![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 6 GIUGNO 2001 |
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Il confronto a distanza con il
suo editore Calasso
Si conferma la scelta
apologetica del grande antropologo
Una premessa doverosa: grazie all'Adelphi, che ha pubblicato
quasi tutte le opere di René Girard, ho conosciuto chi mi ha fatto riscoprire
e amare il cristianesimo. Proprio per questo vorrei chiarire un equivoco a dir
poco increscioso e tuttora circolante sui rapporti fra il pensiero
dell'antropologo franco-americano e quello del suo editore italiano. Lo spunto
è offerto da un bell'articolo di Antonio Socci sul Foglio di ieri, che si
apriva con un incipit curioso - «Roberto Calasso "tentato" dal
cristianesimo?» - seguito da queste parole dell'amico Giuseppe Fornari:
«Calasso si sta confrontando col messaggio cristiano attraverso Girard».
Personalmente, pur non ponendo limiti alla Provvidenza, nutro seri dubbi
sull'asserzione dello studioso girardiano (autore, fra l'altro, di Fra Dioniso
e Cristo. La sapienza sacrificale greca e la civiltà occidentale, un saggio
magistrale appena pubblicato da Pitagora Editrice su cui mi ripropongo di
tornare).
Da più di trent'anni, le ricerche di Girard e di Calasso
vertono su un tema cruciale: il sacrificio. È innegabilmente questo il cardine
antropologico attorno a cui entrambi ruotano. Sennonché, pur partendo da tale
comune snodo, mi pare di poter rilevare che i loro approdi sono antitetici. La
chiave risolutiva delle analogie e delle differenze è del resto rintracciabile
in un'intervista concessa ad Antonio Gnoli (vedi Repubblica dell'8/11/2000), in
cui, senz'asprezze polemiche e con la sua proverbiale chiarezza, Girard
affermava che Calasso «non coglie la necessità dell'uscita dal sacrificio. Egli
resta, in questo senso, ancora un nietzschiano… credo abbia compreso una
quantità enorme di cose, ma il suo sforzo a me pare teso a conservare un mondo
che non esiste più, una realtà superata dal mondo moderno».
Il punto (dolente) d'incontro e ad un tempo di separazione
radicale, è in effetti ancora una volta Nietzsche, che pur avendo colto
perfettamente il baratro fra paganesimo e giudeo-cristianesimo, fra universo
sacrificale e Regno di Dio, scelse tuttavia di schierarsi dalla parte di
Dioniso contro il Crocifisso.
Ora, i fedeli contemporanei di Nietzsche, fra cui
un'entusiasta intellighenzia di sinistra, sono soliti glissare proprio su
questo nervo scoperto. E pour cause: perché è proprio sulla «necessità» del
sacrificio, sulla sua «irrinunciabile» funzione sociale e sulle sue
terrificanti conseguenze etiche, che si gioca non solo l'ermeneutica delle
origini, ma - non paia esagerato - il volto stesso della modernità
postcristiana e neopagana che va disegnandosi.
Ossia del futuro che stiamo presentemente costruendo dopo
aver decostruito miti, riti e divieti di un passato che non vuol saperne di
passare, apparentemente arcaico eppure maledettamente attuale.
A dispetto del clericalismo laicista, laicizzazione non è affatto
sinonimo di desacralizzazione, anzi: se è vero, come aveva intuito Max Weber,
che il giudeo-cristianesimo ha demagicizzato il mondo aprendo le porte al
pensiero razionale e dunque alla scienza, annichilire il monoteismo è la
conditio sine qua non per ri-sacralizzare il mondo degli dèi, ossia delle
vittime sacrificate. E dal momento che, come nota acutamente Calasso, «la
post-storia in genere risveglia tutte le categorie arcaiche» (La rovina di
Kasch, p.318), i propugnatori del pensiero nietzschiano mirano a invertire il percorso
lévinassiano per ritornare «dal santo al sacro».
«Il neopaganesimo vuol fare del Decalogo e di tutta la
morale giudaico-cristiana una violenza intollerabile, e la loro completa
abolizione è il primo dei suoi obiettivi… Questo neopaganesimo situa la
felicità nell'appagamento illimitato del desiderio e, di conseguenza, nella
soppressione di tutti i divieti»: così si legge in Vedo Satana cadere come la
folgore (Adelphi, p.236), l'ultima opera girardiana, la più esplicitamente
apologetica di quel cristianesimo antisacrificale che sta subendo l'attacco più
subdolo mai subìto in 2000 anni di vita.
Ecco perché Girard (vedi l'intervista apparsa su Avvenire del 7/11/'99) non esita a dire papale papale che «i cristiani devono rialzare la testa». Soprattutto oggi - ci permettiamo di aggiungere - che molti vorrebbero tagliargliela, oppure imprigionargliela in maschere anticristiche, magari con l'aiuto del cristianissimo Girard.