RASSEGNA STAMPA

7 GIUGNO 2001
MARCO D'ERAMO
La materia vivente della politica
"I dialoghi di un cattivo maestro". Dalla critica alla neutralità della scienza alla denuncia della privatizzione del Dna. L'appassionata autobiografia intellettuale di Marcello Cini
"Non posso fare a meno di domandarmi se non mi sono troppo spesso identificato con Charlie Brown quando confessa: Odio la gente ma amo l'umanità!" scrive Marcello Cini tracciando un bilancio della propria lunga, intensa militanza politica in una delle ultime pagine dei Dialoghi di un cattivo maestro (Bollati Boringhieri, pp. 328, L. 48.000). E' un libro che - al di là della pacata severità verso di sé - è animato da un'ambizione grande, per quanto dissimulata, una finalità che si nasconde in quell'aspetto che all'inizio fa più problema al lettore, e cioè la struttura dialogica del volume. E' il proposito di costruire qualcosa di più e di diverso da un'autobiografia esistenziale e intellettuale. Cini non vuole solo raccontare la propria ricca esistenza e complessa traiettoria intellettuale: la vuole spiegare, vuole rendere conto della propria vita e del proprio percorso mentale. Per questo ha dovuto usare una struttura di domande e risposte, ma soprattutto di obiezioni e spiegazioni. Obiezioni che il presente rivolge al passato, dei ragazzi di oggi ai giovani dell'altroieri e agli adulti di ieri. E a un'adolescente del 2001 ne ha da rendere di conti la generazione che ha avuto 20 anni durante la seconda guerra mondiale, ha imboccato una carriera scientifica, si è iscritta al Pci e ha poi militato nell'estrema sinistra dedicandosi alla critica della scienza.
Oggi le iscrizioni alle facoltà scientifiche sono in netto calo: a Roma al primo anno di fisica vi sono meno iscritti di quanti eravamo nel 1966, con la differenza che oggi l'università è di massa e allora non lo era: fu nel '68 che conobbi Marcello, l'unico dei nostri professori a schierarsi con il movimento studentesco; nell'anno successivo frequentai il suo corso di meccanica quantistica; e fu nel gruppo teorico di Cini, con Gianni Jona Lasinio e Carlo di Castro, che redassi la tesi di ricerca. Un ragazzo di oggi non può immaginare il prestigio culturale e sociale di cui godeva allora la fisica: Cini sembra impersonare nella propria evoluzione quel che scriveva Leo Kadanoff nel 1992: "Qualunque cosa facciamo (noi fisici), nulla può arrestare il nostro declino in numero, sostegno e valore sociale. Troppa parte della nostra base dipendeva da eventi che stanno diventando storia antica: armi nucleari e radar durante la seconda guerra mondiale, silicio e tecnologia laser in seguito, ... la fede socialista nella razionalità come un modo per migliorare il mondo". E in una cultura crociano/gentiliana come l'italiana, il bisogno di correggere l'eccesso di umanistica con una preparazione tecnico-scientifica era sentito dalle menti migliori. Fu così che il giovane figlio di una matematica di origini ebree divenne prima ingegnere in una fabbrica piemontese di cuscinetti a sfera e poi si convertì a teorico della fisica delle particelle.
Da fisico iscritto al Pci, dopo il '68 Marcello Cini divenne un critico della neutralità della scienza e uno dei fondatori del manifesto: il libro collettivo L'ape e l'architetto segnò un'epoca nella riflessione sulla ricerca scientifica e tutti noi siamo debitori di questo volume che utilizzava Marx (a cominciare dal titolo) in un modo infine non scolastico. Fu a proposito di quel libro che Giorgio Bocca incluse Marcello Cini tra i "cattivi maestri" cui si riferisce il titolo del libro e che secondo Bocca avrebbero avviato una generazione verso il terrorismo. Cini pensa di non essere stato un cattivo maestro perché crede di non essere un maestro. Per noi però è stato ed è di sicuro un punto di riferimento. Prima, nell'università quasi fascista del pre-'68, mostrandoci che era possibile essere docenti e insieme democratici, dopo facendoci riflettere sulla nostra stessa attività di ricerca scientifica, sulla sua non neutralità, sulla big science. Se per anni la copertura degli eventi scientifici fornita dal manifesto è stata la migliore della stampa italiana lo si deve a Cini e alle persone che lui ha formato. Negli ultimi anni infine, Cini ha smesso di dichiararsi marxista, anzi pensa che Gregory Bateson e l'approccio sistemico siano più fruttuosi del materialismo marxiano, e ritiene che Darwin l'abbia avuta vinta su Newton (cioè che il paradigma narrativo della biologia e dell'evoluzione sia più potente di quello matematico formale della fisica) e l'impegno politico si è spostato sul piano ambientale.
Descrivendo senza nostalgie i passaggi tra queste tre diverse posizioni politico/teoriche, Cini ci dà un'ulteriore grande lezione e cioè che coerenza non vuol dire mantenere sempre la stessa posizione, ma è portarla fino al fondo delle sue conseguenze, contraddizioni e aporie, imparando dell'esperienza storica.
Queste tre tappe sono altrettante fasi esistenziali: la vita con la madre dei propri figli quando stava nel Pci ed era fisico teorico; la psicoanalisi e una vita affettiva più movimentata dopo il '68 e nei primi anni del manifesto; la seconda compagna nella fase darwinian/batesoniana. Sulla sua vita privata, Cini è pudico, conciso e severo, come in questa frase: "per i miei figli deve essere stato difficile avere un padre ingombrante, egocentrico e non sempre presente". Marcello spende molte più parole per gli amici che ha amato, Michelangelo Notarianni in testa, con cui è in debito, Matte Blanco, Mario Ageno, Marcello Bujatti.
Quando la fisica avrà perso tutto il suo prestigio sociale, si potrà infine dire di essa quello che un tempo si diceva del latino, e cioè che "insegna a ragionare". Ecco, Cini ha sempre quell'esigenza di chiarezza, di verifica sperimentale propria di chi ha praticato fisica. Osa perciò sul manifesto affermazioni scomode: "Io non capisco più cosa voglia dire l'aggettivo 'comunista' che compare sulla sua testata". Confessarlo mi pare una forma di onestà intellettuale, quella che a un certo punto fa dire a Cini: "Comincio a rendermi conto di avere spesso parlato troppo, e con troppa sicurezza, di questioni economiche e sociali delle quali avevo soltanto una conoscenza superficiale".
Altrettanto condivisibile è la sua posizione sulla postmodernità. Il manifesto ha avuto un atteggiamento schizofrenico sul postmoderno: da un lato l'ha deriso e confutato con sprezzo, dall'altro ha subito le posizioni postmoderne in modo tanto più acritico quanto più ignaro. Invece Cini trae tutte le conseguenze dalla rottura consumata tra il capitalismo della modernità e quello della postmodernità. A partire dal dissolversi della classe operaia in quanto "classe" fino al sopravvento preso dalle merci immateriali (e in primis la merce "scienza") su quelle materiali. Sono memorabili le pagine sullo spirito ludico, di piacere del gioco, che c'è nel fare ricerca scientifica; solo che oggi, dice Cini, se i bambini giocano a nascondino, gli scienziati invece "giocano a Dio".
A differenza di Marcello, devo dire che io resto un po' più marxiano, e ritengo che il disincanto materialista mi possa fornire ancora uno sguardo nuovo sulle società postmoderne. D'altronde non è marxiana la posizione di Cini quando si batte contro la "proprietà privata" (il brevetto) della vita? Per la stessa ragione sarei un po' meno batesoniano: lo trovo un autore splendido, pieno di idee fantastiche, peccato che poi siano finalizzate e scopi a volte persino conservatori, come definire caratteristiche nazionali (fino a sfiorare stereotipi da barzelletta), o beatificare associazioni come l'Anonima Alcolisti che è presa a modello da tutte le sette religiose su come plagiare gli adepti. E poi, nell'approccio sistemico c'è una circolarità autoesplicativa che mi mette a disagio logicamente.
Come Cini, penso che "rivoluzione" sia un concetto sovrastimato, e però la rivoluzione francese... E poi non sarei così sicuro di escluderne l'eventualità futura, visto l'abisso che si sta aprendo tra ricchi e poveri, non solo nel Terzo mondo ma negli Usa. Come vedi Marcello, ci sono obiezioni che vengono non solo dalla generazione della tua nipotina Alice, ma anche da quella dei tuoi figli. Sono obiezioni che tu rendi possibili e aiuti a formulare anche a noi stessi con la tua esigenza di chiarezza e la tua onestà intellettuale, quella che ti fa dire: "Il mio vero rimpianto è che uno impara a vivere quando non gli serve più". Hai torto Marcello, serve.
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