![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 7 GIUGNO 2001 |
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Sino alla metà del Novecento le tecnologie sono state
considerate da sociologi e antropologi una specie di protesi, un prolungamento
del corpo umano, strumenti a disposizione degli uomini che hanno loro
consentito di svolgere il loro lavoro, modificare la natura, viaggiare per
terra, per mare e per cielo, e infine comunicare in modo sempre più rapido ed
efficiente.
In passato non sono però mancati i critici, a partire dalla
prima rivoluzione industriale sino a Lewis Mumford che, forse per primo, ha
indicato, intorno agli anni Cinquanta del Novecento, come numerose tecnologie
comportassero conseguenze inintenzionali: nel suo libro La città nella storia,
un classico della sociologia, Mumford indicò, ad esempio, come l'automobile,
fatta per accorciare le distanze, avesse invece potenziato lo sviluppo delle
megalopoli, favorito il nascere dei suburbi e creato una serie di problemi che
si riflettevano sulla vita familiare, l'organizzazione sociale e via dicendo.
Dalle tecnologie come protesi e amplificazione delle azioni
umane, si è quindi giunti a considerare le loro conseguenze secondarie e
inintenzionali, per approdare infine a una concezione drasticamente diversa: le
tecnologie non sarebbero un prodotto dell'uomo ma «produrrebbero» l'uomo,
inducendo una serie di radicali modifiche della natura umana. Certo, anche in
un lontano passato, gli uomini si sono interrogati sugli effetti di alcune
tecnologie, dall'aratro alle dighe, dalla macchina a vapore alla luce
elettrica, e si sono chiesti se esse non intaccassero alcuni aspetti tradizionali
del loro modo di vivere, del tempo e dello spazio, delle priorità esistenziali:
ma oggi la tecnica sembra definire un crescente numero di aspetti della nostra
natura e esistenza, a cominciare dalle biotecnologie, in grado di incidere
sulla vita, vita umana compresa. Gli interrogativi su ciò che la tecnica può
fare di noi si sostituiscono quindi a quelli più tradizionali, relativi agli
usi della tecnica: si tratta di domande che non riguardano soltanto biotecnologie
dai risvolti inquietanti, come alcune tecnologie della riproduzione, ma anche
il mondo degli audiovisivi, dei videogiochi, della realtà virtuale.
Da tempo, ad esempio, si afferma che la televisione, i videogiochi,
la rete, modificano diversi aspetti della nostra mente, da quelli cognitivi a
quelli emotivi.
Prendiamo come caso esemplare le analisi sui tempi di
reazione dei piloti dell'aeronautica statunitense negli ultimi trent'anni che
dimostrano un progressivo accorciamento dei tempi di reazione nei piloti più
giovani: ciò viene attribuito alla loro pratica dei videogiochi in età
infantile e adolescenziale. Tuttavia, indica il rapporto in oggetto, se è vero
che i riflessi delle nuove generazioni sono più pronti, il che è un vantaggio,
la loro capacità di inibire azioni irrilevanti, risposte impulsive che
comportano conseguenze negative, è diminuita e va insegnata in modo appropriato.
Un altro esempio significativo riguarda le relazioni tra le
nuove generazioni e i nuovi media: se è vero che questi consentono l'accesso a
una realtà multimediale e a una rete ricca di informazioni è anche vero che
bambini e ragazzi presentano crescenti difficoltà nei confronti della
comunicazione scritta, oggi scalzata da un vero e proprio bagno di messaggi
visivi che hanno una maggior facilità di penetrazione nel nostro cervello,
esercitano maggiori suggestioni ma anche riducono il ruolo del pensiero
astratto.
Agli inizi del secolo scorso i cosiddetti «ideologi della
crisi», da Oswald Spengler a Paul Valéry, da Joseph Roth a Bertrand Russell,
guardarono alle tecnologie con occhio fortemente critico: attraverso posizioni
e argomenti diversi, essi condannarono scienza e tecnologia, ritenendo che
soprattutto quest'ultima impoverisse l'uomo e lo distaccasse da antichi valori
umanistici. Oggi le posizioni degli «antimodernisiti» appaiono datate ma non è
più possibile sostenere, come fecero allora molti «modernisti», che la
tecnologia sia neutra e che le sue conseguenze dipendano soltanto dagli usi che
ne facciamo. È sempre più evidente che le tecnologie, anche quelle che ci
appaiono «neutre» possono modificare gli esseri umani, il loro corpo e la loro
mente e che valutarne l'impatto rappresenta un aspetto altrettanto importante
del lungo processo che ha portato alla loro
realizzazione.