![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 29 MAGGIO 2001 |
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Il suo insegnamento in un volume dei
meridiani
"Paragonata
a quella di un dio che accondiscende ad assumere forma umana e muore crocifisso
tra due ladri, la storia del principe che lascia il suo palazzo e professa una
vita austera è molto più povera". Certo, se ci si limita ai grandi eventi
biografici, Jorge Luis Borges ha ragione nell'affermare che la vicenda del
Buddha non è comparabile a quella grandiosamente tragica di Cristo. Volendo si
potrebbe anche aggiungere che non è trascinante al modo di Maometto. E che non
può vantare il profetismo legislativo di Mosè. Figurarsi; Buddha non ci ha
neppure provato a trascrivere le Tavole della Legge. Lui voleva risolvere
"soltanto" un problema: come uscire dalla catena del dolore, nelle cui maglie la vita dell'uomo è stretta
dalla nascita alla morte. O meglio, da una delle mille possibili nascite a una
delle mille possibili morti. In teoria dunque l'approccio dovrebbe risultare
più semplice di quanto non accada con gli architetti delle tre grandi religioni
del Libro. E invece no.
Perché se in
un esercizio il Buddha eccelle, è proprio quello della dissimulazione; del
permanente sviamento di chi intenda mettersi sulle sue tracce. Vuoi di quelle
esistenziali (avvolte in uno sfumato alone leggendario, e tese a ridurre
l'importanza di un' individualità eccezionale, come lo stesso Borges
sottolinea); vuoi del suo pensiero, non meno paradossale e inafferrabile. In
tal senso, l'occasione offerta dalla pubblicazione de La rivelazione del Buddha
(I Meridiani-Classici dello Spirito, Mondadori, pagg. 1.632, lire 95.000; a
cura e con un saggio introduttivo di Raniero Gnoli, traduzioni e commento di
Claudio Cocuzza, Raniero Gnoli e Francesco Sferra) è davvero
irripetibile. Nel suo limpidissimo saggio Gnoli ci introduce innanzitutto
all'India del 600 a.C., sul finire del periodo vedico. E' in quel paese
lacerato da lotte intestine che compaiono due figure capitali: Vardhamana (o
Jina, "il vittorioso") e Siddharta (il futuro Buddha, "il
risvegliato"). Appartenenti alla casta guerriera, e non a quella
sacerdotale, entrambi "rigettano in blocco l'autorità dei Veda, la
validità del rito e delle caste". Tanto il buddhismo quanto il giainismo -
inseparabili dallo yoga e da precedenti pratiche meditative - si articolano in
comunità monacali tese a liberare l'uomo dalle passioni; mutuano la validità
dei principi teorici dalla loro concreta applicabilità; e si rivolgono a tutti,
non più a discepoli eletti, rigettando perciò stesso il sanscrito, lingua sacra
e per pochi. Nel caso del Buddha questo itinerario si lega saldamente ad alcuni
capitoli essenziali della sua storia terrena. A cominciare da quello secondo
cui, stando alla vulgata leggendaria, il principe Siddharta Gautama - dopo aver
vissuto una gioventù dorata, tra mille donne e mollezze d'ogni genere - ebbe la
ventura di incontrare la sofferenza sotto le sembianze successive di un malato,
un vecchio e un morto.
Bastò questo
perché il giovane abbandonasse agi e ricchezze e concentrasse tutte le sue
forze sulla soluzione di quell'unico problema: come sradicare il dolore, che a
suo dire nasce dalla continua sete dell'Io, sempre destinata alla frustrazione.
Proprio per sopprimere questa sete, e quindi rompere la ripetitiva catena
illusione-delusione, il Buddha si adoperò esponendo nel sermone di Benares le
cosidette "quattro nobili verità" e approntando il "Nobile
ottuplice sentiero", fondato su altrettante virtù: retta visione,
intenzione, parola, azione... ma soprattutto - direi - retta presenza mentale,
retta concentrazione. O meditazione; la quale non ha nulla da spartire con la preghiera,
visto che non c'è di mezzo la parola e pertanto nessuna richiesta ad alcuna
divinità. La meditazione, semmai, è un esercizio tanto paziente quanto faticoso
di osservazione interiore ed esteriore, volto a misurare
"impermanenza" e "inconsistenza" del mondo dei sensi: mondo
vacuo, perché strutturato da
elementi
interdipendenti privi di natura propria. A finire sul banco degli imputati è
dunque, in primo luogo, quella minuscola paroletta - "Io" - su cui
l'Occidente ha costruito gran parte delle sue fortune e delle sue disgrazie.
Paroletta che il Buddha attacca frontalmente, in modo sistematico e razionale,
spogliandola dalla sua corazza e svelandone le reali fattezze di aggregato
passeggero, di fascio di
percezioni
al quale soltanto per ignoranza ci attacchiamo, alimentando così - allo stesso
tempo - la più grande delle illusioni e la sorgente di ogni dolore. Quanto al
buddhista consapevole, cercherà invece di attingere alla condizione primigenia
dell'essere: cominciando da un Io vissuto finalmente per quello che è - occhio
che guarda compassionevole, distaccato e pacificato il flusso impersonale delle
cose - e finendo, nel caso dei più caparbi e capaci, col raggiungimento del
vuoto: indice non
dell'approdo a un nichilistico niente, ma
semmai a uno stato neutro. Alla fine di ogni attaccamento e desiderio.
Fuoriuscita
da sé, muta contemplazione, apatia perfetta, suprema felicità. A questo, più o
meno, dovrebbe corrispondere quell'impronunciabile nome che, come per Dio, non
bisognerebbe pronunciare mai invano: nirvana.
Gnoli e i
suoi validissimi collaboratori mi scuseranno se il loro immenso lavoro sui
testi della tradizione buddhista (non del Buddha, ché egli non lasciò niente di
scritto) viene così rozzamente riassunto per una pagina di giornale. Ma altre
vie non vedo per affrontare un pensiero che dapprincipio appare semplicissimo,
mentre poi - via via che ci si sprofonda dentro - risulta essere una geniale
burla della metafisica, un'errante prestidigitazione della realtà, un saluto di
benvenuto nel regno del Vuoto. Bene lo si evince proprio sfogliando questo
gigantesco volume. Una nota all'edizione ci ricorda che le prime quattro
sezioni dell'antologia comprendono traduzioni dal canone pali dei Theravadin,
l'unico pervenutoci nella sua interezza, e ancor oggi fonte di ispirazione per
migliaia di buddhisti in tutto il mondo, in particolare nel sud-est asiatico.
"I testi sono idealmente ripartiti nelle tre grandi divisioni in cui si
struttura il percorso spirituale buddhista: "sila" (morale), "samadhi"
(concentrazione o contemplazione) e "panna" (saggezza o
discernimento)". Segue la sezione dedicata alla vita del Buddha e da
ultimo un testo (Salistambasutra) che fornisce un collegamento ideale tra il
buddhismo antico, cui è dedicato questo Meridiano, e le tradizioni del
buddhismo del Mahayana, trattata nel prossimo, secondo volume. Se infatti il
Buddha non intese fondare una religione (nel suo pensiero non esiste l'idea di
un unico dio creatore e sovrano, e tantomeno quelle di dogma e peccato),
purtuttavia dopo la sua morte finì per assumere egli stesso le sembianze di una
divinità. E la persona del Risvegliato "si
colorò di tutte le tinte della religione e
della devozione", dando vita alle due grandi correnti del Piccolo veicolo
(hinayana), più chiuso e monacale, e del Grande veicolo (mahayana), più aperto
alle vicende mondane. Del resto, la caratteristica principale di questo
pensiero è proprio la sua plasticità, la sua adattabilità alle specifiche
condizioni del luogo e delle pregresse tradizioni su cui viene crescendo:
chiunque abbia visitato il Nepal, la Birmania o il Tibet avrà potuto toccare
con mano quanto diversi siano i "buddhismi" praticati in quei paesi.
Resta però sempre, per l'osservatore occidentale, il medesimo senso di
fascinazione e straniamento. Come restare indifferenti al mondo, noi che col
mondo lottiamo continuamente perché ci riconosca?
Come
avventurarci - dopo i mille svelamenti dell'apparente universo dei sensi -
nell'unica realtà inqualificata e inqualificabile del vuoto, noi che del vuoto
abbiamo terrore e tutt'al più lo rovesciamo in nulla, concetto stellarmente
lontano dalla vacuità buddhista? Non sarà mica per caso che lo stesso Dalai
Lama continuamente afferma: incontriamoci, dialoghiamo, ma evitiamo facili
conversioni; "non si deve mettere la testa di uno yak sul corpo di una
pecora". Sarebbe bene che ogni tanto se ne ricordasse anche il crescente e
variegato esercito dei simpatizzanti occidentali del buddhismo. Ciò non
significa, naturalmente, disconoscere tutti gli elementi di possibile contatto.
E prima ancora sottacere il desiderio di far proprie le continue, straordinarie
lezioni di quel pensiero: la sua ferrea logica, il modernissimo empirismo, la
diffidenza verso ogni sistema metafisico, l'idea di responsabilità individuale,
la compassione universale che traspare da ogni singola frase.
Ma visto che
Buddha è il primo a rifiutare adesioni fideistiche ("le mie parole, o
monaci, debbono essere verificate ed accettate dai savi così come l'oro, che
viene riscaldato, spezzettato e provato, non certo per reverenza verso di
me"), sarebbe sciocco azzerare le plurimillenarie distanze tra quel mondo
e il nostro mondo. Tra la nirvanica vaporizzazione dell'individuo buddhista e
l'ipertrofia dell'Io di cui l'Occidente continua ad essere maestro e levatore.
Basti citare, a mo' di esempio conclusivo, la vertiginosa risposta che Siddharta invia indirettamente all'amato genitore quando decide di allontanarsi per sempre dalla casa paterna inoltrandosi nella selva: "Non si affligga per me che ho rinunciato al mondo affine di sottrarmi al dolore; sono invece da compiangere coloro i quali, avidi di godere, concepiscono desideri che sono appunto causa di dolore".