![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 3 GIUGNO 2001 |
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Tra i filosofi riuniti a Venezia per discutere
della ricezione americana di Hegel, Richard Rorty era il più noto al pubblico
italiano. Fedele sostenitore dell'assunto per cui avere idee troppo chiare è
fondamentalmente antidemocratico, si è detto dispiaciuto per la vittoria della
destra, sdrammatizzato però l'apporto dei media: "non ho mai capito i
problemi di Adorno e di Horkheimer, a mio avviso i media non costituiscono un
reale problema per la democrazia"
Nell'agosto
del 1812, quando l'astro di Hegel già illuminava l'orizzonte della filosofia
tedesca, Johann Gottlieb Fiche disse ai suoi studenti: "un nuovo
scrittore di filosofia, dotato di acume, si è ribellato all'idealismo prefiggendosi...
di introdurre di nuovo il dogmatismo" (lo apprendiamo grazie agli appunti
degli studenti alle lezioni fichtiane di Logica trascendentale,
recentemente pubblicate da Guerini, a cura di Alessandro Bertinetto). Fichte
diceva, risolutamente: la natura sta nel nostro occhio, e senza i nostri occhi
non vi sarebbe natura, invece Hegel (lo scrittore dotato di acume, appunto)
pretende
di parlare di nuovo di "essere", e al tempo stesso vuole anche conservare
il mutamento e la trasformazione, impigliandosi, perciò, in una
"contraddizione assoluta": "è davvero divertente osservare quali
acrobazie compia per sfuggire all'imbarazzo".
Questa
immagine di Hegel dogmatico e acrobatico, per così dire, non è in fondo del
tutto errata. Storicamente Hegel rappresentò il ritorno a un certo rispetto per
l'oggettività (per Fichte: al dogmatismo) dopo un'epoca di soggettivismi,
estetismi e struggimenti romantici, tanto è vero che non fu difficile a molti
autori del Novecento (hegeliani, anti-hegeliani) guardare a Hegel e al
positivismo ottocentesco come a un unico sviluppo, un tutt'uno, in cui la
filosofia celebrava la scienza e si celebrava come scienza. Ma questa collocazione
di Hegel dà anche da riflettere, perché è probabile che di lì in avanti, ogni
tentativo di ripensare le condizioni dell'oggettività e della verità tenendo
conto del fatto che il modo d'essere della natura (della realtà) ha a che fare
con il nostro occhio e il nostro linguaggio in modo abbastanza decisivo (che
ogni sguardo e ogni parola, a certe condizioni, contaminano e ricostruiscono la
cosa osservata e detta), sia destinato a confrontarsi con il dogmatismo
acrobatico del pensatore di Stoccarda.
In questo
quadro va collocato, mi sembra, il "ritorno a Hegel" degli americani,
un "ritorno" di cui si è avuta ampia documentazione al convegno di
Venezia del maggio scorso su "Hegel contemporaneo" e la sua ricezione
negli Stati Uniti.
La rilettura che autori come John McDowell
e Robert Brandom stanno tentando è orientata verso un Hegel più
"epistemologo" (cioè teorico della conoscenza) che
"storicista" (cioè grande narratore delle vicende del logos), e forse
questo può risultare problematico per un pronto avvio del dialogo con la
tradizione degli studi hegeliani in Europa e in particolare in Italia. E'
anche, probabilmente, una rilettura troppo legata all'attuale dibattito tra
naturalisti
e anti-naturalisti, e dunque rischia di trascurare le recenti acquisizioni
degli studi filologici hegeliani, che invece sono tutti rivolti alla
rivalutazione dei rapporti tra Hegel e le scienze esatte e naturali, e tendono
a ridimensionare molto l'immagine canonica dell'hegelismo come filosofia delle
"scienze dello spirito" (una immagine a cui invece sembrano
affezionati gli americani).
Queste
dissonanze sono state puntualmente registrate, al convegno di Venezia. Tuttavia
era da molti anni evidente che prima o dopo la filosofia analitica nei suoi più
classici presupposti avrebbe dovuto misurarsi con il nucleo più impegnativo e
caratteristico della filosofia continentale, che è per l'appunto il pensiero di
Hegel. Già Nicholas Rescher, uno dei primi promotori degli studi hegeliani a
Pittsburgh, aveva intrapreso questa via. Ma ora è importante ricordare che
McDowell e Brandom giungono a Hegel proprio attraverso gli autori classici
della tradizione analitica: Wittgenstein, Frege. Il punto di avvio del loro
percorso è rintracciabile nei lavori di un filosofo analitico della generazione
di Quine, Wilfred Sellars, il cui programma fu, espressamente, quello di
"spostare" la filosofia analitica dalla fase dell'empirismo di Hume
alla fase kantiana, e quindi a Hegel come continuatore di Kant.
E' inoltre
importante notare che a promuovere questo ritorno di Hegel è stato, tra gli
altri, un filosofo noto per il suo radicale scetticismo in materia di filosofia
sistematica, oggettività e spirito assoluto, ossia Richard Rorty.
E' in corso di traduzione per Einaudi un importante libro di Sellars, Empiricism and the Philosophy of Mind, (Empirismo e filosofia della mente) con introduzione di Rorty e un saggio conclusivo di Brandom. La ripubblicazione di questo libro di Sellars (uscito in America nel 1997) è stata il segnale della nascita di una nuova tendenza - se non di una "corrente" - a cui Rorty ha dato una ufficialità e quasi uno "stato civile" storiografico con il suo intervento al convegno di Venezia, dove lo abbiamo incontrato e dov'era insieme a Robert Brandom, di cui riporteremo l'intervista nei prossimi giorni.