![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 1 LUGLIO 2001 |
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Accusato (Rosmini) di essere antiromano, auspicava che la Chiesa guidasse il processo di unificazione italiana/Rumi: "Una figura da riconsiderare al di là di ogni steccato". Possenti: "Nelle sue opere molti germi di futuro"
"Provi a pensarci: un anno fa eravamo qui a interrogarci sulla beatificazione di Pio IX, oggi arriva la notizia della "Nota" della Congregazione per la dottrina della fede su Rosmini. Mi sembrano due fatti che vanno nella stessa direzione". Quale? Lo storico Giorgio Rumi, grande conoscitore del periodo risorgimentale, in cui il pensiero rosminiano fu anche oggetto di strumentalizzazione, risponde con prontezza: "Ci stiamo muovendo verso quella purificazione della memoria che sta
tanto a cuore a Giovanni Paolo II. Una purificazione che, nel caso di Rosmini, comporta il definitivo superamento di antiche passioni e di vecchi steccati. Del resto, è da molto tempo che, in campo filosofico, è possibile dirsi rosminiani senza suscitare sospetti".
Ma che cosa significava, nell'Italia del Risorgimento, prendere posizione in favore del Roveretano? "Significava schierarsi a favore di un cattolicesimo liberale aperto a soluzione del problema politico italiano diverse da quelle che derivavano dall'accettazione del principio di legittimità e, quindi, alla conservazione dello Stato pontificio - spiega Rumi -. Ma questo non significa in alcun modo che Rosmini abbia mai assunto una posizione antiromana. In una sua lettera al cardinal Castracane,
anzi, viene espresso l'auspicio che la Chiesa si ponga alla guida del processo di unificazione non soltanto in Italia, ma anche in Germania. Rosmini pensava, insomma, alla cattolica Vienna come capitale della nuova nazione germanica. E se questo fosse accaduto la storia d'Europa avrebbe avuto tutto un altro corso".
Oltre che sul piano storico e politico, il ruolo di Rosmini risulta ormai ben individuato anche per quanto riguarda il suo profilo di pensatore. Ne è convinto il filosofo Vittorio Possenti, che invita a inserire le riserve ottocentesche nel contesto culturale dell'epoca. "La scelta di Leone XIII a favore della Scolastica, e del tomismo in particolare, ma anche l'atteggiamento severo di una parte della
Compagnia di Gesù - sottolinea - impedirono di apprezzare il carattere pionieristico e innovatore di testi come la Filosofia della politica e la Filosofia del diritto. Ma direi che tutta l'opera di Rosmini, guardata con obiettività e in prospettiva storica, appare oggi come una delle acquisizioni più importanti della filosofia cattolica negli ultimi due secoli. Anche se oggi lo stile rosminiano può risultare difficoltoso per il lettore, nelle pagine del Roveretano ci sono ancora molti germi di futuro".
Per esempio? "Penso anzitutto alla forte impronta personalistica del suo pensiero, ma anche, per quanto concerne la visione politica, alla critica del "perfettismo", e cioè di quella pretesa di realizzare "nelle cose umane un esito perfetto" che contiene già, in nuce, la condanna dei totalitarismi novecenteschi. E ancora il rifiuto di ogni esasperazione razionalistica in campo teologico ed esegesi, alla quale si accompagna il tentativo di misurarsi coraggiosamente con il problema di Dio, come accade nella Teosofia e nella Teodicea".
La "Nota" della Congregazione, però, sostiene che "resta... affidata al dibattito teoretico la questione della plausibilità o meno del sistema rosminiano". Come va interpretato questo accenno? Il punto più delicato - osserva Possenti - riguarda la sua dottrina delle idee che, a partire da posizioni di ritrovato platonismo, cerca prima di dialogare e poi di prendere le distanze rispetto al pensiero di Kant e, successivamente, di Hegel. Sono posizioni che di sicuro non coincidono con la tradizione della Scolastica, ma che, francamente, non mi pare abbiano rilevanza strettamente teologica. E infatti anche la "Nota" fa riferimento a un dibattito da affrontare in sede teoretica".