RASSEGNA STAMPA

26 APRILE 2001
SERGIO MORAVIA
Sull’animale credente

Il comportamento tra ragione e istinto

Da sempre l’essere umano è stato concepito nei modi più diversi: come creatore onnipotente e come creatura segnata dalla debolezza, come animale relazionale-simbolico e come soggetto sostanzialmente autosufficiente (le "robinsonate" derise daMarx), come ente invariante e come abitatore del tempo che tutto trasforma. In ognuna di queste definizioni c’è qualcosa di giusto. Forse l’unico errore è consistito, e consiste, nell’assolutizzarne qualcuna a spese delle altre. È un errore che neppure la Modernità più adulta ha saputo evitare. Una parte del suo pensiero ha indicato, quale cifra costitutiva dell’uomo, il raziocinio, il suo pensare/agire secondo indici di verità accertate. Ma è proprio così? È proprio certo che l’uomo possa essere secondo i soli principi del Logos? O non sarà più realistico ammettere che in lui operano anche altre componenti: il sentire, il volere, il credere? E se ciò è vero, non sarà il caso di esaminare con più attenzione che in passato queste ulteriori funzioni? Proprio il credere - la credenza - è una dimensione dell’uomo che sembra sollecitare particolarmente l’interesse di molti scienziati e filosofi d’oggi. L’uomo, ha scritto la grande antropologa Mary Douglas, è anzitutto un ente che crede. È, cioè, un ente che vive e agisce anche secondo (pre-)giudizi non necessariamente veri, e pur tuttavia in grado di dargli orientamenti indispensabili al proprio esistere. Un essere senza credenze ci apparirebbe ancora più fragile e precario di quanto già non ci sentiamo di essere.

Non basta. La credenza è pure uno dei veicoli che ci consente non solo di uscire incontro al mondo, ma anche di andare incontro agli altri uomini. Sotto questo profilo, essa costituisce uno dei connettivi che permettono la prima scoperta ed

elaborazione della socialità. Si crede insi eme . Si crede condividendo certi interessi e valori. Privo di determinate credenze, l’essere umano rischia, a parte il resto, l’isolamento.

Proprio nell’incapacità di tante ideologie contemporanee di suscitare adeguate credenze (ossia adeguate adesioni, speranze, progetti comuni) vari studio si scorgono una delle cause dell’odierno scollamento tra il pubblico e il privato: tra i principi dello Stato - o del Politico - e i principi del soggetto, sempre più individualizzato e solo.

Come si vede, la credenza, ben lungi dal riguardare solo questioni di fede, si riferisce anche alla vita intramondana dell’uomo. Non sorprenderà, allora, se essa interessi sempre psicologi e sociologi, antropologi ed etologi. Ho qui sul tavolo l’ultimo libro di Danilo Mainardi, uno dei più autorevoli studiosi italiani di etologia animale e umana. Si intitola L’animale irrazionale (Mondadori, 166 pagine, 30.000 lire), ma l’autore avrebbe potuto anche chiamarlo L’animale credente , o qualcosa del genere.

Una delle sue tesi principali è che nell’uomo operano due sistemi d’azione, uno solo dei quali è propriamente razionale. L’altro è generato piuttosto da istinti e, appunto, credenze. Più che essere antitetico al primo, esso in qualche modo lo allarga e lo integra. Serve a stabilire rapporti con un’ampia fascia di esperienze che per un verso non possiamo ignorare, ma che per un altro sembra impermeabile ai principi della ragione. Da un certo punto di vista è attraverso tale sistema che si realizza, in parte, il nostro indispensabile adattamento a una realtà per tanti versi straniera. Per convivere con eventi enigmatici e, ancor più, con certi nostri bisogni e angosce (quanto si voglia irrazionali, eppur terribilmente reali) ci occorrono determinate credenze, illusioni, particolari concezioni di noi stessi e degli altri. È solo su tali basi che realizziamo determinati stili comportamentali, senza i quali non riusciremmo probabilmente a sopravvivere.

Se all’etologo lo studio degli animali appare prezioso, è anche perché pure loro elaborano condotte spesso estremamente sofisticate - far credere di essere morti, inviare falsi segnali, organizzare complessi rituali nella stagione degli accoppiamenti (e "crederci") - alle quali affidano le loro strategie reattive dinanzi ai pericoli e alla morte. Analizzare determinati comportamenti umani e animali (così diversi ma, in vari casi, così simili tra loro) può servire a capire quanto rilievo abbiano le componenti artificiali e, e come le chiama Mainardi, "irrazionali" nella tutela e nella promozione della vita.
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Scienze Cognitive