è morto, non tutto è permesso". Evidente è il riferimento alle parole di Dostoévskij: "Se Dio non esiste, tutto è permesso". Salvatore Natoli, l'autore di Nuovi pagani, si sforza di costruire un'etica senza Dio, quella che lui chiama l'etica del finito. E per far questo ricorre all'etica greca e la chiama l'etica neo-pagana. L'etica del finito non aspira all'eterno, non si àncora all'idea assoluta di salvezza. Secondo Natoli l'etica del finito è il terreno su cui cristiani e non possono incontrarsi e camminare per un po' di strada insieme, con fecondità. Mi ritornano alla mente le parole di Camus, autore di quel libro straordinario che è La peste: "Quello che mi interessa è di sapere come si diviene un santo. Gli viene risposto: Ma lei non crede in Dio? Proprio questo: si può essere un santo senza Dio? È il solo problema concreto che io oggi conosca: essere un santo senza Dio".
Oggi c'è un ritorno al sacro, come reazione al vuoto religioso della cultura dominante. È un ritorno non privo di ambiguità. La New age annuncia un'epoca nuova, un'età nuova, permeata dall'effusione di un nuovo spirito che è spirito della terra. Bisogna stipulare una nuova alleanza tra uomo e natura, fondere in uno le diverse energie dell'universo, liberare l'eros nelle cose. Questo neo-paganesimo, così diverso da quello di Salvatore Natoli, è una sorta di sincretismo religioso perché mescola frammenti di cristianesimo, astrologia, oriente, gnosi, ecologia. Propone nuove vie per liberarsi dal dolore, per sanare le lacerazioni del mondo e cerca di venire incontro a un bisogno di salvezza per i delusi delle religioni tradizionali, ritenute gerarchiche, repressive, dogmatiche.
Termino con un pensiero di Magris: "Credo che fede religiosa e pensiero illuminista (vale a dire laico) debbano essere alleati contro la paccottiglia irrazionale e superstiziosa sempre più diffusa fra troppe persone che si sentono in dubbio davanti alle verità di fede, ma non hanno più dubbi quando si tratta di credere ciecamente agli astrologi e ai maghi e alla potenza del numero 13". Vale a dire credenti e non credenti uniti ai valori forti.