![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 MAGGIO 2001 |
|
"Il volto della Gorgone. La morte e i suoi significati", un testo collettaneo curato da Umberto Curi per Bruno Mondadori
Le riflessioni sulla morte si affacciano come fiumane carsiche, a periodi. Forse è così per ogni riflessione, che necessita di confrontarsi col tempo e il mutamento, in atto e da venire. Ma è anche più vero per una parola, la cui semplice enunciazione sembra evocarla, renderla presente in tutta la sua aura di terribilità. Distanziarla richiede dunque un doppio lavoro, contesto di elaborazione simbolica e di analisi critica e soprattutto capace di cogliere e rilanciare i segnali di appagamento o di dolore che provengono dalla società, nelle forme specifiche (e varie) l'uno e l'altro si distribuiscono tra i soggetti. Né è mai neutrale l'enunciazione stessa, anche se si tende a mettere tra parentesi la diversità dei condizionamenti e dei rapporti, privilegiando al contrario i significati essenzialmente umani di un morire, che riguarderebbe tutti, ma che di fatto non riguarda tutti allo stesso modo.
Proprio a questo mi veniva di pensare dietro le prime impressioni suscitate già dal frontespizio del libro, Il volto della Gorgone. La morte e i suoi significati, testo collettaneo, curato da Umberto Curi (che è anche autore di un bel saggio introduttivo), dato di recente alle stampe per le edizioni di Bruno Mondadori, tempestivo segnalatore di un rinnovarsi di attualità per tematiche che sembravano in questi anni ormai espunte da una riflessionesistematica.
Cominciamo dal titolo principale e dall'icona evocativamente apposta sulla copertina del libro, che mi ha richiamato alla memoria proprio una delle modalità attraverso cui l'immagine della morte è stata utilizzata in modo diretto, pratico, per costruire non un qualsiasi uomo in generale, ma un uomo particolare: il cittadino della Grecia antica. Quella della Gorgone è un'immagine ambigua, a metà tra la maschera e il volto, e terrificante perché è rappresentata di fronte, come luogo di emanazione di uno sguardo così radicalmente e altro, da essere inguardabile da occhio umano, pena la morte. Eppure, è proprio questa l'immagine che, tra altre di significato comparabile, decora il fondo di un particolare tipo di vasellame largamente utilizzato nella Grecia antica: le coppe da vino, che circolavano nei banchetti accompagnandosi alla sfida del bere e alla condivisione dell'ebbrezza. E' questo il quadro simbolico di una socialità capace di accogliere al proprio interno, e con piena pertinenza, anche la sfida della morte. Proprio lì, sotto il vino, è in agguato l'immagine inguardabile, che rimane nascosta quando la coppa è piena, ma che si rivelerà, con un drammatico scambio di sguardi, nel preciso momento in cui il bevitore deciderà di dar fondo alla sua parte. L'interdetto è tolto, si apre un gioco a due, e persino l'irreversibile della morte sembra piegarsi, per un momento almeno, alle leggi della reciprocità da pari a pari - che sono anche le leggi del banchetto. Nel libro Du masque au visage. Aspects de l'identité en Gréce Ancienne (Flammarion 1995), Francoise Frontisi-Duroux analizza questo esempio, assieme ad altri, per lei indicativi delle modalità esplicite attraverso cui si sarebbe costruita l'identità del cittadino ateniese, inteso come persona capace di affrontare virilmente il proprio destino mortale. Insomma, affermarsi come mortali non significa la stessa cosa per tutti, perché il banchetto è un istituto storico, il cui esercizio per giunta è di esclusiva spettanza del cittadino libero.
Il sottotitolo del libro di Curi sembra suggerirci che la morte sia sempre una "in sé", e che culturalmente variabili ne siano i significati. Di fatto, la questione centrale che ha travagliato e continua a travagliare gli uomini - e in varie parti del libro tale questione emergerà chiaramente - sta proprio nel cuore di questa apparente contraddizione. Vero è, al contrario, che né morte né vita hanno alcun altro senso e valore al di fuori di quelli chegli umani gli attribuiscono, diventando "umani" proprio attraverso questo atto. Il lavoro disignificazione della condizione umana - sempre duro, sempre difficile - costruisce dunque un ponte tra ciascuna morte e ciascuna vita, intese nelle relative concretezze storiche, specifiche e diverse come sono il nascere e il morire, ma anche rispettivamente correlate da una rete di comuni immagini e parole, sì che diventerà quasi impossibile disgiungere, isolandole, l'immagine di una Gorgone, la pratica di un banchetto e la costruzione di un'identità sociale.
Che alla morte si possano attribuire molti possibili significati comporta ulteriori implicazioni, a seconda dei piani di riferimento. C'è un ambito simbolico-ideologico che fornisce i quadri generali di riferimento: è la morte in quanto immagine affabulata nei miti e nei racconti, rappresentata e meditata nelle immagini pittoriche, nei testi sacri e nelle teologie delle grandi religioni, nei testi dei filosofi e dei poeti, ed ora probabilmente banalizzata nella sua sovraesposizione mediatica. Ci sono infine gli ambiti concreti: quella della mia fine come attesa o quella dell'altrui morte, come mancanza, entrambe percepite e sofferte in modi che sono di necessità coincidenti, anche se pur sempre vissute entro i medesimi quadri culturali. Ma parlare di morte, e soprattutto reagire alla perdita di una persona presuppone anche un separare, un distinguere nell'attribuzione dei livelli di appartenenza a un'umanità vivente, che non sono eguali per tutti. Ci sono morti che importano, come quella di un parente prossimo o di un amico, ma anche come quella di una Diana che vale almeno tre volte di più di quella di un comune mortale estraneo alla nostra cerchia. Ci sono moltissime morti che non importano, perché i relativi viventi non significano niente, come le neonate femmine (per molti cinesi) o i morti di fame nel Terzo Mondo (per molti occidentali).
Tutto questo non andrebbe mai dimenticato anche da chi guardi all'oggi e al nostro mondo più prossimo. Il libro curato da Umberto Curi raccoglie ben diciotto contributi, che sondano in diversi modi e misure alcuni degli ambiti qui sopra delineati. Esordisce, ad esempio, con una sezione dedicata a sommarie descrizioni dei modi con cui l'immagine della morte è stata elaborata all'interno delle diverse grandi religioni, quali il buddismo, l'ebraismo, il cristianesimo e l'islam. Ma, a mio avviso, l'interesse del libro risiede altrove, in quei contributi che, mutando di registro, si avvicinano a toccare argomenti che concernono molto direttamente le nostre persone, nel mondo d'oggi. Emergono qui - sotto forma ancora tendenziale, ma non meno significativa - i primi segnali di norme forme culturali di porsi di fronte alla morte, che meritano attenta considerazione.
La natura di queste tendenze ci risulterà più chiara da un confronto coi modi e i termini in cui il pensare la morte ha trovato spazio e udienza in anni relativamente vicini, prima di attraversare quel periodo di latenza o, piuttosto, di incubazione, cui si accennava all'inizio del nostro discorso. E' grosso modo nel corso degli anni Sessanta-Settanta che prende corpo un importante insieme di riflessioni che toccano l'isolamento del malato nella clinica, l'occultamento sociale del morto, la crisi della visibilità del cordoglio e dei grandi riti sorretti dalla tradizione religiosa. A sua volta, la storiografia - specie quella francese - si accosta allo studio del variare dell'immagine della morte nel corso della storia del cristianesimo e l'etnologia sviluppa una serie di ricerche sulle pratiche simboliche connesse al luogo, così come ancora si presenterebbero, specie a livello rurale, nel cristianesimo europeo o anche presso culture diverse, extraeuropee. Per quanto riguarda più da vicino il nostro sistema di simboli e valori, si impone comunque l'evidenza di una doppia crisi: crisi della centralità di quell'immagine della morte, che nel simbolo cristiano della croce era servita per secoli a dar senso alla condizione umana, crisi di quelle pratiche cerimoniali, che in parallelo avevano fornito i quadri simbolici collettivi per l'elaborazione del lutto. Ma variano radicalmente le valutazioni delle conseguenze di quanto solo per alcuni appare come un vero "addomesticamento della morte", da interpretarsi come segnale realistico e positivo di un processo di laicizzazione di valori. C'è chi, al contrario, denuncia il moderno tabù sociale che occulterebbe le ingombranti presenze del moribondo e del morto, interpretandolo come dannosissimo prodotto di rimozione nevrotica.
Nessuna riflessione è avulsa dai condizionamenti pratici che ne rendono possibile l'esercizio. Il tema della morte e dei suoi significati che dopo anni di offuscamento torna oggi a riproporsi all'attenzione collettiva - e il testo curato da Umberto Curi ce ne dà la netta percezione - sembra riprendere le fila di un discorso, proprio dove era stato interrotto, coi suoi sgomentanti interrogativi. Ma - rispetto al passato - il nuovo dialogo che si è aperto all'interno delle scienze umane vede scendere in campo nuovi interlocutori: il filosofo, da un lato, e il medico dall'altro. Lo stesso asse dell'attenzione si è in un certo senso, dislocato, per focalizzarsi sul rilancio del grande, classico, tema della umana finitudine, inevitabile condizione al cui interno si coniugano ogni vivere e morire. Ma la novità più forte è costituita dall'evidenza che non sono i sopravvissuti ad imporsi col loro lutto: emergono piuttosto i morituri, che si problematizzano come soggetti. E' dunque in causa lo stesso concetto di persona, che viene riconsiderata per renderla autonoma da ogni essenzializzazione di Vita e di Morte e riassegnarla agli ambiti della coscienza e della libertà. Di qui, si sviluppano nel libro pagine molto alte di riflessione su che intendere per etica laica: un'etica immanente che anch'essa ci sembra oggi emergere come bisogno socialmente condiviso, nonostante la massiccia operazione messa in atto dalla chiesa cattolica per riappropriarsi di questo suo fondamentale territorio.
L'evidenza di questi temi presuppone al propri interno l'esistenza di luoghi concreti di esperienze: la clinica, il laboratorio, ciascuno con le proprie specifiche problematiche (di eutanasia e di trapianti si discute ampiamente in alcuni contributi del libro). Ma nessun discorso medico è enunciabile prescindendo dai bisogni dei soggetti e dalle scelte, anche radicali, di fronte a cui si vengono a trovare nel rapporto con la malattia, la sofferenza, la prospettiva della morte. Ed è in questo quadro che emergono - seppure ancora in forme minoritarie - sensibilità e sperimentazioni nuove, segnalatrici di comuni ricerche di modalità di vissuti meno disumanizzanti e più dialogici, di revisioni di ruoli capaci di restituire quella dignità del morire ancora troppo spesso conculcata da indifferenze o accanimenti terapeutici.
Riconosco però di nutrire anche alcune perplessità, diverse ma relazionate, che cercherò di esprimere sinteticamente a corollario di queste constatazioni che tutto sommato lasciano ben sperare. La prima concerne la prospettiva - delineata già come operativa - della formazione di un personale medico e paramedico professionalizzato nell'aiuto al ben morire: se apprezzo con pieno convincimento, anche emotivo, questa prospettiva, avrei molta paura se si esercitasse esclusivamente in virtù di una sorta di delega sociale, che lasciasse le cose come stanno. La seconda concerne il grande potere simbolico attualmente riguadagnato dal discorso medico, che rischia di passare in secondo piano tutti gli altri scenari al cui interno, nelle rispettive vite quotidiane, le persone si rapportano alla morte, come immagine e come esperienza. Riguadagnare questa dimensione ci potrebbe consentire di relativizzare la prospettiva medica, per inglobarla in un più vasto sguardo antropologico capace di ricomprendere la grande complessità degli interrogativi che interpellano l'uomo posto davanti alla propria finitudine.