![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 23 MAGGIO 2001 |
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Nel recente
volumetto intitolato "Interpretazione dell'Odissea" (manifesto libri,
pagine 128, lire 25.000), il curatore Stefano Petrucciani presenta la prima e
più ampia stesura di uno dei capitoli centrali della celebre opera di Max Horkheimer
e Theodor W. Adorno, "Dialettica dell'illu- minismo", pubblicata
nel 1949, vero e proprio testo-chiave per comprendere le concezioni filosofiche
della Scuola di Francoforte, di cui oggi in verità non si parla molto, ma che
rappresenta un capitolo significativo della filosofia del XX secolo e che, a
suo tempo, conobbe un notevole successo di critica e di pubblico (non si può
dimenticare che di essa fece parte anche Herbert Marcuse, uno dei più
ascoltati "profeti" del '68.
I
francofortesi sostennero una teoria critica della società, improntata al
socialismo e al materialismo e legata a doppio filo alla lezione di Hegel, Marx
e Freud: il loro intento era quello di far emergere le contraddizioni della
società capitalista per avviare la costruzione di un nuovo sistema
socio-politico che abolisse ogni forma di sfruttamento. E proprio nella
"Dialettica dell'illuminismo" Horkheimer e Adorno esprimono la loro
valutazione della società moderna caratterizzata dal dominio della tecnica: a
loro giudizio l'illuminismo rappresenta una costante di tutta la storia della
civiltà occidentale, la quale, fin dalle origini, ha preteso di razionalizzare
il mondo per renderlo più facilmente fruibile e sfruttabile dall'uomo; tale
indirizzo di pensiero non può che portare alla catastrofe e alla distruzione,
perché antepone la funzionalità alla verità, la ragione strumentale alla
ragione critica, esaltando la produttività e la capacità di manipolare le
coscienze, mediante quella che Adorno chiamò l'"industria culturale".
In questo contesto, Adorno, che Petrucciani indica con certezza come l'estensore del capitolo della "Dialettica dell'illuminismo" dedicato all'Odissea, interpreta Ulisse come l'archetipo dell'individuo borghese moderno, nel quale ravvisa la figura originaria della razionalità occidentale, che si mostra in tutta la sua dialettica ambiguità, nella sua potenza demitizzante ed emancipativa, ma anche nella sua segreta complicità con il dominio: "Ulisse - osserva Petrucciani - è assunto a paradigma della razionalità disincantata, strumentale e calcolante, che celebrerà poi i suoi fasti in tutta la corrente "analitica" della razionalità moderna, da Hobbes fino al positivismo logico... L'astuzia è il paradigma originario della ragione impiegata come strumento di autoconservazione, di autoaffermazione, di sopraffazione dell'altro". Non scevra da condizionamenti ideologici, la lettura adorniana dell'"Odissea" risulta, a un tempo, parziale e intelligentemente suggestiva.