![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 8 LUGLIO 2001 |
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A Spoleto dibattito su integrazione e identità socio-culturali
Global è
piccolo. Parola di un antropologo indiano che ha studiato in Inghilterra e fa
il professore in America. La sua esperienza, la sua formazione, basterebbero a
fare di Arjun Appadurai, 53 anni, cattedra all'università di Chicago, il
prototipo dell'uomo globale. E invece lui nega che la globalizzazione comporti
anche un'omogeneizzazione culturale. Dice Appadurai: "La globalizzazione
è, in sé, un processo profondamente storico, ineguale e addirittura
localizzante. Non implica necessariamente mercificazione o americanizzazione
del mondo". Secondo lui, insomma, le "forze" imposte dalla
"civiltà globale", assorbite nella società, "tendono rapidamente
ad essere indigenizzate".
A questa
conclusione l'antropologo indiano giunge dopo osservazioni che fin da ragazzo
gli mostravano, tra la popolazione dell'India, una "mentalità" molto
inglese, frutto del colonialismo (quando non si parlava ancora di
globalizzazione): persino nella diffusione del cricket - gioco esclusivamente
britannico - anche negli strati più popolari. Ciò non toglie che restino
precise e ineludibii differenze a marcare i confini di culture diverse. E' su
questo terreno che, secondo Appadurai, la globalizzazione difficilmente
scalzerà le prerogative di "etnicità". "Ci sono prove sempre più
chiare - spiega - che i modelli occidentali di partecipazione politica, di
istruzione e di crescita economica, che avrebbero allontanato le nuove nazioni
dai primordialismi più retrogadi, producono l'effetto opposto".
Chiediamo ad
Appadurai se tra il perdurare dei "primordialismi" non si annoveri
anche il crudele uso della lapidazione o dello stupro di gruppo (esempio di
questi giorni, dal Pakistan) per punire le donne. "Questo - risponde - è
il lato oscuro di un'evoluzione storica, per cui atti che sembrano barbarici
sono in effetti "moderni", come reazione alla globalizzazione. Per lo
stesso motivo il "barbarismo" è legittimato persino dall'assetto
giuridico di paesi gelosi delle loro tradizioni, e durerà finché non si
raggiungerà una nuova articolazione fra Stati, società civile e società
trasnazionale, in modo che la maggioranza della popolazione mondiale non si senta
estromessa ed emarginata dal processo di globalizzazione".
Il primo
libro tradotto in Italia di Arjun Appadurai s'intitola Modernità in polvere
(Meltemi editore), dove l'antropologo indiano - impegnato in una ricerca sul
rapporto tra "violenza etnica" e stati nazionali, i cui primi
risultati presenterà stasera in un incontro a Montecitorio - mette in guardia
da un rischio del nostro tempo. "Molti fondamentalismi razziali, religiosi
e culturali - sostiene in questo saggio - sono alimentati deliberatamente da
diversi stati nazionali con l'intento di reprimere il dissenso".
La cultura
della "identità" e della "differenza" - a dispetto dell'èra
globale - sopravvive e pone nuove questioni sociali ed etiche, oltre che
politiche. "Differenza e (poi) identità", è il tema che ha coinvolto
anche Arjun Appadurai nella seconda tornata di Spoletoscienza (a cura della
Fondazione Sigma-Tau), aperta dallo psicologo e pedagogista americano Jerome
Bruner. Il quale, a 87 anni, è ancora un punto di riferimento per gli studiosi
di scienze umane. Durante un soggiorno di studio in Senegal, Bruner chiedeva ai
bambini chi fossero. Gli rispondevano con il nome del loro villaggio o della
loro tribù: "Non conoscevano la propria identità individuale",
ricorda Bruner. Diversamente da un altro episodio che l'ha molto impressionato,
come esempio di ricerca esasperata della propria autonoma identità. Di un
ragazzo di 23 anni, il cui corpo fu trovato in Alaska, dentro un autobus
abbandonato. Era fuggito dal mondo per essere unicamente sé stesso. Morì di
fame e di freddo, dopo tre mesi. Prima di andarsene si scattò una foto, con
questo messaggio: "Ho avuto una vita felice, ringrazio il Signore".
Tra
"identità" e "differenza", si può anche anelare a modelli
diversi nei quali immedesimarsi per soffrire un po' meno. Come nei casi
studiati da Cheryl Mattingly, antropologa dell'università della California,
che ha dedicato anni di ricerche tra famiglie afro-americane con figli affetti
da gravi malattie o menomazioni. Una bambina paralitica sognava di essere la
Sirenetta di Walt Disney, pure lei senza gambe. Un'altra, colpita da tumore,
perdeva i capelli per la chemioterapia (prima di morire a sei anni), e aveva
tappezzato la stanza con immagini di Pocahontas, la principessa indiana dalla
chioma fluente.
Si persegue la propria identità anche costruendosela su misura, come narrazione di sé stessi. E Jerome Bruner ha reso omaggio a Giambattista Vico, riconoscendogli il primato di aver intuito che la personalità - il "sé" - non è qualcosa di predeterminato, ma si costruisce via via, anche a costo di errori e abbagli che, due secoli dopo, inganneranno gli eroi di Samuel Beckett (Aspettando Godot), "intrappolati" dalle loro azioni (o non azioni). Va meglio, forse, con Pirandello: "Sono come tu mi vuoi"; nella citazione di un assiduo relatore di Spoletoscienza, il semiologo Paolo Fabbri, a smentire le teorie classiche che confondevano l'identità con la memoria, mentre andrebbe piuttosto misurata col metro di ciò che facciamo. E se capita un'amnesia, chi siamo? Ma c'è un'altra domanda, più misteriosa: come mai noi siamo noi? Questi dibattiti non finiscono mai perché la risposta, forse, non esiste.