RASSEGNA STAMPA

26 GIUGNO 2001
FABIO CIARAMELLI
La buona novella del desiderio nell'era globale
Anticipiamo una sintesi della relazione titolata "Percorsi della soggettività nell'epoca del consumo di massa", che verrà discussa oggi pomeriggio a Napoli, nell'ambito del convegno dedicato a "Comunità e libertà nella globalizzazione contemporanea"
Uno sguardo critico ai processi della globalizzazione guida le due giornate del convegno all'Istituto Suor Orsola Benincasa, mosse dal desiderio di ridefinire concetti e valori il cui senso va quantomeno aggiornato agli imperativi dettati dalla mondializzazione dei processi produttivi, dei consumi e del loro scambio. Centrato su "comunità e libertà" - titolo della relazione tenuta ieri da Roberto Esposito - in un mondo che si presenta come un insieme di geografie più connesse e dunque illusoriamente più unite, il convegno tenterà di illustrare le divisioni interne determinate dalla inedita ferocia dei meccanismi di inclusione e esclusione, rideclinando i confini delle soggettività implicate nella induzione di desideri propagandati come realizzazibili senza il ricorso alla mediazione della politica. Il convegno, iniziato ieri, si chiuderà oggi con le relazioni di Carlo Amirante, Franco Russo, Antonio Scocozza, Giulio Girardi, Fabio Ciaramelli, Eustache Kouvelakis, Domenico Jervolino
La questione della soggettività non è mai separata e dissolta dalle pratiche attraverso cui si produce l'autorappresentazione individuale e collettiva. Il processo dell'autorappresentazione è sempre stato mediato dal legame, dall'appartenenza, dal radicamento nella concretezza di un'identità comune, mentre oggi sembra delinearsi e imporsi una nuova figura dell'immediatezza. Lo spazio liscio e continuo della globalizzazione, nel quale, in assenza di confini e barriere, vincono flessibilità e frammentazione, appare immediatamente produttivo di soggettività. Ma quest'ultima si presenta piuttosto come un'imprevista e imprevedibile dilatazione della contingenza, quasi come la funzione e il riflesso di volta in volta casuale degli automatismi del dominio e del mercato, piuttosto che come un vero centro d'imputazione e di autonoma capacità d'azione. La figura dominante della soggettività globalizzata rischia di ridursi a un intreccio di passività e naturalizzazione.
Nell'epoca della globalizzazione - che è innanzitutto integrazione dei consumi attraverso l'incorporazione dei desideri nel sistema economico - l'essere umano come animale non ancora determinato (secondo la celebre definizione Nietzsche) sembra ormai affrancato dal lavorìo della mediazione culturale che per sua natura è concreta e particolare, e il cui esito è la creazione di generalità provvisorie. La pretesa ultima della globalizzazione, e dello sradicamento che essa comporta, è l'accesso all'universale: e quest'ultimo, come si sa, non è l'esito incerto d'un processo collettivo, ma la sua stabile premessa, la sua nascosta origine, finalmente ritrovata nella sua presunta immediatezza. In questo la globalizzazione costituisce l'esito estremo della modernità e del suo esasperato individualismo. Come ha mostrato Pietro Barcellona, gli individui moderni non riescono ad autorappresentarsi se non a partire dalla singolarità del proprio punto di vista. L'esaltazione del mutamento che spazza via le tradizionali stabilità e annulla ogni legame, culmina nella fase attuale in un vero e proprio télescopage, in una forma d'interpenetrazione reciproca e diretta dell'universale nel particolare (o, se si vuole, del globale nel locale). I singoli soggetti ne sono il mobile punto di snodo.
Parlare d'immediatezza, tuttavia, non implica affatto povertà di determinazioni e assenza di stratificazioni. Al contrario, la globalizzazione è l'attraversamento compiuto delle mediazioni e proprio per questo il loro esaurimento. Alla fine del processo, quando il percorso è compiuto, l'immediatezza va intesa come un traguardo. La sua semplicità è per dir così memore delle complicazioni che ha attraversate, ma che ormai ha risolte. Come scrive Carlo Galli in Spazi politici, appena uscito dal Mulino : "La spazialità universale e amorfa della globalizzazione non è un'immediatezza semplice, naturale, ma semmai l'immediatezza universale delle mediazioni".
Insomma nella globalizzazione, tappa suprema della modernità, finalmente si esibisce il senso ultimo delle mediazioni, e questo senso consiste nella restituzione radicale dell'immediato grazie alla scoperta della sue potenzialità originarie. Il comando diretto dell'economia senza mediazioni politiche è l'esito di questo processo. Lo spazio globale è quello in cui "ogni punto può essere esposto immediatamente alla totalità delle mediazioni immediate". Il prezzo da pagare è però un aumento globale del conformismo dell'insignificanza, cioè - come ha mostrato Zygmunt Bauman in Dentro la globalizzazione e in Voglia di comunità (entrambi di Laterza), debitore su questo punto delle analisi di Cornelius Castoriadis - l'esclusione d'un numero crescente di soggetti dal processo di produzione del senso. Le identità locali, sia pur in rapporto immediato all'universale, restano incapaci di quella mediazione decisiva che è la creazione dei significati sociali che strutturano la propria esistenza. Ciò che aumenta non è solo e non è tanto il divario economico degli esclusi, ma è soprattutto la loro estromissione dal piano della produzione del senso.
Il rapporto diretto tra particolare e universale è quindi, ancora una volta, una finzione speculativa. Nella globalizzazione, è nella sua stessa particolarità di singolo che il soggetto è posto come universale. Viene per così dire immediatamente innalzato all'universale. Il fatto che ciò avvenga immediatamente sta a significare che non è il frutto di un'operazione di questo stesso soggetto, il quale, a partire da ciò che lo lega agli altri, cerca di costruire un piano comune a tutti. L'universalità del singolo non è qualcosa di costruito, non è l'esito d'un processo, ma la sua premessa, la sua origine ontologica: il singolo si scopre preso nel vortice di un movimento che lo precede e lo rende, nella sua stessa singolarità, già universale. L'idea della naturalità di questa forza immediatamente produttiva di senso è espressa in modo quasi caricaturale da Toni Negri in una intervista con Anna Maria Guadagni, titolata La sovversione (uscita per le edizioni di Liberal): "L'enorme vantaggio di questa fase è che i mezzi di produzione non sono più anticipati dal capitale, ma ogni singolo porta con sé, nella sua testa, la propria capacità di produrre merci. In altre parole, l'utensile fondamentale è il cervello. E non è il capitale a offrirlo, sono gli individui a possederlo". Questo provocherebbe un espandersi incontrollato del soggetto singolo, nella cui autorappresentazione quasi organica Negri vede una premessa della cittadinanza universale.
Ma è proprio questa idea del valore immediatamente produttivo dell'individuo naturale a rivelarsi illusoria e subalterna al contesto generale di spoliticizzazione proprio dell'economia globale. E' proprio quest'ultima che tende a esercitare un comando diretto, estraneo e allergico a ogni mediazione politica. Al primato della produzione si sostituisce il primato del consumo. E sul piano politico la dimensione progettuale della soggettività cede il posto alla passività del consumo, tramite esclusivo di appagamento dei desideri. Come ha scritto Pietro Barcellona nel Declino dello Stato (Dedalo), "Il soggetto del desiderio si è mutato in soggetto di bisogno economico. Il desidero si è staccato dall'individuo concreto ed è stato incorporato nel sistema come motore perpetuo della produzione crescente di oggetti di consumo".
Questa centralità dei consumi, la loro diffusione di massa, la loro espansione e penetrazione nella vita quotidiana di tutti, è il vero grande protagonista della globalizzazione, la sua "buona novella", il cui destinatario unico è il desiderio globale di sempre nuovi oggetti. Se c'è una promessa della globalizzazione, è questa e solo questa: la pretesa (l'illusione) che i nostri desideri sia ormai possibile gratificarli immediatamente, senza bisogno di ricorrere alle estenuanti mediazioni della politica, ma affidandosi esclusivamente alla forza di attrazione dei consumi.
L'immediatezza che trionfa nella globalizzazione - e vi trionfa, appunto, grazie alla promessa dei consumi - è quella che annulla lo scarto tra il desiderio e la sua incerta realizzazione. Come negare che l'immagine mitica di questa coincidenza costituisca da che mondo è mondo l'orizzonte di tutte le aspirazioni umane?
Nei suoi Tre studi su Hegel, Adorno ha scritto: "Quanto minore è la tolleranza che gli onnipresenti meccanismi dello scambio hanno per l'immediatezza umana, con tanto più zelo una filosofia compiacente assicura che essa possiederebbe nell'immediato il fondamento delle cose". In realtà, c'è tutto un movimento della filosofia moderna che vede nel possesso immediato del dato originario la realizzazione del proprio compito speculativo. E in questo la società dei consumi di massa realizza fino in fondo il programma della filosofia moderna. Che non si tratti soltanto d'un tema riscontrabile nella tensione speculativa del sapere filosofico, lo dimostra la tendenza dominante nell'ideologia e nei comportamenti diffusi nella società dei consumi di massa, che appare sempre più caratterizzata dal tentativo di abolire la mediazione, il differimento, lo scarto. In questo apparente trionfo della realizzazione del desiderio, si nasconde la sua esclusiva riduzione al bisogno, e il rischio dell'abolizione del desiderio stesso. Si nasconde cioè l'utopia narcisistica dell'eliminazione del legame: del ritorno rassicurante all'automatismo sofisticato d'uno stato di natura onnipervarsivo.
Christopher Lasch ha individuato nel narcisismo che impregna di sé la nostra epoca "il desiderio di essere liberi dal desiderio", il che in ultima istanza implica la celebrazione della propria autosufficienza e l'esclusione del rimando necessario all'altro da sé. Per liberarsi dal differimento necessario della propria gratificazione, il desiderio narcisistico si compiace della sua immaginaria pienezza, prova piacere nella sua presunta onnipotenza. Rivolgendosi su di sé, persegue un soddisfacimento assolutamente garantito, evitando il rischio d'un rifiuto dell'altro; ma questa stessa illusione d'indipendenza lo rende ancor più profondamente solo. Ciò che più radicalmente smentisce l'aspirazione della soggettività alla propria autosufficienza, è proprio la struttura del desiderio, incapace d'autogenerarsi, ma altrettanto incapace, se lasciato a se stesso, di mantenersi in vita. Poiché gli resta sempre irriducibile ciò che lo suscita e l'alimenta. L'estraneità del desiderabile non si lascia assorbire nel desiderio, e ne costituisce l'intrinseco limite. Ma è proprio questa inaccessibilità, senza la quale si estinguerebbe, che il desiderio tende attivamente a negare e sopprimere, con ciò avvitandosi su di sé, ricercando affannosamente la propria realizzazione compiuta e definitiva che lo renderebbe, come desiderio, superfluo e inutile.
V'è dunque, nel cuore stesso del desiderio, una sua tacita e tenace tendenza che lo sdoppia e lo mette contro se stesso, inducendolo a non voler più desiderare, a non aver più nulla da desiderare, a esaurirsi in una fusione immediata col dato in cui si consumerebbe il vagheggiato ritorno all'origine. Secondo quanto ha scritto la psicoanalista Piera Aulagnier nel suo La violenza dell'interpretazione (Borla) è questo il senso ultimo della pulsione di morte, che tende a ristabilire l'originaria quiete dell'inorganico cercando "d'annientare ogni ragione di ricerca e d'attesa grazie al ritorno a un silenzio primario, a un prima del desiderio in cui s'ignorava d'essere 'condannati a desiderare'. Questa tendenza regressiva verso un impossibile prima è ciò che chiamiamo Thanatos".
Il diniego del rimando, connesso alla disintegrazione del simbolico, discende dalla diffusa tendenza a perseguire una vera e propria naturalizzazione del desiderio, che di fatto conduce all'omologazione e al trionfo dell'immediatezza e dell'identità. L'utopia narcisistica della nostra epoca è il disconoscimento del legame sociale e l'abolizione della mediazione che per sua natura è culturale e simbolica, cioè istituita. Nel discorso sociale oggi dominante, il desiderio si configura come istanza ripetitiva e riproduttiva di singolarità assolute, slegate da ogni appartenenza, reciprocamente disinteressate e deresponsabilizzate. Questo significa, innanzitutto, che ciascuna di esse tende a includere in sé il tutto, e di conseguenza a immunizzarsi dalla lacerazione provocata e indotta dall'indipendenza dell'altro. L'omologazione del conformismo conferma la posizione narcisistica degli individui isolati perché ne attenua l'estraneità reciproca. Il tendere a realizzare le stesse mete attraverso comportamenti analoghi ha però come contropartita l'emergere del risentimento e dell'invidia, anticamera dell'aggressività e dell'autodistruzione.
Proprio mentre il legame della mediazione originaria si rivela non reificabile, poiché non esiste alcun oggetto naturale complementare al desiderio e vincolante ai fini della relazione interumana, tende a imporsi la sua sostituzione con oggetti da consumare e possedere. Nell'immaginario narcisistico del consumismo, tendenzialmente omologante o parzialmente trasgressivo che sia, ciò che fa breccia nel crescente disagio degli individui che non si riconoscono nella propria immagine pubblica è il pullulare permanente di possibilità illimitate, affascinanti e seduttrici proprio perché prive di vincoli determinanti.
La prospettiva dell'appagamento immediato ha il vantaggio di ricondurre al modello immaginario di un'originaria onnipotenza narcisistica, nella quale tutto sembra possibile perché nulla è ancora deciso. Ma la nostalgia regressiva d'uno stadio di beatitudine senza bisogni, mentre da un lato rende particolarmente avvincenti i nuovi miti della società del benessere, d'altro lato subordina il desiderio alla ripetizione del già dato.
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