RASSEGNA STAMPA

5 MAGGIO 2001
IDA DOMINJANNI
La Gorgone del potere oltre la norma

Norberto Bobbio, la filosofia politica, il Novecento. Un seminario alla Fondazione Basso di Roma

Democrazia Comando e obbedienza, due facce della stessa medaglia. Quando la servitù

volontaria si mette agli ordini del sovrano

In un'intervista su Diario di questa settimana, Norberto Bobbio torna sul problema del giudizio storico nei confronti del nazismo e del comunismo sovietico, e sul suo rapporto biografico-politico con i comunisti italiani. E mentre in un'altra intervista, su la Repubblica del 25 gennaio scorso, si era sbilanciato a favore di una equiparazione fra i due totalitarismi, qui corregge il tiro e ristabilisce quella asimmetria fra i due sistemi che si ritrova in altri punti della sua ricerca (e che sul piano biografico-politico si riflette nel dialogo costantemente intrattenuto, sia pure in un rapporto di differenza e di conflitto teorico dichiarato, con i comunisti italiani dagli anni del fascismo e della Resistenza in poi). Di più: Bobbio rafforza questa asimmetria tornando a prendere le distanze da quel trionfalismo liberal che si è impossessato di larghe fette della cultura italiana (e occidentale) dopo l'89: le democrazie reali, ricorda ai suoi stessi compagni di campo liberaldemocratico, hanno sì vinto la sfida del comunismo storico, ma non riescono a risolvere nessuno dei problemi di giustizia sociale dai quali quella sfida era nata.

E' una delle piste - la più attuale, per le sue ricadute nel dibattito sul revisionismo storico - lungo le quali si può ripercorrere la presenza costante di Bobbio nella vita culturale e politica italiana, dagli anni 50 della polemica con Della Volpe e Togliatti ai 70 del dibattito su Mondoperaio sul marxismo e lo Stato, al vespaio suscitato durante

la guerra del Golfo dall'introduzione da parte di Bobbio del criterio dell'efficacia nella valutazione della "guerra giusta". Lungo queste e altre piste un seminario della Fondazione Basso ha ridiscusso ieri il profilo complessivo di Bobbio, a partire dalla lettura della sua Teoria generale della politica (Einaudi), il volume curato da Michelangelo Bovero che ripresenta in un ordine sistematico quaranta saggi del filosofo emblematici del suo intero percorso. Del rapporto fra Bobbio, il comunismo e i comunisti ha parlato Marco Revelli; dell'elaborazione sulla guerra e sul pacifismo Luigi Bonanate; della teoria della democrazia Ermanno Vitale e Raffaela Giovagnoli; della filosofia politica lo stesso Bovero e Giacomo Marramao.

C'è chi, in Spagna, ha voluto definire Bobbio con una sfilza di ossimori: un illuminista pessimista, un realista insoddisfatto, un analitico storicista, uno storico concettualista, un giuspositivista inquieto, un empirista formalista, un relativista credente, un socialista liberale, un tollerante intransigente. L'elenco, riportato da Bovero, oltre a restituire l'inquietudine e la complessità del pensiero di Bobbio rende bene la sua centralità nella vicenda culturale novecentesca: non a caso Marramao lo giudica - con Leo Strauss, Hannah Arendt e John Rawls - una delle quattro personalità della filosofia politica "strettamente intesa" del secolo passato. E quella che maggiormente continua a interrogarla al cuore, giacché se sotto l'egemonia della "teoria della giustizia" di Rawls la filosofia politica normativa degli ultimi due decenni sembra avere ormai messo fuori campo il problema del potere, quest'ultimo resta viceversa in Bobbio, sottolinea Marramao, "il problema ultimativo". E non si tratta, o non solo, delle forme di governo, o delle regole dell'ottima Repubblica: c'è anzi nel rovello di Bobbio sul potere un'eccedenza dal suo impianto normativo, che riporta piuttosto alla sua antropologia politica. Giacché "il segreto" del potere, il suo nucleo più interno e più decisivo, che ritorna con costante regolarità in ogni sua maschera ("Stalin non ha nulla di nuovo, è

la figura eterna del tiranno", ebbe a dire Bobbio nel '77), non si spiega per Bobbio

senza l'altro e più inquietante lato della medaglia, che è quello del servo contento,

dell'acquiescenza di fronte al dominio, dell'ubbidienza cieca dei governati che

consentono la prepotenza dei governanti. Una rinuncia volontaria alla libertà, una

servitù volontaria che è il pendant necessario della smisurata volontà di potenza,

nonché la malattia mortale dell'homo democraticus contemporaneo.

Col quale purtuttavia abbiamo ineluttabilmente a che fare. Torna qui centrale l'altro

ammonimento ripetuto di Bobbio alla sinistra, l'invito ad abbandonare l'antropologia

edificante della sua tradizione in favore di un'antropologia negativa, consapevole dei

limiti e delle soglie che intralciano la trasformazione sociale. Sta qui la radice del

realismo politico di Bobbio, troppo spesso e sbrigativamente scambiato, a sinistra (il

tema fu oggetto di una polemica con Perry Anderson negli anni ottanta), per

conservatorismo; laddove si tratta, sottolinea Bovero, di un atteggiamento

metodologico che serve proprio per intervenire efficacemente sulla realtà, evitando le

delusioni cui vanno incontro le visioni idealizzanti e ideologiche della politica. E più che

negativa, si può forse definire "malinconica" l'antropologia di Bobbio. Quella che lo

porta a ritenere che il fine ultimo dell'azione politica sia quello di impedire, ancor più

che lo scatenarsi della violenza e gli eccessi del potere, l'acquiescenza di fronte ad

essi. Sarà una visione malinconica, ma non si può dire che non sia realistica, né che di

questi tempi non ci riguardi molto, molto da vicino.
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vedi anche
Filosofia (e) politica