![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 25 APRILE 2001 |
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A cinquant'anni dalla morte, il filosofo austriaco resta l'emblema dell'uomo di pensiero stretto tra sofferenza e genialità
Nella sua speculazione dominata dal rigore c'è posto per il senso religioso
Fa indubbiamente una certa impressione sapere che uno dei maggiori filosofi del XX secolo fu uno scolaro mediocre, che esercitò per sei anni la professione di maestro elementare in alcuni piccoli centri della Bassa Austria e che dedicò due anni della propria vita a progettare e arredare la casa di una sorella. Se a ciò aggiungiamo che frequentò la stessa scuola di Adolf Hitler (ma di un loro incontro, magari durante la ricreazione, non v'è testimonianza), che fu prigioniero di guerra per quasi un anno in un campo di concentramento presso Cassino, che, in vita, pubblicò soltanto quattro scritti a carattere filosofico oltre a un dizionario per i bambini delle scuole elementari, che fece il giardiniere, il barelliere e che lavorò in un laboratorio medico di Newcastle, ebbene, se prendiamo atto di tutto questo, non è facile reprimere un moto di meraviglia.
Forse - si dirà - perché è dura a morire l'immagine del filosofo con la barba bianca, l'aria grave e lo sguardo perennemente pensoso. Può darsi. Resta comunque innegabile il fatto che le vicende biografiche di Ludwig Wittgenstein, nato a Vienna nel 1889 in una delle famiglie più in vista della città (il padre, fondatore dell'industria dell'acciaio dell'impero asburgico, annoverava tra i suoi amici uomini del calibro di Johannes Brahms e Gustav Klimt) e scomparso a Cambridge il 29 aprile 1951, lasciano intravedere originalità e irregolarità che, per un verso sono testimonianza di tormento e sofferenza (tre fratelli di Ludwig si suicidarono e si racconta che lui stesso andò volontario in guerra, quasi per cercare la morte) e, per un altro, indice di indiscutibile genialità. Il primo ad accorgerai dì questa genialità fu Bertrand Russell, che incontrò Wittgenstein a Cambridge nel 1911: fu la nascita non solo di una grande amicizia, seppur complicata e sofferta, ma anche di uno straordinario sodalizio intellettuale, al cui interno debiti e crediti si pareggiarono. Sono la matematica e la logica le comuni passioni di questi due uomini e quando, nel 1922, Wittgenstein pubblica la traduzione inglese del suo capolavoro, il Tractatus logico-philosophicus, già uscito l'anno precedente in tedesco, è Russell a curarne l'introduzione.
Questo scritto wittgensteiniano rappresenta una pietra miliare del pensiero novecentesco e, come spesso accade nel caso delle grandi opere filosofiche, di esso sono state proposte diverse interpretazioni, prima fra tutte quella dei neopositivisti, che vi ravvisarono una specie di summa delle loro convinzioni. E non v'è dubbio che, al di là delle stesse intenzioni dell'autore, che non partecipò mai alle sedute del celebre Circolo di Vienna, vero cuore pulsante del movimento neopositivista, le tesi contenute in questo libro influenzarono profondamente lo sviluppo delle idee neopositiviste.
L'intento fondamentale del Tractatus è quello d pervenire alla creazione di un linguaggio scientifico rigoroso, nella certezza che i problemi filosofici sono riconducibili all'analisi del linguaggio. Wittgenstein giunse alla conclusione che il pensiero filosofico dovesse risolversi in un'attività che chiarificasse le asserzioni empiriche, logiche e matematiche e altresì disgregasse le false verità della metafisica. Il problema del linguaggio continuerà ad affascinare Wittgenstein: nel 1929 egli torna a occuparsene con grande fervore, non più convinto di aver fornito, con il Tractatus, soluzioni definitive in merito.
In questa nuova fase della sua speculazione, di cui l'espressione più compiuta sono le celebri Ricerche filosofiche, egli rinuncia all'idea di un linguaggio perfetto e sposta l'interesse verso le forme quotidiane dell'espressione, ormai certo che esista, oltre al linguaggio scientifico, una molteplicità di giochi linguistici ove il significato delle parole risiede nel loro uso. A partire di qui la filosofia dovrà acquistare il compito terapeutico di guarire l'intelletto dagli inganni che spesso il linguaggio perpetra ai nostri danni, inganni tra i quali sono da annoverare anche alcuni problemi filosofici. Pertanto - e questa è la tesi, per certi versi davvero paradossale, che domina la seconda fase della riflessione wittgensteiniana - la filosofia finisce con l'assomigliare sempre più a una malattia da curare sino alla sua definitiva scomparsa.
Ma anche nella prima parte del percorso speculativo di Wittgenstein non manca una componente caratterizzata da una certa paradossalità: la troviamo nel Tractatus ed è noto che i neopositivisti non seppero (o non vollero) comprenderla mentre oggi, al contrario, molti interpreti la sottolineano con forza. Si tratta di quella che è stata definita la parte "mistica" dell'opera, nella quale il filosofo esprime la convinzione che ciò che riveste la massima importanza nella vita dell'uomo non può essere oggetto di scienza né essere espresso attraverso il linguaggio scientifico. Ma ci sono molte altre tracce, nella vita come nell'opera di Wittgenstein, che autorizzano ad appuntare l'attenzione sulla sua "religiosità", tracce che rendono maggiormente comprensibili le seguenti sue espressioni: "Noi sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande scientifiche hanno avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppur toccati"; "la religione è per così dire il fondale marino, più profondo e calmo, che rimane tranquillo per quanto alte siano le onde in superficie"; "credere in Dio vuol dire vedere che la vita ha un senso".
Un'altra celebre affermazione del Tractatus suona: "Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere": con essa Wittgenstein sembra additare la strada del silenzio mistico e della fede senza parole, la strada dell'indicibile e della preghiera. A mezzo secolo dalla morte, questo messaggio rappresenta certamente una parte cospicua della sua eredità. Di colui il quale aveva individuato lo scopo della sua filosofia nell'"indicare alla mosca la via d'uscita dalla bottiglia".