RASSEGNA STAMPA

31 MAGGIO 2001
BENEDETTO VECCHI
Nella morsa della comunità

Le élite globali costruiscono le loro enclave dorate, il "dominio della flessibilità" alimenta le politiche di apartheid per lo "straniero in casa" e la società capitalistica è ridotta a un enorme ghetto. Il nuovo libro di Zygmunt Bauman edito da Laterza

Calda, accogliente, rassicurante come solo le braccia dell'amante o del genitore possono essere. Ma anche artificio che cancella la singolarità in nome di una presunta omogeneità sociale e culturale. Sono questi alcuni dei sentimenti che suscita la comunità, termine così

controverso da originare, appena si ritorna con la memoria agli orrori compiuti in suo nome, rigetto, rifiuto. O, all'opposto, vissuta come la stella polare che guida l'attraversamento di un deserto chiamato vita. Di questa ambivalenza è consapevole Zygmunt Bauman che alla comunità dedica alcuni saggi raccolti nel volume da poco pubblicato da Laterza con il titolo Voglia di comunità (pp. 145, L. . 24.000), che tradisce però non poco la lapidaria sentenza che accompagnava la pubblicazione in inglese del libro. E' cosa infatti diversa parlare di un oggetto desiderato o argomentare sulla comunità scomparsa, come recitava il titolo originale in inglese. (Per il resto la traduzione di Sergio Minucci è impeccabile, e la lettura del libro scorre piacevolmente come negli ultimi anni raramente accade per molta della saggistica tradotta). Resta inconfutabile che "scomparsa della comunità" restituisca meglio lo spirito del libro. Da una parte c'è la sottolineatura in positivo di una forma di organizzazione sociale; dall'altra il semplice riconoscimento che la comunità non esiste, né è forse mai esistita.

Bauman, infatti, sostiene che la comunità è da sempre il risultato di una produzione sociale di "significati", perché di essa, in natura, non c'è mai stata traccia. Allo stesso tempo c'è da aggiungere che il termine ha acquisito una pregnanza teorica e quindi politica solo nei momenti di passaggio della modernità. A quel presunto insieme organico di comportamenti

e stili di vita ci si è infatti rivolti solo quando è risultato difficile "sentirsi in società".

Maliziosamente, ma non troppo, si potrebbe altresì affermare che la comunità entra in

scena come reazione a una modernità che spazza via consuetudini e rapporti sociali in cui

la polarità e l'oscillazione tra "varietà" e "identicità" era regolata dallo scettro di un

imperatore o dalla tiara di un papa.

Né si può parlare di una comunità originaria dei naufraghi dello sviluppo capitalista, come invece suggeriscono alcuni critici del mercato mondiale. Nel pieno della rivoluzione

industriale, il generale Ludd e Captain Swing a capo dell'esercito luddista non invocano la

comunità, ma l'"identicità" di una condizione materiale contrapposta alla "identicità" della

moderna società capitalista. Di questo impossibilità nell'individuare nella resistenza degli

"oppressi" la culla politica della comunità è del resto consapevole Zygmunt Bauman, che

alla nascita del movimento operaio ha dedicato uno dei suo libri più belli (Memorie di

classe, Einaudi). E pur tuttavia la fondazione teorica della comunità inizia proprio in quello stesso periodo. Basta rileggere alcune pagine de La divisione del lavoro sociale di Emile Durkheim o di Comunità o società di Ferdinand Toennies, libri tra loro molto diversi, ma concordi nel distinguere due diverse organizzazioni sociali, dove la comunità è individuata come un modo di vivere associati precedente alla società moderna. Ma se per Durkheim è vitale individuare e distinguere le diverse modalità di integrazione sociale, per il fondatore della "Società sociologica tedesca" alla cesura operata dallo sviluppo capitalistico è comunque da contrapporre una gemeinschaft che semplifichi e riduca al minimo la "varietà", elaborando contemporaneamente lo statuto teorico e politico della "identicità". Il motto nazista di "suolo e sangue" trova quindi le sue radici proprio nell'idealizzazione di una comunità che ha nella mitologia celtica e in quella nibelunga le sue fondamenta. Argomento questo già affrontato da Bauman nel suo Modernità e Olocausto (Il Mulino), quando spiega la Shoah come frutto del terribile matrimonio della "comunità di popolo" e della moderna burocrazia.

Termine dunque negativo, ma sempre interrogato, quasi sempre per decretarne l'inapplicabilità. Ad esempio, Jean Paul Sartre, rileggendo il Sessantotto parigino, preferisce illustrare il tormentato cammino dalla "serie" al "gruppo" per evidenziare un senso di appartenenza dove la singolarità - che nel linguaggio di Bauman trova nella "varietà" l'ambito dove manifestarsi - possa essere valorizzata senza cadere nella camicia di forza della comunità. Oppure la sua demistificazione operata da Maurice Blanchot ne La

comunità inconfessabile, che vede nel gruppo fusionale il passaggio obbligato della rivolta

contro la società di massa. Infine la provocazione di Jean-Luc Nancy, che ne La comunità

inoperosa afferma che si potrà parlare senza reticenze di comunità solo quando il regime

del lavoro salariato sarà corroso dall'irruzione in società di una singolarità desiderante.

In questo libro di Bauman prevale però l'urgenza politica di svelare il carattere strumentale

della comunità, specialmente se messo in relazione con la convergenza tra la politica

dell'identità e i processi di globalizzazione economica. Si invoca la comunità perché il

"dominio della flessibilità" aumenta il sentimento di incertezza, afferma il sociologo di origine polacca. E per sentirsi al sicuro dall'inquietante "desiderio proteiforme del molteplice" insito nella globalizzazione si mette in conto financo la perdita della libertà. Temi già trattati da Bauman in quasi tutti i suoi libri a partire da Le sfide dell'etica (Feltrinelli), quando la "sensibilità postmoderna" è vista come fuga dalla responsabilità da quella "riflessività" insita nella modernità capitalistica. Solo così si spiega La decadenza degli intellettuali, che abdicano al ruolo tradizionale di "produttori di significati" socialmente condivisi. (Per estenzione si può affermare che il conflitto sociale e di classe sono per Bauman espressione della riflessività del Moderno).

E' quindi con la globalizzazione che la comunità ritorna in scena. Di questo relazione causa effetto Bauman è attento osservatore. Ma se la globalizzazione produce sradicamento, incertezza e insicurezza e senso della precarietà, le idee di comunità proposte sono delle "grucce" per sorreggere il "cittadino globale". La fobia per il molteplice che accompagna la politica delle identità, quest'ultima da intendere come autocostruzione e autoaffermazione, è però destinata a naufragare contro l'unica vera comunità esistente. Può sembrare un paradosso quello di Bauman, che per gran parte del libro sottolinea l'inconsistenza teorica della comunità, e poi presentarne una. Ma se seguiamo il suo pacato ragionamento, scopriamo che l'autore ha in mente le élite globali, che godono di extraterritorialità e sfuggono perciò a ogni possibile regolamentazione del loro operato. Siedono sicuramente nei piani alti delle imprese transnazionali; abitano ovviamente nelle enclave fortificate delle città globali; fanno del "desiderio proteiforme" la linea di condotta nel rapporto con gli altri.

Ma per fare tutto ciò devono instaurare un vero e proprio "stato di sicurezza nazionale" che garantisca la riuscita della loro "fuga dalla società" nutrendosi al tempo stesso proprio dalla idea di una comunità che cancella le differenze e che fa della segregazione dello "straniero in casa" la misura politica della sua legittimazione.

La comunità è quindi un termine squisitamente politico che legittima l'extraterritorialità delle élite globali e trasforma la società in un "ghetto volontario" in cui lo "straniero in casa" è proiezione e quindi capro espiatorio del sentimento di incertezza e della precarietà

- cioè della deregolamentazione del mercato del lavoro e della demolizione del welfare

state - che accompagnano la globalizzazione. Una lettura delle vicende americane e europee meno avvelenata dalla contingenza potrà rintracciare molti dei temi dominanti la

discussione pubblica. La sicurezza della città, del quartiere, della strada, del condominio è l'argomento delle élite globali per costruire uno "stato di sicurezza nazionale". Si può chiamare "tolleranza zero" "conservatorismo compassionevole" o "città sicure", ma sono tutte variazioni sullo stesso tema. Bauman non è certo un radical che pensa a un sovvertimento dello status quo. E' però indubbio che, da Le sfide dell'etica fino a questo Voglia di comunità, la sua ricognizione del presente è sicuramente una denuncia dello scadimento della sfera pubblica. Ma anche, e sopratutto, una amara e disincantata ricognizione delle nuove forme di potere nella società capitalistica, dove la rinuncia alla

libertà insita nell'idea di comunità torna ad occupare un posto d'onore.
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