![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 18 MAGGIO 2001 |
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Per i Quaderni di Millepiani, "La paura
delle masse" di Etienne Balibar. Una raccolta di saggi redatti tra il 1982
e il 1996 nella quale può leggersi la storia di molti intellettuali gauchisti
che hanno continuato a nutrire intenzioni emancipative e di trasformazione della
società pur avendo abbandonato il marxismo
La paura
delle masse è il libro di Etienne Balibar che i Quaderni di Millepiani
(Mimesis/Entropia, Milano, pp. 252, L. . 38.000) ci propongono, nella bella
raduzione di Andrea Catone. Il sottotitolo suona: Politica e filosofia prima
e dopo Marx, ma è forse fuorviante. Meglio, il suo senso sarà inteso solo
dopo che avremo sviscerato l'ambiguità del titolo. La paura delle masse: hanno
paura o fanno paura, le masse? Balibar vuole chiarire qui le diverse valenze
della "paura", del nome "masse", ma propriamente insiste
sulla dimensione insieme oggettiva e soggettiva della relazione (il
"delle") fra paura e masse. Le masse fanno paura e possono essere
dominate, tenute attraverso la paura...
Non avevo
letto questo libro nell'edizione francese (Galilée, Paris, 1997), in compenso
avevo letto quasi tutti i saggi che il libro raccoglie, redatti fra il '93 e il
'96, man mano ch'erano pubblicati. Debbo riconoscere che leggerli assieme,
piuttosto che separati, produce un forte (e diverso) effetto. Si comprende come
il pensiero di Balibar si trovi qui ad interpretare (ed a rappresentare) la
vicenda di molti intellettuali comunisti che, lasciando il marxismo, vogliono
comunque tirare diritto sulla strada dell'emancipazione, della trasformazione e
della civiltà (quando per "civiltà" si intenda lo spazio aperto della
democrazia). In questa figura problematica (e nutrendo quell'intenzione
emancipativa) il libro è davvero importante.
Al suo
centro sta uno scritto del 1983, La vacillazione dell'ideologia nel marxismo,
qui ripreso in una redazione definitiva che comprende parti inedite. In che
cosa consiste questo vacillare?
Nel fatto
che, nel prisma della concezione (marxiana) dell'ideologia, la produzione di
verità è, da un lato, oggettivamente subordinata alla struttura, dall'altro
soggettivamente validata. "La produzione delle idee è il linguaggio della
vita reale", dice Marx: grande equivoco, rinnovato, del genitivo,
oggettivo e/o soggettivo! Balibar, in un definitivo confronto con la sua
esperienza del marxismo, sviluppa dunque questa ambivalenza in maniera
radicale. A partire dalla configurazione marx-engelsiana dell'ideologia, egli
estende
l'ambivalenza
anche al concetto di potere, di classe sociale, di costituzione proletaria, di
materialismo teorico, di lavoro, di proprietà, di politica ecc... Conclude che
fra l'elemento oggettivo e quello soggettivo che costituiscono queste
categorie, doveva darsi un rapporto: "ideologia" è il termine che
poteva organizzare la "mediazione".
Dunque,
"il concetto di ideologia non designa altro 'oggetto' che la complessità
non totalizzabile (e non rappresentabile in un ordine dato) del processo
storico". La questione che qui si pone è: perché, se quest'ambiguità
teorica si dava, e dunque la teoria (l'ideologia) connotava in maniera
complessa la mediazione di struttura e soggetto, di capitale e classe, - perché
dunque nel marxismo si è privilegiato un solo termine, ossia la potenza
politica del proletariato (e delle sue organizzazioni) come Prometeo della
storia, come fonte ontologica della trasformazione?
Che dal
duplice uso del genitivo si possano trarre conclusioni tanto gravi per
l'interpretazione di un secolo di egemonia teorica marxista sui movimenti
sociali rivoluzionari, può sembrare eccessivo. Addirittura caricaturale. Nella
collana in cui il libro è stato originariamente pubblicato (diretta da Jacques
Derida), si può forse rintracciare qualche esempio di facile decostruzione
grammaticale... Non è il caso di Balibar, anche se la putrida atmosfera dei
primi anni '80, quando l'eurocomunismo iniziava la breve marcia, non
vacillante, del rinnegamento, potrebbe creare equivoche assonanze. Ma,
ribadisco, non è il caso di Balibar. Come vedremo, infatti, egli, dal
riconoscimento della dualità storica dei movimenti ed ontologica delle loro
passioni, non traeva conclusioni dialetticamente felici, o riformiste (che
consistono, come diceva Mao, dell'affermazione che "il due si unisce
nell'uno") - al contrario, egli ne fa la base di nuove costruzioni problematiche
(che sviluppa nella III parte del suo libro) dopo averne cercato le origini e
definito le dinamiche di rottura (nella prima parte) interne nel pensiero della
modernità.
Insomma,
"la vacillazione" non si chiude, anzi si rafforza: Balibar insiste
sull'affermazione che "l'uno si divide in due".
(Da
incallito "operaista" mi diverte sottolineare un altro aspetto di
questa vicenda. Proprio per non aver colto la dualità del genitivo,
l'althusserismo finì - nell'analisi della classe, del partito, del dominio,
dell'internazionale - irretito dal "socialismo reale". Di questa
disavventura gli althusseriani non hanno terminato di fare il lutto. Di contro,
poiché ce n'è l'occasione, vale la pena di sottolineare come gli operaisti
italiani avessero, dagli anni immediatamente seguenti il 1956, reso elemento
fondamentale della loro azione la potenza di rompere l'ambiguità del genitivo -
riconoscendola senza superarla dialetticamente in una prospettiva politica che
al contrario vedeva l'organizzazione indipendente ed autovalorizzante del
proletariato come motore dello sviluppo e della rivoluzione).
Ritorniamo
a Balibar. Una volta stabilito che la regola di una indistricabile (o
indistruttibile) duplicità (o ambiguità o vacillazione) sta alla base della
crisi del marxismo e delle teorie materialiste della trasformazione, comunque
le si prenda, - una volta dunque fissato questo nodo problematico, è di qui che
interrogheremo la filosofia politica, prima e dopo Marx (come recita il
sottotitolo del libro). Marx non è più un centro, è un problema. I saggi della
prima parte del volume di Balibar, tutti redatti dopo il 1983 (data di
redazione della Vacillazione dell'ideologia) interrogano Spinoza, Rousseau e
Kant, Fichte. Le appendici alla seconda parte (che è quel centro:
"vacillazioni", vacillare, dualità, ambiguità, che abbiamo fin qui
visto) si chiedono come l'alternativa decostruzionista (dell'ideologia) possa
essere riconosciuta in Foucault e nel freudismo. Poche osservazioni in
proposito.
Come
sempre, le incursioni storiografiche di Balibar sono intense e filologicamente
corrette. Di Spinoza si analizza qui, evidentemente, il genitivo de "la
paura delle masse", che è, oltre la citazione, luogo ontologico spinoziano
e punto di incrocio di tante suggestive letture: "massa", certo, ma
anche e soprattutto "moltitudine", "vulgo" o
"plebe" ecc. Il "popolo", nato con Hobbes, lo ritroviamo
opportunamente disarticolato dai genitivi d'attribuzione, ed inopportunamente
ricostruito in un quadro quasi-dialettico da Rousseau e Kant...
Invadentissimo Rousseau! Insopportabile mistificatore quell'Immanuel! Strano ed
appassionante è l'approccio di Balibar a Fiche, nella cui filosofia politica
egli scava le articolazioni di una sorta di dualismo ontologico che scardina,
preliminarmente, l'organicismo della ideologia romantica. Insomma,
l'interrogazione critica riesce. Alcuni snodi centrali della filosofia politica
(e della metafisica tout-court) sono qui percorsi alla maniera di un
"disvelamento" - che non è solo ontologico ma logico-politico. I
successivi passaggi sul freudismo e su Foucault confermano percorso e risultato
di Balibar. (Sarebbe comunque importante approfondire l'analisi che Balibar
sviluppa su Foucault, rivendicando la parentela del proprio metodo e del suo: "per
Foucault la lotta con Marx non è mai stata fine a se stessa... è in una
situazione di 'polivalenza tattica dei discorsi' che essi si incrociano... e
questa situazione impedisce ogni pretesa di circoscrivere la posta in gioco
della
lotta ad un'unica questione. Nell'elaborare le proprie questioni, Foucault
continua a porre a Marx questioni che gli vengono da altri luoghi filosofici e
storici, come continua a porre ad altri interlocutori ed avversari questioni la
cui formulazione dipende da Marx").
L'ultima
parte del volume (L'altra scena: violenza, frontiera, universalità) pone un
paradosso felice. Vale a dire che quella capacità di decostruzione metodica
(restituita a Balibar dall'uscita dal marxismo e dall'interrogazione storica
della filosofia) si rivela ora singolarmente adeguata all'analisi delle nuove
condizioni strutturali dell'esistenza comune.
Cominciamo
così ad identificare con chiarezza i presupposti filosofici dell'attività di
ricerca e di intervento politico di Balibar negli anni '90 (si vedano soprattutto
Razza nazione classe, 1988; Droit de cité, 1998; e da ultimo Nous, citoyens
d'Europe?, 2001). La "frontiera" vi sta al centro. E' lavorando su
quel tema vacillante, su quel paradigma duplice (di repressione e/o di
apertura), che Balibar cerca di disarticolare le pratiche ideologiche
repressive
del postmoderno. Smontando la rigidità della "frontiera", aprendola,
noi da un lato ci opponiamo alla "violenza dell'universale"
(nazionale, identitario) e dall'altro ci apriamo alle trasformazioni della vita,
al meticciaggio delle coscienze e dei corpi, insomma a tutte le forme di
interazione che la produzione biopolitica permette nel postmoderno.
Questo libro è come l'Eneide d'un fuggitivo dal marxismo. Lo è nel suo disegno: l'autore, come l'eroe dell'Eneide, non concede nulla all'illusione del ritorno (della rifondazione), s'impegna totalmente nella costruzione di un orizzonte avenire. Lo è anche nel suo percorso formale: è al centro del libro che il nostro eroe, dopo aver fondato filosoficamente la speranza del futuro, ritorna sulla critica del passato, narra della sconfitta, e del vacillare dell'animo in essa. Nel seguito ormai si sperimentano nuove terre, nuovi nomi, nuove potenze... Per l'avenire. L'ulteriore lavoro di Balibar ci condurrà da un decennio in questa direzione: senza cedimenti, con ascetica potente continuità.