RASSEGNA STAMPA

20 GIUGNO 2001
FRANCO VOLPI
La globalizzazione comincia con i greci

    Un'analisi di Carlo Galli

Analisi e riflessioni sulla globalizzazione hanno finora peccato, se così si può dire, di miopia storico-concettuale. Il fenomeno odierno è a ben guardare solo l'ultimo spettacolare capitolo di una storia che prende avvio con i Greci. Per primi essi cominciarono a raffigurare la terra, su cui l'uomo abita e vive, come un corpo rotondo, dischos o sphairos. Per Parmenide l'Essere intero è una sfera. E dalla globalizzazione metafisicocosmologica passarono poi a quella politico-amministrativa: parlarono di oikoumene, "ecumene", per dire "la terra abitata" nel suo insieme.

Anche il concetto latino di orbis terrarum segnala l'importanza della mondializzazione nella cultura antica e tardo-antica. Quanto all'evo moderno, con la scoperta delle Americhe e le prime circumnavigazioni il concetto di globus, "globo terracqueo", da rappresentazione cosmografica astratta qual era, divenne realtà effettiva. Più tardi sarebbe fiorita perfino una letteratura della globalizzazione, di cui Il giro del mondo in ottanta giorni di Jules Vernes, apparso nel 1872, è il capolavoro. Certo è che la globalizzazione cui stiamo assistendo oggi è la più gigantesca di tutte quelle verificatesi nella storia. È una mobilitazione planetaria, totale. Sotto la spinta della tecnica e dell'economia l'intero spazio terrestre, marittimo, aereo è solcato e attraversato di continuo, realmente e virtualmente, da navi, aeroplani, merci, capitali, segnali, informazioni. La rete dell'interscambio universale, nella sua realtà e virtualità, si estende sull'intero globo e lo pervade.

Assieme a innumerevoli vantaggi materiali, essa ha portato altresì scompensi. Nel nostro immaginario collettivo sta provocando una crisi della tradizionale rappresentazione degli spazi abitati e abitabili dall'uomo. Una messa in questione della nostra identità antropologica. Sorge allora la domanda: che cosa significa per un animale fondamentalmente terricolo come l'uomo, legato alla propria terra, vivere su un globo? Nel cercare una risposta a questo e ad altri interrogativi legati al problema ci soccorrono le analisi svolte da Carlo Galli in Spazi politici. L'età moderna e l'età globale (Il Mulino, pagg. 179, lire 26.000). Preciso, informato e illuminante come sempre, Galli ripensa i concetti fondamentali della politica alla luce dei presupposti spaziali ai quali essi rimandano e sui quali si reggono.

La Politica, in quanto organizzazione della vita comune degli uomini, è sempre stata conquista e amministrazione dello spazio, perché lo spazio è l'arena delle azioni umane. Tutte le forme tradizionali di ordinamento politico ­ la Polis, l'Impero, lo Stato ­ rinviano a determinate concezioni spaziali e si fondano su una rappresentazione politica dello spazio. Il quale, messo in forma dalla Politica, da spazio geografico diventa spazio di potere, di libertà, di cittadinanza, delle leggi e del diritto. Insomma, non c'è Politica senza l'imprescindibile dimensione dello spazio.

Oggi però con la globalizzazione ­ con la libera circolazione di persone, merci e capitali, con la deregulation, il tendenziale esautoramento delle sovranità nazionali, il multiculturalismo ­ il tradizionale rapporto tra la politica e lo spazio entra in crisi. Se un tempo la politica organizzava e delimitava lo spazio, oggi nuove azioni ed operazioni di tipo economico, tecnico, informatico, che si lanciano nello spazio globale, infrangono i tradizionali confini della politica.

Ci si chiede: c'è una forma politica a cui assegnare la globalizzazione? Un potere capace di conferire ordine allo spazio globale? Un nuovo nomos della terra? Un merito delle riflessioni di Galli, attento a cogliere le differenze specifiche e le novità dell'era globale, è la consapevolezza critica che a questi interrogativi non ci sono risposte semplici. E che non bastano le categorie della modernità, né una loro risignificazione, per comprendere la nuova realtà.

L'idea kantiana di una grande confederazione degli Stati, la teoria schmittiana dei Grandi Spazi o il sogno jüngeriano di uno Stato mondiale sono, più che soluzioni, modi intelligenti di nominare il problema. Se la politica è potere sullo spazio, e lo spazio l'arena della prassi, allora la globalizzazione come apertura dell'agire umano alla virtualità dell'interconnessione planetaria richiama un'istanza politica capace di costituire una nuova "ecumene".

Oggi difettiamo però di Trascendenze rappresentative su cui possa formarsi un ordine. Non c'è una teologia politica ma nemmeno un'antropologia della globalizzazione, voglio dire: un'idea comune della natura dell'uomo. Forse un sentimento comune della sua condizione. L'organizzazione Politico-simbolica della globalizzazione è per ora una conquista lontana, resa difficile dalle faticose e complesse dinamiche dell'esclusione e dell'inclusione, dell'appartenenza e dell'espulsione, dell'identità e dell'alterità, della soggezione e del dominio, che ancora richiedono di essere attraversate.
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vedi anche
Filosofia (e) politica