RASSEGNA STAMPA

1 LUGLIO 2001
editoriale
EINSTEIN Non solo genio della fisica ma maestro di etica e di politica La fiducia nella tecnologia, lo strenuo impegno per la pace

Comincia oggi una serie di pagine, con cadenza settimanale, che "Il Tempo" dedica ai grandi pensatori del Ventesimo secolo. Una carrellata su nomi fondamentali per la cultura del Novecento, un affresco sulle idee che hanno vivificato i cento anni appena trascorsi e la cui eredità continua a illuminare i nostri giorni.
Albert Einstein (1879-1955) è fuori di dubbio il più grande teorico della fisica del Novecento. E qui va detto che proprio la fama di scienziato ne ha spesso occultato anche presso il più ampio pubblico colto le preziose riflessioni relative ai valori morali, ai sistemi politici o all'educazione.
Fatto prima oggetto di vergognosi insulti da parte dei nazisti, ancora nel 1952 la sua teoria della relatività veniva attaccata da un accademico sovietico perché contraria al materialismo dialettico, la filosofia ufficiale dell'allora Unione Sovietica.
Informato al riguardo da una lettera, Einstein rispose in tono scherzoso, dicendo che la cosa lo rallegrava notevolmente.
Ciò nonostante, turbato da tempo dalle limitazioni imposte in Russia alla libertà di pensiero e alla libertà di stampa, egli scrisse il seguente aforisma che venne pubblicato nel 1953: "Nel campo di coloro che cercano la verità, non esiste alcuna autorità umana. Chiunque tenti di fare il magistrato viene travolto dalle risate degli dèi". E scrisse inoltre versi mordaci sulla Saggezza del materialismo dialettico: "Con sudori e fatiche immani/ Un granello di verità speri di vedere?/ Oh sciocco! Ammazzarti lavorando!/ Il nostro partito crea la verità con decreti/ Qualche fiero spirito osa ancora dubitare?/ Il cranio sfondato è la sua pronta ricompensa/ Così gli insegniamo, come mai prima d'ora,/ a vivere soavemente d'accordo con noi".
Tedesco di nazionalità (ma rinunciò alla cittadinanza tedesca quando Hitler salì al potere), ebreo di origine, sospettoso nei confronti di ogni autorità, Einstein si è schierato con appassionata convinzione e da sempre con i fautori della pace, coi sostenitori della tolleranza e con i difensori di una adeguata formazione razionale degli esseri umani.
Non è raro cogliere al giorno d'oggi presso non pochi intellettuali un atteggiamento ostile nei confronti della tecnica, in quanto essa da mezzo si sarebbe trasformata in fine venendosi a configurare come un gigantesto apparato che cresce in modo esponenziale senza la minima preoccupazione per gli urgenti problemi umani - a cominciare da quelli dell'ambiente per finire a quello della salute e a quello della fame nel mondo.
La realtà, però, è ben altra, innanzi tutto perché solo la tecnologia può riparare gli eventuali danni prodotti da un uso improvvido della tecnologia e poi perché immensi sono i benefici che la tecnologia ha procurato all'umanità.
In una delle sue ultime conferenze Karl Popper ha sostenuto che è stata la lavatrice a costituire un elemento fondamentale per la liberazione della donna. Ed ecco Einstein: "L'effetto pratico più appariscente della scienza è il fatto che essa rende possibile l'invenzione di cose che arricchiscono la vita, anche se nel contempo la complicano: invenzioni quali la macchina a vapore, le ferrovie, l'energia e la luce elettrica, il telegrafo, la radio, l'automobile, l'aeroplano, la dinamite, e così via. A queste dobbiamo aggiungere le scoperte della biologia e della medicina in difesa della vita, e, più in particolare, la produzione di preparati per alleviare il dolore e i metodi di conservazione dei generi alimentari".
Ebbene, prosegue Einstein, "il beneficio pratico maggiore che tutte queste invenzioni apportano all'uomo lo vedo nel fatto che esse lo liberano da quell'eccessivo ingrato lavoro muscolare che un tempo era indispensabile già per la sola sopravvivenza. Nella misura in cui possiamo affermare che oggi la schiavitù è stata abolita lo dobbiamo alle conseguenze pratiche della scienza". Tutto ciò, ovviamente, senza chiudere gli occhi dinanzi ai gravi problemi e alle conseguenti e pesanti responsabilità che le possibilità dell'innovazione tecnologica ci costringono a fronteggiare.
Attento ai problemi della formazione, Einstein ci ha lasciato riflessioni preziose sulla scuola. "La scuola - egli ha scritto - ha sempre costituito il mezzo più importante per tramandare i valori della tradizione da una generazione all'altra. Ciò è vero oggi anche più che nel passato poiché la famiglia è stata sminuita come portatrice della tradizione e della educazione dal moderno sviluppo della vita economica. La continuità e la salvezza della società umana dipendono perciò dalla scuola in misura ancora maggiore che nel passato".
E se da una parte è compito della scuola "di sviluppare nei giovani quelle qualità e quelle capacità che rappresentano un valore per il benessere della comunità", dall'altra questo non significa affatto che "l'individualità deve essere distrutta e che l'individuo debba diventare un semplice strumento della comunità come un'ape o una formica". Una comunità di individui tutti uguali è una comunità senza futuro. L'obiettivo di fondo della scuola deve essere, ad avviso di Einstein, "l'educazione di individui che agiscano e pensino indipendentemente, i quali, tuttavia, vedano nel servizio della comunità il loro più alto problema di vita". È la costruzione di menti critiche quanto sta veramente a cuore ad Einstein. E per questo egli non se la sentì di schierarsi dalla parte dei sostenitori di scuole ad orientamento tecnico-scientifico o dalla parte dei sostenitori di scuole ad orientamento umanistico. Egli, piuttosto, pose l'attenzione su di una pedagogia centrata sui problemi. Sui problemi in cui un allievo inciampa, che egli abbraccia e che tenta di risolvere - "e ciò vale sia per i primi tentativi di scrivere del bambino, nelle scuole elementari, sia per la tesi di dottorato, dopo la laurea universitaria, sia per il semplice processo di mandare a memoria una poesia, sia per la stesura di una composizione, per l'interpretazione e la traduzione di un testo, per la risoluzione di un problema matematico o la pratica di uno sport fisico".
In breve: non vale proprio la pena - afferma Einstein - mettersi a discutere sulla maggiore o minore importanza, per esempio, della chimica o della letteratura. La verità, dice Einstein, è che "se un giovane ha allenato i propri muscoli e la propria resistenza fisica con la ginnastica e con le passeggiate, egli sarà adatto più tardi a ogni lavoro fisico. Ciò è anche vero per l'allenamento della mente e per l'esercizio dell'abilità mentale e manuale".
Dunque: costruzione di menti critiche - sta qui il messaggio "pedagogico" di Einstein. E si tratta di un messaggio che oggi ha ancora più valore di ieri, giacché sempre più gli uomini dovranno muoversi tra ingenti masse di informazioni da selezionare e vagliare. E le cose vanno ben oltre. Difatti, come ci è dato constatare, sotto la pressione dell'innovazione tecnologica molti "mestieri" mutano, alcuni scompaiono, altri prima impensabili diventano necessari. Di conseguenza, le aziende non hanno bisogno di addetti che conoscano "un" mestiere, di persone "specializzate in qualche cosa" - hanno piuttosto bisogno di persone che sappiano cambiare mestiere.
Da qui l'urgenza di una preparazione altamente teorica proprio in vista della formazione professionale. Nulla vi è di più pratico di una buona teoria. Ed ecco, sull'argomento, Einstein, nel 1936: "Lo sviluppo dell'attitudine generale a pensare e giudicare indipendentemente, dovrebbe sempre essere al primo posto, e non l'acquisizione di conoscenze specializzate. Se una persona è padrona dei principi fondamentali del proprio settore e ha imparato a pensare e a lavorare indipendentemente, troverà sicuramente la propria strada e inoltre sarà in grado di adattarsi al progresso e ai mutamenti più di una persona la cui istruzione generale consiste principalmente nell'acquisizione di una conoscenza particolareggiata".
Difensore strenuo della libertà degli individui e della pace tra i popoli, di fronte al pericolo di una Germania nazista che, se fosse arrivata prima della costruzione della bomba atomica, l'avrebbe di certo usata ai fini della conquista e dell'oppressione dell'intero mondo, Einstein - dopo un colloquio con Fermi e Szilard - non esitò a scrivere al presidente Roosevelt: "Alcuni recenti lavori di E. Fermi e di L. Szilard, che mi furono presentati manoscritti, mi convincono che l'elemento uranio possa essere usato come nuova ed importante fonte di energia nel prossimo avvenire Una bomba di questo tipo che esplodesse in un porto potrebbe assai facilmente distruggere l'intero porto insieme al territorio circostante". Le conseguenze di questa lettera sono note a tutti.
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