![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 31 MAGGIO 2001 |
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"Ogni flacone poteva essere collocato su una delle quindici rastrelliere, ciascuna delle quali era un veicolo viaggiante alla velocità oraria di trentatré centimetri e un terzo. Duecentosettantasette giorni in ragione di otto metri al giorno". Nel "deposito degli embrioni" descritto da Aldous Huxley ne Il mondo nuovo, gli embrioni venivano incubati in una gigantesco macchinario che ne accelerava la crescita e permetteva di ottenere individui di vario tipo, adatti alle esigenze della società pianificata in nome del razionalismo produttivistico e votata "all'assoluta perfezione".
E' difficile immaginare come Huxley reagirebbe alle innovazioni biotecnologiche che nel giro di pochi decenni hanno modificato profondamente alcuni aspetti della riproduzione umana: ma ora una nuova innovazione dischiude scenari simili a quelli da lui delineati nel suo pamphlet. Due ricercatori dell'Università dell'Illinois hanno pubblicato su una rivista specializzata in tecnologie biomediche i risultati relativi alla sperimentazione di un biochip in grado di produrre embrioni i notevoli quantità. Il chip, che è già stato utilizzato per produrre embrioni di topo, potrebbe essere impiegato in zootecnia per realizzare notevoli quantità di embrioni al fine di produrre ceppi altamente selezionati o dotati di particolarità genetiche. Si tratta quindi di una tecnologia che presenta notevoli interessi applicativi ma che dischiude anche scenari nuovi e "alla Huxley" in tema di riproduzione umana.
I due autori dell'articolo pubblicato su IEEE Transactions on Biomedical Engineering hanno realizzato un apparecchietto che permette di fertilizzare in vitro gli ovociti, realizzare blastocisti, vale a dire embrioni pronti per l'impianto intrauterino. In che cosa consiste il biochip che svolge sia le funzioni di fertilizzatore, sia quelle di incubatore e deposito di embrioni? L'apparecchio non è altro che una lastrina trasparente, formata da un elastomero in cui sono scavati minuscoli canali del diametro di poco più di un decimo di millimetro. Questi canali sono connessi a un sistema di microsiringhe che, sulla base di un programma computerizzato, possono pompare liquidi di vario tipo e far circolare gli embrioni nella rete di canalicoli.
Nell'esperimento realizzato dai ricercatori dell'Università dell'Illinois attraverso appositi "imbuti" sono state immesse nell'apparecchio diverse decine di uova di topo, queste sono state fertilizzate con spermatozoi e, grazie a opportuni liquidi in grado di nutrire gli embrioni, si è giunti allo stadio della blastocisti, la tappa dello sviluppo embrionale che segue la "morula", formata da un insieme di cellule indifferenziate. Per facilitare il successivo impianto della blastocisti, questa è stata trattata, sempre automaticamente, con una soluzione acida che ne rimuove la cosiddetta "zona pellucida", lo strato di materiale che incapsula gli embrioni ai primi stadi e che diminuisce la possibilità di impianto nelle usuali procedure di fecondazione in vitro.
Il biochip "incubatore" presenta quindi diversi vantaggi rispetto alle complesse procedure utilizzate nei centri di zootecnia per la riproduzione del bestiame selezionato tramite la fertilizzazione in vitro: uno dei vantaggi è la produzione di un gran numero di embrioni di alta qualità in termini di impianto, un altro è quello di consentire una diagnosi genetica degli embrioni, anche se questa procedura è ancora in fase sperimentale. Valutazioni etiche a parte, le caratteristiche del biochip potrebbero aprire la strada a una diffusione di simili tecniche in campo umano: le attuali tecniche di fertilizzazione in vitro richiedono infatti un monitoraggio delle caratteristiche dell'embrione -quali il suo consumo di ossigeno o di glucosio- che sono estremamente semplificate nell'apparecchietto messo a punto dai ricercatori dell'Università dell'Illinois. Si tratta quindi di una tecnologia che dischiude nuovi scenari riproduttivi e una serie di problemi che derivano dalla facilità di produzione di embrioni e quindi dalla possibilità di scegliere gli embrioni "migliori" o di modificarne alcune caratteristiche. Forse non siamo ancora al Mondo nuovo di Huxley ma poco ci manca: ancora una volta, la disponibilità di una tecnologia sollecita scelte etiche che, appena qualche decennio fa, apparivano remote, legate a scenari fantascientifici.