![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 28 GIUGNO 2001 |
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Tra storia e filosofia due nuovi saggi inseguono la "figura" dell'inganno nell'esperienza del pensiero umano. Dal mitico Prometeo al campione di falsità Ulisse, da Pinocchio a Dylan Dog. Ma dove sta di casa la verità?
Mille le menzogne, una sola verità.0, più cinicamente, "le menzogne sono tante e la verità nessuna", come recitano le parole della Caverna di José Saramago che Andrea Tagliapietra cita nell'epigrafe della sua Filosofia della bugia (Bruno Mondadori, pagg. 464 pagine, lire 48mila). Stampate su fondo bianco, nella prima pagina del volume si presentano come un avvertimento e un'ipotesi di ricerca che lo studioso si impegna a verificare compiendo una lunga traversata tra le "figure della menzogna" che hanno in vario modo informato l'esperienza nel corso della storia del pensiero.
E, in effetti, le osservazioni che riporta dal suo viaggio documentano anzitutto la vastità e la varietà del territorio disertato dal vero. Costeggiando "l'arcipelago frastagliato dell'inganno", Tagliapietra si avventura in un conglomerato geografico dai contorni così mutevoli e irregolari che difficile sarebbe darne una descrizione univoca. "Bugie" sono malintesi e tradimenti, trame losche e raggiri, promesse mancate e infedeltà, millanterie e spacconate, frottole e fantasie, trappole e mascheramenti, plagi e travestimenti. E ancora invenzioni e finte ipotesi, spergiuri e simulazioni, illusioni e mistificazioni, superstizioni, burle, brogli, corna, bluff. Anche le ragioni per cui si dice il falso sono infinite: si mente per ingannare o per divertire, per sedurre o per consolare, per coraggio o per viltà, per cattiveria o per vanità, per scherzo o per gioco, per bieco interesse o per giustificata necessità.
Una simile, inesauribile fenomenologia delle falsità solleva problemi di varia natura: filosofici o interpretativi, etici o logici. Ci sono però anche bugie "al di là del bene e del male": ingenue, innocenti, piacevoli, incantevoli. Gratuite come le finzioni estetiche cui si decide di credere sospendendo volontariamente l'incredulità.
Come orientarsi, dunque? Tagliapietra, per tracciare la sua mappa, la prende molto, molto alla lontana e dimostra come il falso alligni nella storia e nella natura sin dagli albori del tempo. Inganno è la trappola del cacciatore e lo stratagemma del guerriero, il camuffamento del predatore e il mimetismo della preda. Ambiguità e doppiezza regnano sovrane dove vige la legge del divorare e dell'essere divorati, ma anche dove la vita vuole più pacificamente riprodursi, come nel caso dell'orchidea africana dai fiori somiglianti agli organi genitali della farfalla che dovrà impollinarla. Dall'antropologia e dalla storia naturale, Tagliapietra trae gli argomenti che smentiscono Plutarco di Cheronea, secondo il quale mentire sarebbe una prerogativa degli uomini e gli animali, governati dall'istinto, ne sarebbero incapaci.
Certo, rispetto agli animali l'uomo mente in modo molto più tortuoso e complicato. Perfino l'uomo dotato dell'intelligenza più elementare: l'uomo tecnico dei primi stadi dell'evoluzione che sa fare cose con le mani. Non è un caso che il mito offra alla tecnica, il più ambiguo di tutti i doni, la cifra della menzogna. Nella figura di Prometeo precisamente, il titano che prima sottrae con l'inganno il fuoco ai divini e poi imbroglia gli dei al banchetto di Mekoné, inducendoli a scegliere le ossa della vittima rivestite di grasso anziché la polpa avvolta nelle viscere.
La cultura greca conosce però un campione di falsità dal profilo ben più nobile dì quello del bugiardo Prometeo, Ulisse. L'eroe che Omero voleva "ricco di stratagemmi" e "di espedienti" è doppio, ambiguo, mendace, obliquo. E' appunto dalla sua doppiezza che trae l'abilità nell'architettare mascheramenti, dalla sua obliquità la capacità di liberarsi da irriflessi automatismi. E così Ulisse temporeggia, anticipa, prevede, fa piani, ordisce trame, prende contromisure (si veda l'episodio del cavallo di legno o l'incontro con le sirene). E di tutto ciò ride, gode, gli piace, si diverte (come dimostra tutta la scena che si consuma nell'antro di Polifemo). Ulisse, beffardo e mentitore, è un dono dell'epica all'autocoscienza dell'Occidente che riconosce in lui l'emblema della razionalità e dell'ingegno.
Anche la seconda anima dell'Occidente, però, quella ebraica, si ripara sotto lo scudo della falsità sul quale le Sacre scritture hanno apposto il loro sigillo. La bugia, ricorda Tagliapietra, entra nella Bibbia fin dal principio. Sulle quinte dell'Eden mentono tutti gli attori presenti sulla scena: Eva, il serpente, Adamo, perfino Dio.
Tutta la progenie di Israele è poi segnata dalla falsità. A partire dal patriarca Abramo e da sua moglie Sara che, rimproverata da un Dio un po' piccato e offeso, nega di avere riso incredula all'annuncio della sua prossima e tardiva maternità. Per non dire di Isacco, che venne buggerato ben due volte. Prima dal padre Abramo che con l'inganno lo conduce sulla montagna del sacrificio compiendo un atto di fede apparso scandaloso a tutto l'Occidente, da Soeren Kierkegaard a Barney Panofsky ("Scusa papino", disse Isacco a dir poco spiazzato, "la legna e il fuoco ce li abbiamo. Quello che non vedo è però l'agnello sacrificale... Ho qualche dubbio che da quel momento in poi fra Abe/Abramo e Izzy/Isacco tutto sia tornato come prima"). E poi dal figlio Giacobbe che, travestitosi con la complicità di Rebecca, gli strappa la benedizione destinata al primogenito Esaù.
Favorita dalla natura, mitizzata dall'epos, legittimata persino dai testi sacri, la bugia trova anche tra le auctoritates del pensiero mentitori illustri. Passando in rassegna due millenni e mezzo di storia della filosofia, Tagliapietra finisce per sbugiardare anche i più insospettabili maestri di verità: da Socrate che ricorre alla doppiezza dell'ironia per sfatare illusioni e false opinioni, a Nietzsche che approda alla formulazione più radicale sul conto della "menzogna del vero".
Se la scrupolosa ricognizione di oltre venticinque secoli di bugie eseguita da Tagliapietra rischiasse di avere lasciato indietro dei buchi, lo soccorre, nel perseguimento del miraggio dell'esaustività, l'agile e originalissimo studio di Maria Bettettini (Breve storia della bugia da Ulisse a Pinocchio, Raffaello Cortina, pagg. 158, lire 22mila). Accanto ai classici del pensiero che compongono un ideale "canone della bugia" (da Aristotele ad Agostino di Ippona, da Machiavelli a Spinoza, da Kant a Koyré) la studiosa va a toccare numerosi esempi letterari, come i Viaggi di Gulliver o Pinocchio, la Alice di Lewis Carrol e il re Giacomone di Gianni Rodari, ser Cepparello di Boccaccio e Dylan Dog di Tiziano Sclavi.
Di fronte a un simile panorama dominato dalla falsità non può che risultare confermata l'ipotesi dell'inizio: "Le menzogne sono tante, nessuna la verità". Tanto vale prenderne atto e stare all'erta. E magari richiamarsi, per difesa, al celebre paradosso del mentitore, attribuito al sofista Epimenide di Creta, secondo cui, tra tante bugie, il solo a dire la verità è colui che dichiara "io mento". Persino l'autoproclamato bugiardo, dunque, è costretto a stringere, suo malgrado, un patto con il vero. E i segnali che tradiscono come chi tratti di falsità debba comunque tenere d'occhio il suo contrario, appaiono evidenti sulla soglia dei due studi presi in esame.
Nella prefazione del suo volume la Bettettini, smentendo il significato del titolo scrive: "A dire il vero questo libro non è propriamente una storia della bugia". La dedica del saggio di Tagliapietra suona: "Ai miei genitori che, molto prima della filosofia, mi insegnarono a rispettare il valore della verità".