RASSEGNA STAMPA

29 APRILE 2001
MAURIZIO FERRARIS
C'è qualcosa che non e un simbolo?

Elio Franzini, "Fenomenologia dell'invisibile. Al di là dell'immagine", Cortina, Milano 2001, pagg. 234, L. 36.000

Lo diceva già Hegel parlando dell'arte egiziana, per lui è notoriamente paradigma dell'arte simbolica: quando si vede scolpita o dipinta una fenice, uno si chiede sempre se si abbia a che fare con l'immagine di un uccello oppure con il simbolo della vita che risorge dalle proprie ceneri. Il gioco si può ripetere con molti oggetti anche meno nobili. I paleontologi trovano talora dei coproliti, cioè degli escrementi pietrificati. Uno può non accorgersi che si tratta dì un coprolita, e pensare che sia nulla più che un sasso; però, già in quel caso, potrebbe dire che il sasso rinvia a un gran numero di conoscenze sui minerali, e che dunque è - a suo modo - un simbolo. Un altro può pensare (magari con l'aiuto dì una forma un po' espressiva) che si tratti di una venere callipigia; e allora avremmo a che fare ancora una volta con un simbolo, che questa volta rinvia ai riti della fecondità nel Neolitico. Un terzo può accorgersi che si tratta effettivamente di un coprolita, ma anche in quel caso avremmo a che fare con un simbolo, in senso strettamente etimologico, cioè con la metà di un intero: un pezzo sta qui, visibile, ma c'è qualcosa di invisibile, l'autore, a cui rinvia il frammento.

Per la fenice come per il coprolito, il difficile non sta nel riconoscere la funzione simbolica, bensì nel distinguere che cosa appartiene all'oggetto in quanto tale e che cosa invece viene aggiunto dalla simbolizzazione o (è lo stesso) dalla interpretazione. Si tratta di una esigenza ontologica primaria, altrimenti tutto sfuma nel tutto, come avviene nel pensiero mitico. Certo, nella vita, non ci stiamo a guardare, a toccare o a annusare, ma inoltre pensiamo, ricordiamo, immaginiamo. Però apparirebbe futile una contestazione della cardiologia che suonasse così: "Lei tratta il cuore come una pompa, ma sappia che la posta del cuore dei giornali non si riferisce affatto a quella pompa, ma a ben altro".

In materia, e per restare ai moderni, ci sono dottrine inflattive e dottrine deflattive. Tra gli inflazionisti c'è sicuramente Heidegger, che ha ripetuto che la percezione è sempre più che percezione" (frase curiosa, a pensarci un poco, perché allora 'percezione' sarebbe il nomignolo affettuoso di una funzione inesistente), e Cassirer, con la sua filosofia delle forme simboliche. Tra i deflazionisti c'è Husserl, che è sempre stato attento a riconoscere lo strato primario su cui s'innesta, eventualmente ma non immediatamente né necessariamente, il contenimento di senso, e Wittgenstein, che ha ribadito che, scava e scava, sì arriva sempre a un punto in cui la vanga incontra una resistenza, ed é il mondo senza interpretazione.

Le riflessioni di Elio Franzini in questo volume, ricco di spunti e di suggestioni, cercano di tener conto sia delle ragioni degli inflazionasti, sia di quelle dei deflazionisti. Prudentemente o preliminarmente, non prendono partito in materia, e si propongono un lavoro di chiarificazione concettuale che patisce forse di troppa modestia, visto che a un certo punto (p. 201) Franzini si paragona a Don Abbondio, lasciando ad altri la minacciosa e antipatica funzione di Don Rodrigo, ma mettendo il recensore, anche simpatetico e solidale, nella scomodissima posizione di Renzo Tramaglino. L'idea di fondo del discorso di Franzini, comunque, è questa: il percepire conta molto nella nostra vita però non ci si può fermare lì. Appena abbiamo percepito, c'è qualcosa di non percepito che si aggiunge. La partita in effetti, si gioca tutta in quell'appena: l'aggiunta noetica, l'altro pezzo della tessera, ha luogo sempre e comunque? Si dà o non si dà il caso in cui si percepisce senza simbolizzare? C'è o non c'è qualcosa di solido e persistente, e ancor più di formato e indipendente, da cui parte la simbolizzazione (o, ripeto, visto che in questi termini è un sinonimo, l'interpretazione), e con cui deve necessariamente fare i conti? Su questi interrogativi, Franzini si tiene per il momento in una cauta epoché, a cui però, in sede teorica, dovrà seguire una decisione.
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