![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 6 MAGGIO 2001 |
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Il padre della scuola liberale austriaca conosce una seconda giovinezza editoriale: si riscoprono i suoi classici studi che rivoluzionarono l’economia
Ogni "presunzione di conoscere" alimenta soltanto nuove illusioni
Pur vivendo in un mondo di scarsità e pur essendo costretto a economizzare, l'attore che si muove dentro le pagine di Menger non ha nulla a che fare con l' homo oeconomicus disegnato dalla tradizione utilitaristica. Non è onnisciente. È anzi una creatura "male informata", "tormentata dall'incertezza". E sta qui la perdurante validità della lezione mengeriana. Perché il suo attore, sempre vacillante fra speranze e paure, spiega l'alterno andamento dei mercati e il "paradosso delle conseguenze" che sovente contrassegna lo svolgimento delle vicende sociali. Mentre la "presunzione di conoscere" serve solo ad alimentare illusioni. In campo economico, il nome di Menger viene comunemente associato a quello di Jevons e Walras, per il contributo che questi studiosi hanno dato alla piegazione del fenomeno del valore (fatto discendere dalle valutazioni soggettive degli attori). E tuttavia avrebbe dovuto essere chiaro, sin dall'inizio, che il nucleo seminale dell'opera di Menger, con l’insistenza su ignoranza e fallibilità umane, non è assimilabile a quello che nutre i lavori degli altri due economisti. Menger ha avuto subito consapevolezza di ciò. Tant'è che è giunto a chiudere nei seguenti termini uno scambio epistolare con Walras: "Non c'è accordo fra di noi. C'è analogia di concetti in pochi punti, ma non sulle questioni decisive".
A schiere di divulgatori è mancata la finezza teorica per rendersi conto della distanza che separava Menger dalla tradizione utilitaristica. E non si è saputa valutare l'entità dei debiti contratti da Simmel e Weber nei confronti della lezione mengeriana. L'incapacità di cogliere tutto ciò ha condotto improvvidi "addetti ai lavori" nella situazione di non conoscere l'oggetto stesso della propria disciplina. Infatti, se l'attore è ritenuto onnisciente, gli esiti delle proprie azioni sono già noti, non hanno bisogno di uno studio specifico. Se però di lui si considerano l'ignoranza e la fallibilità, si crea lo spazio per le scienze sociali, che hanno il compito di indagare le conseguenze che ciascuno di noi inintenzionalmente produce e che si cristallizzano in norme e istituzioni sociali.