RASSEGNA STAMPA

3 GIUGNO 2001
editoriale
La salutare modestia di Popper

Bruno Lai ricostruisce le tappe dell’ostracismo al pensiero del filosofo austriaco

La storia della ricezione in Italia del pensiero politico di Karl R. Popper è un po' la biografia culturale e intellettuale del nostro Paese. La cultura italiana del secondo dopoguerra è stata infatti segnata da una egemonia del marxismo il quale per decenni ha prevalso rispetto ad una filosofia cattolica orientata alla metafisica e poco sensibile alle tematiche liberali e ad un pensiero liberale di orientamento storicistico e idealistico troppo astrattamente impegnato a difendere la crociana "religione della libertà" e poco incline a indagare le ragioni logiche, gnoseologiche, economiche a difesa della libertà e delle democrazia. Ed anche quell'importante filone di pensiero laico estraneo a queste tradizioni culturali (significativamente rappresentato da un filosofo della levatura di Norberto Bobbio), che per il suo neo-illuminismo riformistico e il suo razionalismo critico aveva una radice comune con la filosofia popperiana, ha finito - di fatto - per avere una sorta di pregiudiziale favorevole nei confronti del marxismo, trascurando incredibilmente la filosofia di Popper. A raccontare la storia della difficoltosa e controversa diffusione del pensiero di Popper in Italia è Bruno Lai (Popper in Italia, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2001, pp. 234, L. 25.000), che con dovizia di particolari ci fa rivivere una delle pagine meno edificanti delle vicende culturali degli ultimi decenni. Pubblicata nel 1945 in Gran

Bretagna, La società aperta e i suoi nemici è concepita da Popper come la "fatica di guerra" di un epistemologo fallibilista che utilizza argomentazioni logiche e metodologiche per combattere le radici gnoseologiche dei totalitarismi e per difendere la libertà e lo stato di diritto. Ad un anno dalla sua pubblicazione, nel 1946, fu proprio Norberto Bobbio a

recensire l'opera di Popper su due importanti riviste italiane, dichiarandosi in sintonia con le posizioni popperiane, le quali, a suo avviso, costituivano un atto di salutare "modestia", "in mezzo a tanta orgogliosa sicurezza a destra e a sinistra", utile "a condurre sulla buona strada". Questa significativa presa di posizione poteva preludere ad un impegno, di Bobbio e di altri, per far conoscere il Popper in Italia, ma purtroppo non fu così. The Open Society - uno dei più significativi contributi alla teoria politica del Novecento - fu pressoché completamente ignorata per quasi un trentennio; solo nel 1973 fu pubblicata in

italiano dalla allora piccola casa editrice Armando, e non poco dovette penare Dario Antiseri, curatore dell'edizione italiana, che si era visto chiudere le porte in faccia dalle più importanti case editrici italiane e che in questa impresa non ricevette certo aiuto dai più accreditati filosofi dell'epoca. Erano anni in cui l'egemonia marxista nelle università e nelle case editrici raggiungeva il suo apogeo, anni in cui andava a ruba L'uomo a una dimensione di H. Marcuse mentre invece L'abuso della ragione di F. von Hayek passava direttamente dalla tipografia al macero. Anni in cui alle devastanti critiche epistemologiche

di Popper al marxismo e alle filosofie della storia un marxista come Luciano Gruppi rispondeva con la condanna ideologica, accusando sostanzialmente Popper di dilettantismo e di irrazionalismo, e scindendo il Popper epistemologo dal Popper teorico della politica, con una operazione che risulta improponibile anche al più disattento lettore del filosofo austriaco.

Pressoché unanime fu il silenzio dei filosofi italiani della generazione di Popper, a cominciare da L. Geymonat, il più accreditato epistemologo italiano, che certamente conosceva l'epistemologia popperiana tanto da aver recensito la Logica della scoperta scientifica già nel 1936 e che tornò a parlare di Popper solo nel 1983. Pur non mancando di apprezzare l'epistemologia popperiana ed il suo anti-idealismo, Geymonat accusò Popper di essere il "filosofo ufficiale dell'anticomunismo" per la sua ostinata difesa del regime liberale; un "filosofo dei regimi socialdemocratici", oramai campioni del "moderatismo se non del conservatorismo".

Ma accanto all'ostilità dei marxisti c'è stata anche l'indifferenza e a volte la presa di distanza dei liberali, i quali forse non perdonavano a Popper le violente critiche all'idealista Hegel e che, con Antimo Negri (nel 1978), esprimevano la loro preoccupazione per il fatto che le giovani generazioni di liberali sembravano trasferire le loro simpatie da Croce a Popper, accusato di relativismo, se non di scetticismo; accusa, questa, certamente condivisa da molti cattolici che non accettavano il rifiuto di popperiano di un fundamentum inconcussum di tipo metafisico-religioso.

Fino agli anni Ottanta, a parte l'infaticabile e solitario tentativo di Dario Antiseri di introdurre Popper in Italia, ci fu una convergenza di interessi anti-popperiana, la quale ha impedito che venisse conosciuto il pensiero di uno dei più grandi filosofi del XX secolo. A partire da questo periodo si registra un sempre più diffuso interesse per il filosofo austriaco. Studiosi come R. Cubeddu, L. Infantino e A.M. Petroni, insieme ad Antiseri, studiano e diffondono Popper, evidenziando come il suo pensiero si inserisca nella tradizione della filosofia liberale fallibilista e individualista della Vienna della Scuola austriaca di

economia e come la sua epistemologia sia alla base della sua teoria politica. Ma nei primi anni Ottanta è anche la sinistra non marxista a scoprire Popper; la rivista socialista "Mondoperaio", diretta da L. Pellicani, dedica ampio spazio alle idee popperiane, vedendo nel riformismo gradualistico di Popper un modello epistemologico più difendibile per un socialismo riformistico definitivamente affrancato dal marxismo. Il crollo del Muro di Berlino ha fatto il resto. E ai nostri giorni Popper è invocato - non sempre a proposito - a destra come a sinistra.

Guardando al passato oggi sembrano incredibili per la loro inconsistenza molte delle critiche rivolte a Popper: accusato di essere un "positivista deteriore" pur essendo "l'opposizione ufficiale" del Circolo di Vienna; di "scetticismo" e di "nihilismo" pur essendo un razionalista critico; di essere "reazionario" e "conservatore" pur essendo un teorico del riformismo "a spizzico"; di avere addirittura "simpatie marxiste" pur avendo formulato tra le più devastanti critiche al marxismo; e perfino di essere un "dilettante", pur essendosi confrontato direttamente con i più grandi filosofi e scienziati del Novecento, da Carnap a Einstein, da Heisemberg a Wittgenstein.

L'incredulità che qualsiasi intellettuale ragionevole oggi naturalmente prova di fronte all'infondatezza di queste critiche è il segno che, fortunatamente, questi anni non sono trascorsi inutilmente.
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Storia della filosofia