RASSEGNA STAMPA

7 LUGLIO 2001
FRANCO PRATTICO
Il codice segreto dell'individuo

Se perdiamo la memoria

 

E' il codice segreto della nostra individualità, il filo rosso che tiene insieme gli infiniti frammenti delle nostre esperienze di vita: la memoria. Perciò perderla è un po' come perdere se stessi. Purtroppo è anche una funzione che gli stessi psicologi, neuroscienziati e neuroanatomisti che la stanno indagando definiscono "fragile". Le ricerche di cui si ha notizia sembrano indicare che questo filo conduttore - che rende unica e irripetibile la nostra vita - sia alla base della formazione e della conservazione dell'Io individuale, e anche del nostro rapporto col mondo, o delle nostre specifiche reazioni ai suoi stimoli.
Che la memoria sia fragile lo può testimoniare ognuno di noi. Quante volte ci è accaduto di dimenticare il nome di battesimo di un amico o d'un conoscente, di "perdere" un numero telefonico che pure sapevamo di avere, o il nome di una località che era, come si suole dire, "sulla punta della lingua". Tutti, senza eccezioni, andiamo soggetti a piccole, temporanee amnesie, specialmente se siamo in condizioni di stress emotivo. Ma si tratta di minuscoli episodi che non ci devono allarmare, perché la quantità di informazioni contenute nel nostro cervello è enorme, anche se forse non ce ne rendiamo neppure conto: vuol dire che nel processo di "richiamo" di un'informazione che senza dubbio giace nei nostri magazzini mnemonici, è subentrata temporaneamente un'altra delle fondamentali funzioni cerebrali, che è l'oblio: una sorta di nettezza urbana che ci difende proprio dall'inflazione di informazioni che allagano le nostre aree cerebrali.
Ma la perdita della memoria non è solo un problema individuale: la memoria collettiva ("storica") di un popolo, di una cultura, di un Paese, è soggetta anch'essa ad amnesie più o meno gravi e più o meno durature. Con conseguenze che investono non solo il suo presente, ma anche la sua capacità di autoindividuarsi e interagire con se stesso e col resto del mondo: è proprio su questa temporanea cancellazione della capacità critica sorretta dalla memoria storica, che puntano i venditori di mode o di automobili usate, i persuasori occulti di qualsiasi specie.
Ma i problemi individuali sorgono quando delle lesioni o delle gravi patologie devastano questa cassaforte della nostra individualità, danneggiando alcune delle aree cerebrali deputate a particolari funzioni mnemoniche. Come l'Alzheimer, che distrugge le "librerie" della memoria individuale, strappandoci al nostro passato, la sindrome di Korsakoff, una gravissima conseguenza cerebrale dell'alcolismo prolungato, il morbo di Huntington, etc.
Sono malattie della memoria collegate a patologie di alcune regioni cerebrali, che oggi le neuroscienze indagano proprio per localizzare le aree interessate e per individuare i potenziali rimedi. In realtà, rileva uno psicologo di Harvard, Daniel Schachter, in un libro pubblicato in Italia da Einaudi (Alla ricerca della memoria), già recensito su queste colonne da Massimo Ammaniti, esistono diverse memorie, ognuna probabilmente con la propria localizzazione: da quella "a breve", che ci consente di ricordare per pochi attimi stringhe di numeri o di nomi, a quella stabile, fissata forse a livello delle giunzioni sinaptiche, e che interessa alcune delle aree più nobili dell'encefalo, come i lobi temporali, forse il luogo dove i brandelli mnemonici vengono organizzati e riuniti per formare un disegno coerente, quello che appunto configurerà la "narrazione" del nostro Io.
Ma non basta: utilizzando avveniristiche tecniche di indagine, diagnostiche e psicologiche, i neuroscienzati riescono a definire diversi livelli di memoria. Da quella procedurale, che coinvolge atti e comportamenti che abbiamo appresi da piccoli, e che comporta le nostre reazioni primarie agli stimoli del mondo esterno - come camminare, correre, apprendere la lingua-madre, parlare, etc. -, a quella "cosciente", che fissa spesso indelebilmente ciò che apprendiamo, e che è il supporto di ogni cultura umana, fino a quella che Schachter definisce "implicita": ciò che non sappiamo di ricordare, ma a cui facciamo inconsciamente ricorso, ad esempio, eseguendo automaticamente una serie di procedure come quelle richieste dalla guida dell'automobile. Ogni giorno nei laboratori di mezzo mondo gli scienziati compiono nuovi piccoli passi nella complessa e difficile esplorazione della mente umana, attraverso lo studio delle patologie che la colpiscono, portando così alla luce almeno i contorni di un continente nel cui cuore si cela il segreto del nostro rapporto col mondo e la radice più profonda del nostro Io.
Sono ormai numerosi i libri sulle patologie cerebrali e sulla topografia del cervello. Si parte da "classici" come L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello di Oliver Sacks, uscito da parecchi anni e ripubblicato di recente da Adelphi e si arriva allo sconvolgente Un mondo perduto e ritrovato di Aleksandr Lurija, pubblicato dagli Editori Riuniti (pagg. 186, lire 20.000) con la prefazione appunto di Oliver Sacks e postfazione di Luciano Mecacci.
Il libro di Lurija tratta un "caso" in cui la distruzione della memoria non è stata provocata da una malattia, ma da un evento traumatico. Il 2 marzo 1943, un giovane soldato sovietico, l'ufficiale di prima nomina L. Zasetskij, viene gravemente colpito alla testa da una scheggia "con danno massivo alla regione occipito-parietale sinistra del cervello", con conseguenze terribili: si salva - nel senso che rimane in vita - ma piomba in un caos dove tutto, dalla visione alla memoria, è frantumato, ridotto in brandelli incoerenti. Persino la percezione del proprio corpo nello spazio, e in particolare del suo lato destro, è come dissolto in una nebbia nella quale non riesce a raccapezzarsi: "E' continuamente incerto", scrive Lurija, "circa il suo corpo: qualche volta pensa che delle parti del suo corpo siano cambiate, che la sua testa sia divenuta smoderatamente grande, il suo tronco sia estremamente piccolo, le sue gambe si siano spostate: forse sulla testa". Ma il danno più grave riguarda proprio la memoria, il linguaggio e il pensiero: "Non riesco a ricordare una sola parola...nella mia memoria non c'è nulla. Tutto ciò che è rimasto nella memoria", scriverà anni dopo, "è stato polverizzato, letteralmente frantumato in parti a se stanti, senza alcun ordine". Non ricorda neppure il nome del suo paese natale, di sua madre, delle sorelle, non sapeva più né leggere né scrivere.
Ebbe poi la fortuna di essere seguito per anni dal maggiore neuropsicologo russo, appunto Lurija. E sotto la sua guida sviluppò un'implacabile determinazione a recuperare qualche brandello di normalità. Dapprima imparò di nuovo a leggere e scrivere, sillabando come un bambino delle elementari. Poi, presa carta, matita e quaderni, per venticinque anni registrò faticosamente, giorno per giorno, non solo i frammenti sparsi recuperati negli anfratti del suo cervello devastato, ma anche le sue esperienze attuali, mettendo in ordine il tutto, ricostruendo così il filo della sua vita: perciò "un mondo ritrovato", come è stato titolato questo libro.
Un approccio - osserva nella prefazione Sacks, citando lo stesso Lurija - che pone in contrasto scienza "classica" e scienza "romantica". "Gli scienziati classici guardano gli eventi nei termini delle loro parti, isolando passo per passo unità ed elementi importanti, andando dai più semplici ai più complessi, dai fatti concreti verso le formulazioni astratte di leggi generali. In conseguenza di ciò la realtà vivente con tutta la sua ricchezza di fatti si riduce a schemi aridi e astratti. La totalità vivente va perduta, fatto questo che suggerì a Goethe la famosa massima: "Grigia è qualunque teoria, ma sempre verde è l'albero della vita". Il secondo tipo di scienziato (e di scienza) è esattamente l'opposto. I "romantici" della scienza non vogliono né suddividere la realtà vivente nelle sue componenti elementari, né comprimere la ricchezza degli eventi della vita concreta entro modelli astratti, svuotati delle qualità dei fenomeni reali. Pensano che sia della massima importanza preservare integra la ricchezza della realtà vivente e aspirano a una scienza che non perda questa ricchezza".
Un'impostazione "eretica" rispetto ai canoni dominanti oggi nella ricerca, a cui sembrano aderire anche il grande Sacks e coloro che reputano che l'indagine sull'uomo, sulla vita e sulla mente richieda approcci differenti da quelli necessari per l'esplorazione del mondo degli elettroni e delle particelle elementari. E chissà che un approccio di questo tipo non consenta di scoprire nuovi universi conoscitivi, un modo diverso di approcciarsi all'uomo, alla sua mente e tramite questa al mondo.
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Scienze Cognitive