RASSEGNA STAMPA

21 GIUGNO 2001
EMANUELA REBUFFINI
E al "popolo di Seattle" manda a dire...
Parla Luciano Gallino, autore di un libro assai critico verso l'idea che la mondializzazione migliori il pianeta.
Ordinario di sociologia all'università di Torino, Luciano Gallino si occupa da tempo delle trasformazioni del lavoro e dell'impatto delle nuove tecnologie sui rapporti sociali. E dopo il saggio Se tre milioni vi sembran pochi. Sui modi di combattere la disoccupazione (Einaudi 1998), ha appena pubblicato un saggio di scottante attualità, Globalizzazione e disuguaglianze (Laterza), molto critico nei confronti dell'ideologia che tende a presentare il mondo globale come il migliore dei mondi possibili. Argomento del quale si parlerà anche al Suor Orsola di Napoli, il 25 e 26 giugno prossimi, nell'àmbito di un convegno intitolato "Comunità e libertà nella globalizzazione contemporanea". Ne abbiamo discusso con Gallino.
Come giudica, da studioso, il "popolo di Seattle"?
Tra coloro che affermano che la globalizzazione è un processo irresistibile, destinato a recare solo benefici, e dall'altra parte i globalofobi che enfatizzano solo gli aspetti negativi, faccio mia la posizione intermedia di chi vede nella globalizzazione un processo di grande portata, che genera effetti sia positivi sia negativi. Le frange del "popolo di Seattle" più loquaci e visibili sono quelle che mi piacciono di meno, perché scivolano facilmente nella violenza o nell'essere anti-tutto. Però sono ben 6000 le organizzazioni non governative che non hanno nessun interesse a spaccare le vetrine o bruciare le automobili e che contestano, non la globalizzazione tout court, ma come questa si è venuta attenuandosi a partire dagli anni Settanta. Pensiamo agli indios del Venezuela o ai nigeriani che vedono gli oleodotti attraversare le loro capanne senza che nulla di quella ricchezza si fermi sui loro territori. Ciò che è drammatico nei processi di globalizzazione è la mancanza di discussione e di partecipazione democratica. Se oggi ci sono delle popolazioni che riescono a farsi ascoltare e anche a sedersi a tavoli importanti come quello del Wto, è anche merito della parte migliore del popolo di Seattle. Non è accettabile che duemila persone possano decidere i destini del mondo senza dover rendere conto a nessuno.
Cosa c'è di falso nell'ideologia della globalizzazione?
Si sente dire che la globalizzazione favorisce la crescita economica, la riduzione della disoccupazione e l'aumento della produttività. Non è così, infatti dopo il 1980 tutt'e tre questi questi indicatori sono peggiorati in misura rilevante. Il tasso medio di crescita dei Paesi Ocse negli anni '90 è stato poco sopra il 2%, rispetto al 5% degli anni Sessanta. In Italia tra il 1992 e il 1998 è stato addirittura la metà. Sul versante della disoccupazione negli anni '60 questi Paesi avevano un tasso medio cinque volte più basso, ovvero il 2% contro l'attuale 10%. Per quanto riguarda la produttività, la crescita del Pil reale pro capite dei paesi sviluppati è poco più del 2%, mentre tra il 1950 e il 1973 il suo incremento sfiorava il 4%. Perfino gli Usa, Paese guida della globalizzazione, ha dimezzato il tasso di produttività: dal 2 all'1 per cento.
Ma allora che ne è del "miracolo americano"?
Nel periodo 1946-1973 il salario reale dei lavoratori dipendenti è cresciuto di oltre l'80%, dal 1973 ad oggi, per contro, è diminuito del 20 per cento. Povertà e disuguaglianza negli Usa sono molto aumentati negli ultimi decenni e gli States sono diventati tra i Paesi avanzati quello che ha i salari più bassi combinati con gli orari più lunghi. Con una novità: non solo i disoccupati di lungo periodo, ma anche i salariati a tempo pieno sono scesi in gran numero sotto la soglia della povertà. Anche il boom economico degli anni 1990-1995 ha recato benefici pressoché zero al 30-40% della popolazione, benefici modestissimi a quelli collocati tra il 40-80%... Solo il 5% ha tratto risultati buoni. La polarizzazione delle condizioni di vita sembra essere l'effetto più comune della globalizzazione.
Insomma, il libero mercato non pare funzionare troppo bene...
Credo che quello che si stia attuando sia piuttosto una forma di "comunismo reale di mercato". Sì, perché in moltissimi campi la concorrenza non esiste. Dove sta la competition nel campo informatico dove un unico soggetto controlla il 90% del mercato? Pochissime centrali controllano l'80% della grande distribuzione, esistono solo due costruttori di aerei (Boeing e Airbus), solo sei "big" nel campo automobilistico, nel campo petrolifero 4 o 5 gruppi si mettono d'accordo e fanno il bello e il cattivo tempo. Per non dire delle concertazioni che stano avvenendo nel settore della comunicazione e dell'intrattenimento. Il mercato mondiale è come il comunismo reale, un po' più efficiente, ma non prevede possibilità di scelta.
inizio pagina
vedi anche
Economia