RASSEGNA STAMPA

27 GIUGNO 2001
DARIO ANTISERI
Idee e tv, è tutto un programma
Quali funzioni essenziali per il servizio pubblico radio-televisivo? La sfida si gioca sul piano culturale
L'emittente di Stato è legittimata quando fornisce prodotti che per loro natura non possono essere garantiti dal sistema di mercato
Un'istituzione indipendente da partiti e governi, che rilanci la nostra tradizione
Anche nel corso della appena trascorsa campagna elettorale accesissima è stata la disputa sulla Rai. Solo che, il più delle volte, piuttosto che prendere il problema alla radice, vi si è girato intorno reclamando ad alta voce più spazio per questo o quel partito, per questo o quel movimento politico. Non sono mancate dure polemiche sul "servilismo politico" di alcune trasmissioni, dove agli "intellettuali organici" sarebbero subentrati "comici organici". E continue seguitano ad essere le prese di posizione contro "le gravi responsabilità" delle emittenti sia pubbliche sia private nei confronti dell'infanzia. Accuse, prese di posizione critiche, lamentele, legittimazioni o meno del pagamento del canone, richieste di qualità delle trasmissioni - insomma, l'intera disputa sulla Rai si articola, a mio avviso, in un insieme di sintomi sotto ai quali, però, preme il problema più urgente; quale legittimazione potrà mai esibire un servizio pubblico radio-televisivo in un'epoca come la nostra in cui la concezione liberale della politica e delle attività umane è diretta, innanzitutto (ma non esclusivamente) dal grande e salutare principio della competizione? Non è forse giunto il momento di smantellare la cosiddetta "Tv di Stato" e porla come azienda privata sul libero mercato? Su Avvenire del 16 giugno Emilio Rossi - una figura storica della Tv e del giornalismo italiano - ha sostenuto che "per non scoraggiare il pagamento del canone il servizio pubblico deve essere inattaccabile, deve autolegittimarsi". Emilio Rossi ha ragione, come ha ragione Jader Jacobelli, il quale, non da ora, insiste sul fatto che una Tv pubblica che insegue le Tv commerciali non fa altro che alimentare la sua delegittimazione. Se c'è un criterio che guida le trasmissioni delle Tv commerciali, questo è il raggiungimento della più vasta audience. Ma cercare l'audience ad ogni costo porterà inevitabilmente a livelli di produzione sempre peggiori che verranno accettati "purché ci si metta sopra del pepe, delle spezie, dei sapori forti, che sono per lo più rappresentati dalla violenza, dal sesso e dal sensazionalismo" (Karl Popper). La ricerca della più vasta audience porta, come tanto spesso si vede, alla proposta di modelli impoveriti e certamente non esemplari di comportamento. La televisione è comunque maestra - e la questione più urgente è se essa si configura come buona maestra o cattiva maestra. Per essere una buona maestra, la Rai, dice Emilio Rossi, dovrà superare in qualità le Tv commerciali e, siccome un servizio pubblico per pochi sarebbe "un servizio pubblico fallito", la qualità del servizio pubblico "dovrebbe caratterizzare ogni genere televisivo rendendosi immediatamente riconoscibile". Ma qui scoppia un altro interrogativo non indifferente: quali mai sono i parametri che permettono di definire di "qualità" un prodotto televisivo? Ebbene, cosa sia la qualità in assoluto di un prodotto televisivo lo sa soltanto Iddio. Il confronto, però, tra diversi prodotti televisivi in contesti determinati ci dà la possibilità di precisarne i lineamenti. Cosa, questa, fatta da Jader Jacobelli, in un aureo libretto scritto per il Centro di studi comunicazioni sociali. In breve, ad avviso di Jacobelli, i valori che possono in concreto definire "di qualità" un prodotto televisivo sono: "Nel campo dell'informazione, anzitutto, il pluralismo e l'imparzialità, cioè la pluralità delle opinioni e delle interpretazioni che si danno di un fatto. Poi il controllo, quanto possibile incrociato, delle fonti, la chiarezza espositiva, la proprietà linguistica, l'impaginazione razionale ed equilibrata, la migliore corrispondenza testo-immagine, la misura e il rispetto della privacy soprattutto nel campo della cronaca nera, la sobrietà di certe immagini, la non insistenza in particolari di crudo realismo, la rielaborazione delle notizie nelle diverse edizioni dei telegiornali, il non abuso di spettacolarità, la precisione delle domande rivolte agli intervistati, il non protagonismo degli intervistatori. Nel campo delle trasmissioni di intrattenimento i principali riferimenti di qualità sono il buon gusto, la non volgarità, l'originalità degli sketch, la professionalità degli interpreti, un giusto ritmo, una scenografia attraente, una regia attenta, l'ottima esecuzione delle musiche, l'accuratezza dei testi, l'eleganza dei costumi". Nulla da eccepire. Solo che, sottolineando alcune delle considerazioni sia di Emilio Rossi sia di Jader Jacobelli, mi permetterei di spostare l'ambito della riflessione dal problema della qualità del servizio pubblico radio-televisivo a quelle che potrebbero configurarsi come funzioni essenziali di un servizio pubblico radio-televisivo al di fuori della logica di mercato. Scrive Friedrich A. von Hayek - certamente l'esponente contemporaneo di maggior rilievo del pensiero liberale: "Lungi dal propugnare "uno stato minimo", riteniamo indispensabile che in una società avanzata il governo debba usare il proprio potere di raccogliere fondi per imposte per offrire una serie di servizi che per varie ragioni non possono essere forniti - o non possono esserlo in modo adeguato - dal mercato". La concezione liberale della società non comporta affatto una negazione dello Stato. Tutt'altro. È certamente una negazione dei monopoli pubblici e privati - compreso, ovviamente e oggi prima di tutto, il monopolio dell'informazione - ma non di funzioni essenziali dello Stato. Funzioni essenziali e non residue. E, allora di nuovo: quali sarebbero queste funzioni essenziali (da non intendersi come minimali) di un servizio pubblico radio-televisivo? Ebbene, è mia opinione che la prima funzione o compito di un servizio pubblico radiotelevisivo, all'interno di uno Stato di diritto, debba consistere, come più volte precisato da Jacobelli, nella più rigorosa salvaguardia del pluralismo politico. Una Tv commerciale non avrà mai come compito istituzionale la difesa del pluralismo, essendo legata magari ad un partito, a un gruppo politico, ad un movimento di opinione, ad una cordata di industriali con precise preferenze politiche, e così via. Né le televisioni commerciali si sentiranno vincolate al pluralismo culturale, mirando all'esplorazione - per esempio nel caso della presentazione di un evento storico o di una misura amministrativa o economica - delle ragioni degli uni, degli altri e degli altri ancora. Le televisioni commerciali hanno un'unica stella polare: la più vasta audience. La televisione di servizio pubblico dovrebbe stare, invece, a servizio dei diritti dei cittadini, dei diritti calpestati anche del più umile singolo cittadino. Non saranno certo le televisioni commerciali a presentare le idee, a difendere le richieste delle minoranze religiose e linguistiche che arricchiscono il nostro Paese: non farebbero audience. E potremmo andare oltre: perché se è vero che la democrazia consiste in un insieme di istituzioni, cioè di regole, che permettono il controllo dei governati sui governanti e la rimozione di costoro senza spargimento di sangue, allora la televisione di servizio pubblico potrebbe e dovrebbe assumersi, per esempio, il compito di trasmettere in diretta tutte le sedute parlamentari, in modo da dar conto delle attività, delle idee, delle proposte e dell'impegno dei rappresentanti dei cittadini. Nell'epoca della globalizzazione, poi, una funzione irrinunciabile del servizio pubblico radio-televisivo dovrebbe consistere nell'affiancare la scuola nella costruzione dei tratti di fondo della nostra tradizione culturale: solo sapendo chi siamo e da dove veniamo potremo seriamente dialogare, confrontarci, in un processo di eventuali arricchimenti reciproci, con quelle culture "altre" che ormai non sono più fuori dalle mura delle nostre città. In una prospettiva del genere, i mass-media di servizio pubblico potrebbero spaziare in uno sterminato campo d'azione - che va dalla illustrazione dei nostri tesori artistici, all'analisi della genesi e dei mutamenti delle istituzioni, dei movimenti di pensiero e degli eventi storico-sociali dell'Occidente. E alzando la "qualità" anche le Tv commerciali sarebbero per queste ultime una specie di "spina nella carne". Unicamente una legittimazione morale e culturale potrà giustificare il pagamento del canone. Paghiamo le tasse per la giustizia, per la politica estera, per la difesa. E le paghiamo perché pensiamo che si tratti di servizi essenziali non affidabili alla logica del mercato. Ed ecco, allora, che un servizio pubblico radiotelevisivo o sarà in grado di assolvere a funzioni pubbliche essenziali istituzionalmente estranee ai compiti delle Tv commerciali - e allora sarà legittimato - altrimenti scompaia come servizio pubblico e risorga come servizio ad un certo pubblico, dandosi magari da fare per "dragare la fanghiglia degli uomini". Sia chiaro: abbiamo sin qui parlato di servizio pubblico e non di servizio a questo o a quel partito, a questo e a quel leader governativo. Il servizio pubblico radio-televisivo non va assegnato ai partiti o al governo. Dovrebbe essere un'istituzione analoga, per esempio, alla Banca d'Italia - un servizio del pubblico e indipendente dai partiti e dai governi. Un'istituzione che si configuri come una Fondazione o come un centro Onlus, ovvero ancora come una istituzione legata alla Corte costituzionale o, meglio ancora, alla presidenza della Repubblica. In Inghilterra i membri del consiglio di amministrazione della Bbc sono nominati dalla Regina.
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