![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 2 LUGLIO 2001 |
|
Né mappe, né confini, né centro
In un libro la crisi del modello di spazio dell'età moderna di fronte al mondo globalizzato
Invitati a danzare al ritmo dei tamburi a festa senegalesi, si legge qui accanto, gli italiani restano irriducibilmente seduti, inchiodati ai loro sedili. L'ultimo libro di Carlo Galli, (Spazi politici. L'età moderna e l'età globale, Bologna, Il Mulino, 2001) aiuta a capire le ragioni, terribili e possenti, della loro timidezza, della nostra paralisi. A patto di un'immediata e decisa presa di distanza dal testo stesso. O, se si vuole, la dichiarazione di un punto di vista ancora più urgente.
Il tentativo di comprensione del processo di globalizzazione sembra ancora oscillare tra due principali modi, uno fenomenologico, l'altro metaforico. Alle spalle del primo ricade ogni riduzione dei processo in questione a problema anzitutto d'ordine pubblico, come dopo Seattle capita sempre più di leggere suoi organi d'informazione. Al secondo appartengono invece analisi come quella di cui qui si discute, in cui per spazio s'intende il contenuto delle rappresentazioni spaziali implicite nel pensiero politico. Così, ad esempio, nel mondo greco anche la piramide del comando sul campo di battaglia (la gerarchia insomma) costituirebbe una forma spaziale. Alla stessa maniera, l'Europa feudale risulterebbe "uno spazio della differenza organizzata verticalmente". Proprio la crisi di tale spazio, qualitativamente differenziato, sarebbe all'origine della modernità, epoca di uno spazio "vuoto di misure, dequalificato e indifferenziato", tendenzialmente unico e universale, lo spazio "liscio", unitario, neutralizzato che trova l'espressione più compiuta nella formazione dello Stato continentale. E' qui che si resta davvero perplessi, perché emerge un paradosso, secondo il quale il Moderno sarebbe privo di misura. All'origine del paradosso si trova il significato letterale del termine spazio, che deriva dal greco stadio inteso appunto come unità di misurazione metrica. Non resta, per evitare l'assurdo, che assegnare anche a "misura" un significato metaforico. Infatti misura vuoi appunto dire per Galli "intrinseca misura politica", secondo la convinzione che mentre ancora nel medioevo è lo spazio stesso il portatore di quest'ultima, dopo al contrario è la politica a determinare lo spazio, attraverso la determinazione dei sovrano. E all'interno dello spazio moderno, che è quello dello Stato ma è anche quello della cittadinanza, la mobilità individuale resta soltanto a patto di rinunciare alla propria natura che genera conflittualità, soltanto nella forma della stabilità, che è funzionale alla convivenza. Questo, appunto, il motivo del mancato ballo degli italiani, soggetti moderni se paragonati ai loro ospiti senegalesi. Dunque, propriamente parlando, soggetti spazializzati, opposti ad altri soggetti - questo è il punto - globalizzati, scampati cioè in qualche grado all'adesione ai moderni modelli occidentali. Perché proprio dal contrasto tra il modello di spazio e quello di globo deriva la diversità dei comportamenti.
E' stato Plutarco a tramandare, tra gli altri, che all'uscita del labirinto Teseo improvvisò la danza delle gru. E tecnicamente labirinto e globo sono esattamente la stessa cosa: un ambito in cui tutti i punti possono essere centro. Si badi. Fin dall'origine il labirinto è lo spauracchio della cultura occidentale per un motivo ancora più sottile, ma strettamente collegato all'assenza di un centro fisso: esso non sopporta la rappresentazione, la riduzione ad immagine, ma proprio e soltanto perché un'immagine ha fatalmente uno ed un solo centro. Come ogni carta geografica (l'esatto contrario del labirinto) esemplarmente testimonia. Sicché l'opposizione è proprio e soltanto quella tra globo e mappa, tra la struttura che dall'origine abitiamo, e la sua addomesticata versione, inavvertitamente assunta come neutra e invece matrice e veicolo proprio di quel concetto di spazio che appunto nella modernità cele-
ce e veicolo proprio di quel concetto di spazio che appunto nella modernità celebra il suo trionfo. E che soprattutto in epoca moderna impone al Politico, esattamente al contrario di quanto Galli sostiene, la sua forma e la sua natura. Quello che Galli definisce lo "spazio liscio" della statualità moderna è, in termini tecnici, nient'altro che lo spazio geometrico, vale a dire l'ambito connotato dalle qualità che la geometria euclidea assegna all'estensione: la continuità, l'omogeneità, l'isotropismo, caratteristiche senza le quali il territorio statale (lo stato moderno territoriale centralizzato, secondo la definizione di Carl Schmitt) sarebbe impensabile, e di cui proprio la rappresentazione geografica, ovvero cartografica, è matrice. E lo stato moderno è il soggetto che, insieme al monopolio del terrore, detiene anche quello della produzione spaziale. Sul globo invece non vi è il minimo pezzetto di spazio,
nel senso che la sfera e il piano sono l'un l'altro strutturalmente irriducibili, esattamente come per il Galli, giustamente, il processo di globalizzazione riesce irriducibile alle categorie politico-spaziali della modernità. Sulla sfera esistono soltanto linee curve, la sua forma è chiusa, ad una piccola superficie corrisponde un grande volume. La mappa al contrario ha forma aperta e linee diritte, ed è su tali proprietà che si fonda la sintassi del territorio statale, che non è né naturale né politica, ma semplicemente spaziale, cioè cartografica. Così sbaglia davvero chi, nell'affanno di tracciare una genealogia della globalizzazione, vedesse una continuità tra il moderno e il post-moderno, cioè l'oggi. E' l'errore di Franco Volpi, che nel recensire qualche giorno fa su La Repubblica il libro in questione, definiva Il giro dei mondo in ottanta giorni di Verne (1872) il capolavoro della letteratura della globalizzazione. Al contrario, esso è semmai il capolavoro delle letteratura dello spazio, perché dominato appunto dalla regola spaziale, fondata sulla riduzione del mondo a tempo di percorrenza (la imperiale celeritas di Giulio Cesare), dunque sulla logica di scala. Nella logica globale non esiste al contrario nessuna scala, sicché tempo e spazio non contano quasi nulla. Ma essa va ancora riconosciuta, ed è questo il compito davvero urgente, per cui metafore e approcci fenomenologici non sono gli strumenti più utili. La più grande ingenuità (che non è né di Galli né di Volpi) sarebbe di pensare che sia possibile affrontare l'analisi del processo di globalizzazione armati delle categorie cui siamo abituati, di riconoscere che il mondo è cambiato ma di non cambiare i nostri modelli d'interpretazione. Si tratta invece di correre il rischio indicato qualche anno fa da Regis Debray: di ammettere che l'arcaico non è quel che una società si lascia dietro, nella misura in cui essa diviene urbana, industriale, internazionale, ma può essere anche quel che l'attende come esito dì tali trasformazioni.