RASSEGNA STAMPA

17 GIUGNO 2001
PAOLO VIRNO
Henri Bergson La "durata" del linguaggio

La coppia continuo discreto al centro della sua filosofia

Di bergsoniani non vi è più traccia, per fortuna.  Dunque si può tornare a ragionare su Bergson.  Senza facilitarsi troppo le cose con formule pigre e intimidatorie, tipo "dualismo impenitente" o "disprezzo per la scienza".  Chi le usa, pregusta in anticipo l'applauso da parte di un pubblico desideroso di venir rassicurato circa le proprie superstizioni nuove di zecca (ci sono anche superstizioni "naturalistiche" o "moniste", se è per questo).

Finché ci si tiene sulle generali, requisitorie e arringhe seguono un copione prevedibile e inconcludente. Al filosofo Russell, che sbeffeggiò la concezione dello spazio e del tempo di Bergson, bollandola come un'"epopea immaginaria", si può sempre contrapporre il fisico Louis de Broglie, che rilevò la pertinenza delle nozioni bergsoniane di durata e movimento rispetto alla meccanica quantistica.  A Tizio che punta il dito contro certi imbarazzanti gorghi spiritualisti presenti in Le due fonti della morale e della religione, Caio sarà pronto a replicare ricordando l'incondizionata approvazione tributata dall'ultraempirista William James alle prime e più importanti opere di Bergson.  Sia Tizio che Caio possono trovare ora nuovi argomenti per confutarsi a vicenda in un'operetta didattica del 1884, appena tradotta in italiano (Henri Bergson, " Lucrezio", a cura di R. De Benedetti, introduzione di Laura Boella, con un saggio di Jeanne Hersch, Edizioni Medusa, Milano 2001, pagg. 144, euro 12,91), in cui l'autore venticinquenne spiega l'importanza del materialismo atomistico di Epicureo e Lucrezio alla luce della chimica odierna. In Lucrezio, Bergson elogia il De rerum natura per l'attitudine a "cogliere il doppio aspetto delle cose": da un l'inesorabile fissità delle leggi di natura, dall'altro il clinamen, ossia la minima deviazione  che crea nuovi mondi. Anche questo "doppio aspetto" (così bergsoniano, in verità) si presta a opposti giudizi sommari, insieme concitati e stucchevoli.

Tutto sta, dunque, nel non  tenersi sulle generali, ricostruendo invece nel dettaglio la miriade di esperimenti mentali prodotti da Bergson a proposito del tema più suo: il rapporto tra continuo e discreto.  Tema molto leibniziano e, soprattutto, molto matematico (come chiarì bene Jean Milet, nel suo Bergson et le calcul infinitésimal, del 1974).  Tema spinoso e inaggirabile, che solo talvolta Bergson, ma quasi sempre la critica superciliosa, riduce a quello, assai meno interessante, del rapporto qualità/quantità.  Se un appello ai "qualia" suscita sacrosante diffidenze, la riflessione sulla coppia continuo/discreto risulta invece perspicua tanto in filosofia della mente (basti pensare allo statuto episodico, comunque discontinuo, dell'autocoscienza), quanto in ambito linguistico (ancorché si voglia spiegare, per esempio, come l'unitarietà del senso conviva con la segmentazione lessicale). E' del tutto ragionevole tenere Bergson per un avversario, purché si riconosca che nessun altro autore, dopo Leibniz, si è dedicato con pari tenacia a mettere in chiaro le implicazioni filo ontologiche e psicologiche del numero irrazionale, mai risolubile, si sa, in unità discrete.  Di una "filosofia del 3,14", i suoi testi accumulano materiali a profusione: come un cantiere a cielo aperto, o un bazaar.

A riaprire la partita su Bergson, con la spregiudicatezza che solo l'amore per il dettaglio consente, è un libro collettivo, Henri Bergson: esprít et langage, pubblicato da un editore belga di cose filosofiche, ma scritto da studiosi italiani ("Henri Bergson: esprit et langage", édité par Claudia Stancati, Donata Chiricò, Federica Vercilio, Pierre Mardaga éditeur, Liege-Bruxelles 2001, pag. 318, s.p.).  Come non sempre accade nei volumi a più voci, spicca, qui, una "passíon predominante": chiarire il ruolo cruciale assolto dal linguagio in un autore che, pure, non cessò mai di denunciare la debolezza dei nostri discorsi, la loro vocazione feticistica, lo sguardo di Medusa con cui essi pietrificherebbero il divenire.

Proprio in tema di linguaggio si vede quanto complicato ed elusivo sia il rapporto tra continuo e discreto, numero irrazionale e numero razionale.  La critica che Bergson rivolge alla fissità allucinatoria delle singole unità lessicali andrebbe considerata, forse, un'anticipazione dei modi in cui, in seguito, si manifesterà l'insoddisfazione per la coppia saussuriana langue/parole, o meglio, per il privilegiamento secco del primo  termine.  Per intendersi: l'insoddisfazione che ha indotto Merleau-Ponty a vagheggiare una linguistica della "parola vivente". Nella sua postfazione, Daniele Gambarara sostiene provocatoriamente che la riflessione sul linguaggio è addirittura la matrice celata di tutta la filosofia di Bergson.  Nella tensione tra parziale indeterminatezza del senso (numero irrazionale) insito nella parola individuale e significato (numero razionale) cristalizzato nella lingua intersoggettiva, bisognerebbe scorgere il compendio, ma anche il fondamento, di tutte le altre, più note tensioni che costellano l'opera bergsoniana: tempo spazializzato e durata, memoria associativa e memoria pura eccetera. Con una immagine di Benjamin: in Bergson il linguaggio sarebbe il "nano gobbo" che, nascosto sotto la scacchiera, suggerisce al giocatore le mosse decisive.  Di che discutere, come si vede.
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