RASSEGNA STAMPA

12 MAGGIO 2001
MARINO FRESCHI
I nuovi «reazionari» riscoprono Adorno e Marcuse

Negli anni '60 e '70 una corrente filosofica dominava il pensiero occidentale ed era di moda tra gli «studenti rivoluzionari».  Ora torna come antidoto contro la cultura globalizzata

Ciò che oggi stupisce è scoprire che i fondatori e i prota­gonisti della «Scuola di Francoforte», che hanno svi­luppato a partire dagli anni Venti uno dei metodi so­ciologici più importanti e più interessanti del Nove­cento, fossero profondamente coinvolti con la civiltà letteraria del loro tempo.  Herbert Marcuse (1898­-1979) si era laureato con Martin Heidegger su un tema di storia della letteratura prima d'incontrare a metà degli anni Venti Max Horkheimer (1895-1973) e diventare uno dei colla­boratori principali della mitica «Scuola di Francoforte» che, fondata nel 1924 da Karl Grunberg, venne successivamente organizzata e diretta proprio da Horkheimer.  La Scuola avrebbe proseguito la sua intensa attività di ricerca dei pro­cessi sociologici dapprima nella Repubblica di Weimar, poi a NewYork e dal 1950 di nuovo a Francoforte, divenendo il più celebre e autorevole centro di ricerca sociologica di quei de­cenni, formando una serie di studiosi; alcuni dei quali come J. Habermas e A. Schmidt sono ancora oggi tra i più prestigiosi           intellettuali tedeschi viventi.

L'altro grande collaboratore di Horkheimer è stato Theodor Wiesengrund Adorno (1903-1969), che innovò radical­mente la critica musicale - prima di quella sociologica - con studi decisivi sull'avanguardia musicale viennese e con mo­nografie determinanti su Wagner e Mahler.  Ma da Vienna il circolo dei sociologi mutuò l'elemento discriminante della loro fisionomia intellettuale, applicando alla ricerca sociolo­gica le categorie della psicoanalisi freudiana, che in quegli anni era ancora una disciplina osteggiata e riservata ai grup­pi esoterici di ricercatori.  Adorno, Horkheimer, Marcuse - si potrebbe aggiungere Leo Lowenthal, Walter Benjamin e altri interlocutori più esterni come Ernst Bloch, Erich Fromm fino a Peter Szondi - sono tutti intellettuali e scrittori tedeschi di origine ebraica e rappresentano la più fulgida scuola di pen­siero del secolo scorso.

Se potessimo mai immaginare una Germania senza il nefa­sto regime nazionalsocialista, la cultura tedesca attraverso questo straordinario innesto di intellettuali e artisti ebrei sa­rebbe oggi la prima espressione culturale del mondo.  All'ini­zio degli anni Trenta la simbiosi ebraico-tedesca stava creando le premesse per un autentico secondo Rinascimento con la psicoanalisi di Freud, la scienza fisica di Einstein e la socio­logia critica dei «francofortesi», gli studi storico-critici del­l'istituto di Abel Warburg.  Accanto alle avanguardie del­l'espressionismo e della musica austriaca, in cui gli artisti di origine ebraica erano in prevalenza, si stava creando una comunità intellettuale ed estetica che possiamo paragonare solo con l'analogo fervore creativo della Rinascenza italiana.  Ma venne Hitler a decretare con la violenza più brutale la fine dell'egemonia tedesca nella cultura mondiale, ponendo paradossalmente le premesse del decollo culturale america­no, come ha sapientemente ricostruito Dante Della Terza in un libro bellissimo, Da Vienna a Baltimora.  La diaspora degli intellettuali europei negli Stati Uniti d'America (Editori Riuniti, pagg. 287, lire 35mila).

Ma che c'entrano gli studi giovanili di letteratura e la comu­ne passione poetica e letteraria dei «francofortesi», che per tutta la vita furono lettori onnivori e attentissimi della produ­zione letteraria di lingua tedesca? E' noto che il nucleo innovativo della loro prospettiva sociologica è da ricercare nella «teoria critica», ovvero in un approccio non apologetico dell'esistente, in una distanza critica fino alla polemica e al rifiu­to nei confronti dei processi sociali in atto e non solo di quelli che si stavano sviluppando in Germania con l'antisemitismo e il totalitarismo nazionalsocialista, ma anche verso il colletti­vismo sovietico.  La più forte provocazione fu la critica dei «francofortesi» non tanto verso la società autoritaria tedesca, razzista e necrotizzata dall'angoscia della scomparsa, bensì verso la società americana, quella democratica dei diritti civili, delle libertà dell'individuo, ma anche quella dell'incipien­te e irreversibile consumismo con i paralleli processi di massificazione e di omolo­gazione che mettevano in crisi gli stessi fondamenti originari della libera realtà indivi­duale, attaccata ormai da po­tentissimi procedimenti oc­culti - quali la pubblicità e il mercato - e assediata dai nuo­vi strumenti del potere: i mass media.

E allora la letteratura sorge­va quale l'estrema difesa, quale la remota provincia pedagogica, in cui rifugiarsi per poter sopravvivere all'avan­zata concentrica delle arma­te della globalizzazione, di cui tanto si parla oggi e che fu prevista e studiata proprio dai «francofortesi» nella cele­bre Rivista la ricerca sociale(1932-1941), che dette vita poi agli studi basilari su Auto­rità e Famiglia del 1936.  La letteratura - intesa nei suoi mo­menti di scrittura e di lettura, partecipazione - viene vissuta come una pratica di liberazione e di emancipazione, quale possibilità di riscatto e di emancipazione dalla gabbia d'ac­ciaio o di plastica della società dei consumi, in cui tutto è programmato, amministrato, formalizzato e messo sul mercato.  Certo anche la produzione letteraria partecipa dell'industria culturale, i cui meccanismi sono stati studiati proprio dai «francofortesi» con valenze proposte assai differenziate.

Diversificate sono anche le prospettive traccia­te dai componenti della Scuola dopo il crollo del Terzo Reich e con la spaccatura del mondo in zone d'influenze, contrapposte eppure omogenee.  Herbert Marcuse auspica una solu­zione rivoluzionaria e neomarxista, mentre Er­nst Bloch disegna una utopia concreta per giungere infine alla torsione pessimistica e neocon­servatrice di Max Horkheimer che, di fronte alla società opulenta del consumismo americano e tedesco-occidentale, prevede quale unica risorsa di salvezza la responsabilità dell'in­dividuo in una sorta di riproposta della fi­losofia di Schopenhauer.

Tutti restano coerentemente uniti però dalla formazione umanistica che si riflette in meravigliosi, intramontabili saggi di cri­tica letteraria, nonché su una straordina­ria rivitalizzazione dell'approccio con la letteratura.  Certo siamo alle prese con una raffinatezza culturale che è un segno del­la borghesia colta ebraico-tedesca di fine Ottocento assai poco spendibile nel nostro tempo.  Oppure?  Oppure sbagliamo a essere sempre così pessi­misti e rassegnati e dobbiamo ripren­dere coraggio di fronte agli spettacoli di massa che anche in questi giorni deva­stano la società italiana: pensiamo al megashow sindacale di Piazza San Giovanni che ha trasformato uno storico appunta­mento di liberazione sociale - il Primo Maggio - in un bivacco di subcultura musi­cale e di massificazione giovanile.  Le linee di resistenza sono esili e vieppiù minaccia­te dalla capitolazione della scuola specie con le riforme esiziali degli ultimi ministri.

Ma non tramonta la paradossale inat­tualità francofortese, che un tempo era il fiore all'occhiello della sinistra libertaria e neomovimentista e che in Italia ha ispirato la riflessione di tanti intellettuali come Bodei, Cacciari, Givone, Marramao.  La letteratura sembra essere l'estremo raggio del sole d'Occidente prima del declino.  Non a caso la meditazione apocalittica di Oswald Spengler è oggi riproposta dalle Edizioni Ar di Salerno (tel. 089221226) - sulla fine della civiltà occidentale era letta insieme alle provocazioni di Carl Schmitt, l'altro grande pensatore reazionario, studiatissimo dai «francofortesi».  Questi paradossi della controrivoluzione europea erano aspramente criticati, ma anche assorbiti e integrati nelle meravigliose architetture intellettuali dei «francofortesi» fino a essere filtrate e alchemicamente trasmutati nel capolavo­ro assoluto di Adorno e Horkheimer: Dialettica dell'illumini­smo del 1947, un libro epocale, indispensabile, che rovescia la prospettiva tradizionale della concezione illuminista, struttura fondante del pensiero progressista.

La ragione è alla base dei progresso tecnico-scientifico che ha prodotto tanti oggetti e scoperte, ma che ha reso possibile anche le camere a gas, l'atomica e i gulag.  La straordinaria capacità di razionalizzazione sociale è alla base del ter­rorismo e del totalitarismo.  Tutti i meccanismi di asservimento dell'uomo, di degradazione dell'uomo parto­no oggi dall'uso «assoluto» (ossia: sciolto da parametri superiori) della ragione.  Ciò è stato il grande tema della drammaturgia tedesca di Heiner Müller, l'ultimo erede del teatro brechtiano ma anche assiduo lettore dei «fran­cofortesi» e soprattutto del più irregolare di essi: Walter Benjamin, ebreo berlinese, dalla vita pro­fondamente infelice eppure dalle illuminazioni più suggestive e più legate alla prassi letteraria.

Benjamin fu uno dei principali critici letterari della modernità, fu lui che scoprì per la letteratu­ra universale Kafka, Brecht e Karl Kraus, fu lui che intuì l'analogia sotterranea che lega l'allegoria ba­rocca con l'estetica delle avanguardie, fu lui - nel suo primo lavoro - che indicò la provocazione spirituale del romanticismo quale deriva che anticipa il nichilismo occidentale, fu sempre lui che irrorò di suggestioni cabalistiche la teoria moderna quale peripezia di un'improbabile redenzione che ci attende alla fine della storia come un salto mortale pauroso e in­sieme allegrissimo.  Su di lui Bruno Arpaia ha scrit­to un libro a metà strada tra il saggio e il romanzo, L'angelo della storia (Guanda, pagg. 266, lire 26mila), già recensito su queste pagine.  Il libro costituisce un ottimo filo rosso per entrare nel suggestivo labirinto della Scuola di Francoforte, esperienza intellettuale che ha ancor oggi una straordinaria forza di attrazione magnetica e una carica esplosiva che può far saltare i nostri equili­bri intellettuali, i quali sono comunque così pre­cari e superficiali che conviene scuoterli perio­dicamente con grandi contatti culturali.

Il Goethe-Institut di Milano con lo Iulm, l'università di Milano e quella di Bergamo hanno promosso un convegno che si chiude oggi presso la Sala Napoleonica della Statale in via Sant'Antonio 10 sul nodo cruciale tra «Letteratu­ra e Società» quale modello di analisi sociologica e cultu­rale proposta dalla Scuola di Francoforte.  Al convegno, organizzato da Giovanni Scimonello, partecipano nume­rosi studiosi e scrittori italiani e tedeschi ed è intelligente­mente aperto non solo agli esperti del campo, tra cui ricordiamo i berlinesi Klaus Scherpe e Herbert Schnadel­bach, nonché le germaniste Elena Agazzi, Eva Banchelli e Margherita Cottone, ma anche gli insegnanti della scuo­la. Poiché è più che mai chiaro che è nelle aule scolasti­che che si svolgerà la lotta finale tra cultura omologata e libertà intellettuale, tra massificazione e creatività, possi­bilità di emancipazione e di umanizzazione.

Nelle rovine dell'Occidente, nel giardino dei mostri del­la ragione si nasconde ancora il senso nascosto della vita, che è stranamente legato alla facoltà di comprendere attraverso ­la scrittura e la lettura dei segni della magia poeti­ca. L'utopia sopita di Bloch e di Benjamin riecheggia le suggestioni della mistica ebraica che in quegli anni Ger­schom Scholem, anche lui ebreo berlinese, amico e inter­locutore di Benjamin, andava pazientemente riscopren­do e riproponendo alla cultura occidentale così come suo fratello Werner Scholem conduceva avanti una lotta co­munista di lotta e di redenzione contro tutti i nazisti, stalinisti, capitalisti.  Incontriamo un groviglio di biografie ebraiche veramente fascinose, cui Roberta Ascarelli ha dedicato il volume Juden, di prossima pubblicazione qua­le numero monografico della rivista Cultura Tedesca del­l'editore Donzelli.  Questi strani divergenti destini trova­no - nella prospettiva attuale - commoventi convergenze negli audaci percorsi di questo manipolo di umanisti ebrei, pervasi di filosofia hegelo-marxista ed esaltati dalla grande letteratura universale, dalla voce dei profeti, dei poeti e dei pensatori.

I «francofortesi» sono gli estremi paladini di una civiltà letteraria, ma la loro provocazione consiste nell'addi­tare nella poesia la chiave pratica per dare scacco matto ai processi di massificazione.  E' possibile che il rimedio sia così semplice: Kafka contro McDonald's?  Possiamo tentare.
inizio pagina
vedi anche
analisi e commenti