![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 23 MAGGIO 2001 |
|
La folgorante attualità del pensiero machiavelliano sul
potere «riscoperta» dai francesi
Ci voleva proprio la Palma
d'Oro al film di Nanni Moretti. Ci
voleva proprio quell'unanime ed entusiastico tributo di pubblico e di critica
a dare la misura di una sproporzione e di una distanza tra il «dentro» e il «fuori»:
tra le vicende, le beghe e le logiche politiche di casa nostra e gli umori, le
passioni e i giudizi circolanti nell'opinione pubblica del resto del
mondo. C'è voluto il trionfale esito di
Cannes, perché un folgorante colpo di riflettore desse la misura del
trattamento disparitario riservato oggi all'arte e alla cultura italiana. Valorizzate
e comprese all'estero anche nei loro risvolti di impegno civile, le
espressioni più creative della nostra arte e cultura - che sono anche, com'è
inevitabile e giusto che sia, le più critiche, e dunque le più consapevoli e
sofferte - vengono da noi rimbrottate con malcelata sufficienza dagli
zelanti maestri di realismo che si avvicendano sulle colonne di autorevoli
quotidiani «indipendenti».
Su un piano all'apparenza
meno clamoroso, e tuttavia non meno significativo, un esempio ulteriore di
questo gap è rappresentato da un altro evento che dovrebbe riguardarci da
vicino, e che invece è rimasto pressoché ignorato dalla nostra stampa, in ben
altre faccende affaccendata. Mi
riferisco - e non a caso lo scenario dell'evento è sempre la Francia - alla
rinnovata attenzione verso un grande classico della tradizione italiana come
Niccolò Machiavelli. E qui la prima
cosa che salta agli occhi è che mentre da noi l'opera del segretario
fiorentino, un tempo al centro di varie e talora contrapposte riflessioni,
appare ormai relegata sullo sfondo e fatta tutt'al più oggetto di lavori
storici o eruditi, nelle manifestazioni parigine che si stanno svolgendo da un
mese a questa parte essa viene invece assunta come modello o prototipo di una
considerazione attuale intorno ai fenomeni della politica e del potere. Preparata da una serie di importanti
iniziative editoriali e da un fascicolo della rivista Magazine Littéraire interamente dedicato a L'énigme Machiavel (n.397, aprile 2001), la «riattualizzazione» del
messaggio machiavelliano che ci viene oggi proposta dalla cultura francese è
culminata in un'operazione coraggiosa e di straordinario impatto mass-mediatico:
la messa in scena teatrale del Principe realizzata
da Anne Torrès (Théatre des Amandiers di
Nanterre, 19 apríle-24 maggio).
Difficile, anche per chi come me ha avuto il privilegio di parteciparvi,
restituire l'intensità e la suggestione di un evento così coinvolgente, capace
di catturare per circa tre ore l'attenzione di un pubblico di oltre mille
spettatori. Miracolo del testo, innanzitutto:
reso mirabilmente dalla mano di Jacqueline Risset, già traduttrice della
Divina Commedia e figura universalmente apprezzata di intellettuale e poetessa
(cui non saremo mai abbastanza grati per il contributo fornito alla conoscenza
e alla valorizzazione della nostra cultura in Francia). Ma anche della regia e dell'impeccabile
recitazione: dovuta ad attrici e attori come Anne Alvaro (recentemente
ammirata nel film di Agnès Jaoui, Il
gusto degli altri), Jérome Kircher, David Lescot, Alexandra Scicluna e
Agnès Sourdifion, chiamati a impersonare le figure-chiave del testo (ossia,
rispettivamente: la Virtù, il Principe, il Popolo, la Fortuna e la Guerra).
Inequivocabile la chiave di lettura, indicata a chiare note nella
presentazione dello spettacolo: a cinque secoli di distanza, Il Principe appare
un'opera di un'«attualità folgorante», capace di mettere a nudo la «vera
natura del potere» - come lo si acquisisce, come lo si mantiene, perché lo si
perde.
E' a partire da questa
angolazione prospettica che l'opera di Machiavelli è stata affrontata nei due
incontri tenutisi, a contorno della messinscena, nei giorni 20-21 aprile
presso l'Istituto Italiano di cultura di Parigi e presso il Théatre des
Amandiers di Nanterre: una prospettiva niente affatto accademica o erudita,
malgrado la presenza di eminenti specialisti come Jean-Louis Fournel e
Jean-Claude Zancarini) e filosofi (come Etienne Balibar, Marie Gaúle-Nikodimov,
Jean-Luc Nancy e - unico italiano - il sottoscritto). Cruciale è stata, per tutti i partecipanti
al confronto, la sottolineatura dell'attualità di Machiavelli. Figura inaugurale della modernità, la sua
opera pone questioni che si proiettano oltre il mainstream della modernità
politica: rappresentato dalla figura del Leviatano di Hobbes, di uno Stato
inteso come complesso «macchinale» di regole e procedure. La «scena influente» della riflessione
machiavelliana è viceversa costituita dal kairós.-
il nome greco dell'«occasione». Il
tempo della politica è il tempo della chance, della decisione
«tempestiva». Il suo senso pare
simboleggiato dalla stupenda serie di arazzi medicei che raffigurano le
variazioni del rapporto tra i tempo e l'occasione: nulla illustra meglio
l'inconfondibile sapore d'epoca del Principe dell'immagine del Tempo che
afferra l'occasione per la chioma.
La questione del potere -
questa la «terribile» proposizione che Machiavelli per primo enuncia nella
storia del pensiero occidentale - coincide con la questione della «presa» del potere: una presa che precede (da
un punto di vista logico, non solo cronologico) il problema della sua
legittimazione e «giustificazione». Quest'ultima rivestiva invece un ruolo centrale nella filosofia
politica classica (a partire da Aristotele) e medioevale (a partire da
Tommaso d'Aquino e dal diritto naturale). dove il problema dell'ordine
politico coincideva con quello della sua fondazione (metafisica e
morale). Machiavelli squarcia il velo,
sfonda il fondamento del «politico»: esso non poggia su null'altro che sulla
«virtù», sul valore inteso come azione efficace, capacità di cogliere
l'occasione, di piegare la Fortuna all'obiettivo dell'acquisizione del
potere. E tuttavia...
E tuttavia se Machiavelli
rompe la schermatura metafisica e teologica di ogni autorità costituita, che
nascondeva l'effettualità della logica del potere, non per questo egli va
considerato il fondatore della sovranità moderna: di quella Finzione giuridica
(e giuspubblicistica) dell'Ordine che si delineerà soltanto nella traiettoria
che va da Bodin a Hobbes. A differenza
di Machiavelli, quella sovranità invoca un ordine senza conflitto: ben lontano
dall'equilibrio dinamico fra «potenze», dall'elogio della funzione vitale e
stabilizzante della libertà e del conflitto fatta dal segretario
fiorentino. Accostarsi all'«enigma
Machiavelli» significa allora anzitutto comprendere la radicale distanza della
sua concezione dalla «corrente fredda» del contrattualismo hobbesiano (anche
se, com'è noto, egli è stato il primo ad adoperare il termine «Stato»
nell'accezione moderna). E' proprio in tale distanza che va rintracciato il
segreto della straordinaria vitalità di un'opera in nessun caso riconducibile
alla successiva tradizione della «ragion di Stato», e che ci appare tanto più attuale oggi, in un tempo della politica che ci sospinge, in progressione geometrica,
oltre gli orizzonti del «gelido mostro»: dello Stato-Leviatano. Non per nulla
Spinoza considerava Machiavelli un pensatore della vita, contrapponendolo a
Hobbes come pensatore della morte...
Due motivi sono essenziali
per afferrare la portata innovativo della concezione di Machiavelli rispetto
all'intera tradizione che lo precede.
In primo luogo, la demistificazione del concetto di potere. Egli riprende qui - certo - e radicalizza la
secolarizzazione dell'autorità operata prima di lui da autori come Dante (e,
a tale riguardo molto giustamente Jacqueline Risset ha sottolineato
l'importanza del De Monarchia) e Marsilio da Padova. Ma la rottura investe
adesso il nucleo essenziale della filosofia politica occidentale: la
subordinazione aristotelica della politica all'etica. Il codice della politica e quello della morale si dissociano
nettamente., non tanto - come vuole un antico pregiudizio ancora circolante nel
senso di una «machiavellica» indifferenza dei mezzi al fine, quanto piuttosto
come esigenza di autonomia del criterio del «politico» rispetto alla dimensione
etica. La politica non riceve più il
suo senso dall'esterno, dalla missione di realizzare la «vita buona». Al contrario, la sua logica specifica
consiste nell'operare una delimitazione e organizzazione della sfera della
«potenza». La carica vitale della
potenza diviene così, ad un tempo, la fonte del potere e la chiave per
comprendere le forme che esso assume nelle diverse fasi e congiunture
storiche. In secondo luogo, la natura
intrinsecamente innovativa e creativa dell'arte politica. Il criterio-guida della politica non è dato
più dalla tradizione ma dall'innovazione, non più dalla continuità e dalla
consuetudine ma dalla discontinuità. Di
qui il carattere esemplare del «principato nuovo», rispetto a quelli ereditari
e misti. Con un rovesciamento prospettico
rispetto alla tradizione del pensiero politico classico, si afferma qui che è
il caso estremo a gettar luce sul caso normale, L'innovazione a illuminare la
conservazione. I due punti di rottura
appena delineati vanno tuttavia integrati con due decisivi corollari: contro
la tradizione classica, nel IX capitolo del Principe, Machiavelli individua
nel popolo un fattore non di precarietà e di disordine bensì di stabilita e di
durata di un ordinamento politico; in secondo luogo, nei Discorsi, la
valorizzazione della repubblica romana come esempio storico concreto di
«governo misto» si fonda su quella sintesi dinamica di ordine e conflitto che
prospetta un modello di democrazia (e di patriottismo repubblicano) assai
distante dall'ipotesi, neutralizzante hobbesiana. Mi fermo qui. Ma mi pare
evidente che i temi emersi dagli incontri e dalle manifestazioni parigine sono
tutt'altro che oziosi. E bisogna esser
ciechi per non vedere quanto i temi machiavelliani abbiano ancora da
insegnarci sull'attuale congiuntura italiana, e quanto l'aver interrotto il
confronto a suo tempo avviato da Gramsci nei Quaderni (dopo una sconfitta,
voglio augurarmi, più tragica di quella attuale) pesi ancora negativamente sul
grado di consapevolezza della sinistra democratica del nostro paese. Nel frattempo - come morale provvisoria -
sarà opportuno non perdere di vista la doppia natura della politica,
simboleggiata in Machiavelli dalla figura del Centauro. La politica non è solo ragione ma anche
passione. Non solo strategia ma anche
emozione. Non solo progetto ma anche
condivisione. Non solo interessi ma
anche identità. All'ombra del Centauro,
riesce ben difficile giudicare gli eventi della politica, dai più remoti fino
alle ultime elezioni, con lo schema oppositivo razionale-irrazionale.
Proviamo a ripartire da qui per capire quanto è accaduto?