![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 8 LUGLIO 2001 |
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La discussione, anima della democrazia in una "società aperta"
Non è un caso che Karl Popper, autore nel 1935 della "Logica della scoperta scientifica", dieci anni più tardi, nel 1945, pubblicasse i due volumi de "La società aperta e i suoi nemici". Non si tratta di un caso, perché tra il Popper filosofo della scienza e il Popper filosofo della politica vi è un nesso indisgiungibile, necessario. Difatti, il messaggio di fondo della filosofia della scienza di Popper è che le nostre conoscenze, le nostre teorie scientifiche sono e restano smentibili. E tali sono per ragioni logiche: nessun numero quantunque elevato di cigni bianchi sarà in grado di dimostrare l'asserto che "tutti i cigni sono bianchi".
E, in realtà, dopo aver osservato una quantità sterminata di cigni bianchi, ci siamo imbattuti nei cigni neri d'Australia.
Tutta la storia della scienza è un "preziosissimo" cimitero di teorie errate parzialmente o totalmente. La ricerca scientifica avanza per congetture e confutazioni. E parte sempre dai problemi. E, siccome miliardi di conferme non rendono certa una teoria, mentre un sol fatto contrario logicamente la distrugge - la mostra falsa, cioè la falsifica -, compito dello scienziato serio sarà quello di porre attenzione alle crepe, agli errori delle proprie e delle altrui teorie.
"Evitare l'errore - scrive Popper - è un ideale meschino".
Difatti, se ci confrontiamo con un problema difficile, è facile che sbaglieremo. L'importante è apprendere dai nostri errori. L'errore individuato ed eliminato costituisce il debole segnale rosso che ci permette di venir fuori dalla caverna della nostra ignoranza.
Ebbene, siffatta teoria fallibilista della scienza è il primo fondamentale presupposto della società aperta: se si è consapevoli della propria fallibilità, allora la proposta di alternative e di critiche sarà ricercata con ansia e accettata di buon grado, qualora ci stia davvero a cuore la soluzione dei problemi. Ma "alternative" e "critiche" di propri progetti e ipotesi equivalgono alla discussione.
E la discussione è l'anima della democrazia, della società aperta. L'atteggiamento dello scienziato come quello del democratico è l'atteggiamento - scrive Popper - di chi è disposto ad ammettere: "Io posso avere torto e tu puoi avere ragione, ma per mezzo di uno sforzo comune possiamo avvicinarci alla verità".
La società aperta è la società aperta a più valori, a più visioni del mondo filosofiche e religiose, a più proposte politiche, e quindi a più partiti, alle critiche incessanti e severe dei diversi punti di vista, delle differenti proposte.
La società aperta è aperta al maggior numero possibile di idee ed ideali diversi e magari contrastanti. La società aperta è chiusa solo agli intolleranti.
Questa, dunque, la società aperta. Ma: da che cosa è aperta la società aperta? Essa, nel pensiero di Popper, è aperta dalla fallibilità della conoscenza umana e dalla consapevolezza che, per quel che riguarda i valori ultimi, viviamo e vivremo in un mondo politeista. I valori ultimi non sono "teoremi" quanto piuttosto proposte di vita, ideali di giusta condotta: oggetti delle nostre scelte di coscienza, sfide al nostro coraggio o alla nostra vigliaccheria. I valori non si fondano sulla scienza; si fondano sulla nostra coscienza. E se la società aperta è aperta dalla consapevolezza della fallibilità delle nostre conoscenze e dal pluralismo dei valori, la società chiusa è chiusa dalla pretesa di essere possessori di verità ultime, totali e razionali, magari incontrovertibili e comunque da imporre agli altri.
La demarcazione tra una democrazia e una tirannide Popper la vede istituita dal seguente criterio: "Si vive in una democrazia quando esistono istituzioni che permettono di rovesciare il governo senza ricorrere alla violenza, cioè senza giungere alla soppressione fisica dei suoi componenti. È questa la caratteristica di una democrazia". In altri termini: "La differenza fra una democrazia e una tirannide è che nella prima il governo può essere sostituito senza spargimento di sangue, nella seconda no":
Anche tra persone colte non è raro sentir dire che "la democrazia è il governo della maggioranza" o che "la democrazia è il governo del popolo". Per Popper, però, queste formulazioni non sono di molto aiuto: una maggioranza potrebbe governare tirannicamente; il popolo, tutto un popolo (il "furore" del popolo) potrebbe anche scegliere una tirannide. Se tutti i cittadini di una nazione, e quindi un popolo nella sua più piena totalità, fossero nazisti o stalinisti, avremmo forse una democrazia? Il consenso, dunque, non è sufficiente a stabilire una democrazia. Quel che occorre è esattamente il consenso sul dissenso, cioè il consenso sugli uguali diritti di chi la pensa diversamente, e da qui il consenso sulle regole della società aperta. "Non sono della tua idea, ma sono disposto a dare la vita perché tu possa esprimere la tua opinione". Così Voltaire dichiarava la propria fede nella democrazia.
Un'ulteriore considerazione di grande rilievo. È stato Platone, nell'opinione Popper, a inquinare l'intera teoria politica dell'Occidente, ponendosi la domanda: "Chi deve comandare?". A questa domanda sono state date le più svariate risposte: devono comandare i filosofi; o i religiosi; gli industriali; gli scienziati; un principe di origine divina; un principe armato; questa o quella razza; questa o quella classe. Ebbene, tutte queste risposte - e altre ancora -, sono risposte insostenibili ad una domanda irrazionale.
La domanda platonica ("Chi deve comandare?") presuppone l'esistenza - che non si dà - di qualcuno, di qualche gruppo, di qualche razza o qualche classe che sarebbero venuti al mondo con l'attributo della sovranità sugli altri. La domanda è semplicemente irrazionale perché ci manda alla ricerca di ciò che non esiste. Razionale, invece, è - secondo Popper- quest'altro interrogativo: "Come possiamo organizzare le istituzioni politiche in modo da impedire che i governanti cattivi o incompetenti facciano troppo danno?". Non chi deve comandare; ma come controllare chi comanda: questo vogliono sapere uomini fallibili i quali costruiscono, perfezionano e difendono quelle istituzioni (le "regole della democrazia") che ci consentono di convivere con altri uomini portatori di idee ed ideali diversi e magari contrastanti. Questa è la concezione popperiana di una società libera. E per evitare malintesi - Popper precisa - desidero chiarire compiutamente che uso sempre i termini "liberale", "liberalismo", ecc., nel senso in cui questi sono tuttora usati in Inghilterra Per liberale non intendo una persona che simpatizzi per un qualche partito politico, ma semplicemente un uomo che dà importanza alla libertà individuale ed è consapevole dei pericoli inerenti a tutte le forme di potere e di autorità.
La società aperta ha i suoi nemici, a cominciare - scrive Popper - da Platone. Il filosofo-re di Platone si reputa in possesso di una verità assoluta da imporre agli altri.
Platone fu il Giuda di Socrate. In base a questa presunzione, Platone - un grande uomo il quale commise grandi errori - teorizzò la "società chiusa". Talché, ammonisce Popper, "la lezione che noi dovremmo apprendere da Platone è esattamente l'opposto di quanto egli vorrebbe insegnarci. È una lezione che non deve essere dimenticata. Per quanto eccellente fosse la sua diagnosi sociologica, lo sviluppo stesso di Platone dimostra che la terapia che raccomandava è peggiore del .male che tentava di combattere Noi non possiamo mai più tornare alla presunta ingenuità e bellezza della società chiusa. Il nostro sogno del cielo non può essere realizzato sulla terra". Da Platone ad Hegel. La filosofia di Hegel è - per Popper - apologia dello Stato prussiano e del mito dell'orda; costituisce l'arsenale dei moderni movimenti totalitari; ed è da essa che scaturiscono gli aspetti peggiori del marxismo: la fede storicista in ineluttabili leggi della storia e il totalitarismo. Il marxismo per Popper è stato solo un sogno metafisico intriso di una realtà crudele. Il marxismo, conclude Popper, è morto di marxismo.