RASSEGNA STAMPA

24 APRILE 2001
ADRIANO PROSPERI
Anima mia che sei nel cervello

Un trattato di Avicenna

La parola è di quelle che l’uso ha reso vuote di connotati precisi, intercambiabili con molte altre. L’avvolge come un’ombra di desuetudine. Talvolta, chi la pensa sembra esitare a pronunziarla. Accade, ad esempio, parlando o

scrivendo della vita umana nelle sue varie e controverse forme (embrione incluso): è "anima" la parola inespressa che molti hanno in mente ma non dicono (non sempre, almeno). Il nodo irrisolto che impedisce alla parola di affiorare esplicitamente è quello del legame tra il corpo vivente e l’entità che, secondo una lunga tradizione di pensiero ripresa dal cristianesimo, abiterebbe il corpo stesso, pronta a distaccarsene e a seguire un destino diverso da quello dell’organismo al momento della morte. Riflettendo sulla nozione di "persona" nella tradizione occidentale e sulle ragioni e i passaggi che ne hanno mutato il significato antico di "maschera" in quello odierno, l’antropologo francese Marcel Mauss riconobbe a merito del cristianesimo l’aver imposto come dottrina di verità la fede nell’esistenza di un’anima individuale e immortale. Questo, secondo lui, fu il contribuito dato all’affermazione del moderno concetto di persona: e prese forma con la celebre bolla papale con la quale il Concilio Lateranense V il 19 dicembre 1513 vietò ai filosofi di insegnare la dottrina della mortalità dell’anima individuale. Da quel momento in poi, per molto tempo chi nutrì dubbi sull’immortalità umana tacque o li trasmise in forme più o meno nascoste e dissimulate, nell’ambito di ambienti ristretti. Solo pochi osarono sfidare il divieto. In nome della vita eterna dell’anima, ci fu chi pagò col tributo della propria morte. È solo una delle infinite contraddizioni che si incontrano nella lunga storia delle riflessioni sull’identità individuale: riflessioni che hanno battuto un duplice percorso, cercando da un lato di esaltare la dignità dell’essere umano al di sopra delle altre specie animali ("Fatti non foste a viver come bruti"), dall’altro indagando le funzioni intellettuali che consentono alla nostra specie di conoscere il mondo e se stessa.

La scienza dell’anima è stata per secoli proprio questo: qualcosa che richiama non la teologia ma la psicologia moderna e l’indagine scientifica sul cervello umano. I problemi dominanti erano allora quasi gli stessi di quelli che si trovano oggi nelle ricerche di fisiologi, neurologi, esperti di cervello: come funziona la memoria e come si immagazzinano informazioni? Come vengono trasmesse immagini all’intelletto umano? Dove ha luogo la ragione? Come avviene il processo di astrazione intellettuale? Quale rapporto esiste tra sensazioni e trasmissione di conoscenze? Di tutto questo e di molto altro ancora si discuteva tra filosofi, teologi e medici del Medioevo occidentale. Sul solco della tradizione aristotelica, stimolarono quella discussione due grandi pensatori arabi, Averroè e Avicenna.

Perché e come questo accadde è l’oggetto di una dotta indagine filologica di uno studioso che ha costruito la sua preparazione nei seminari di latino e di arabico dell’università di Gottinga e si è perfezionato all’università di Yale e al Warburg Institute di Londra, nella cui collana pubblica ora i risultati delle sue ricerche (Dag Nikolaus Hasse, Avicenna’s "De anima" in the Latin West , The Warburg Institute - Nino Aragno). Che un editore italiano compaia, a partire da questo volume, nel frontespizio della collana di studi e testi dell’Istituto Warburg è un fatto da salutare con favore. Ma torniamo all’anima.

Il trattato di Avicenna, scritto all’inizio dell’XI secolo, fu tradotto intorno alla metà del XII.

Insieme al testo latino del trattato di Aristotele sull’anima e a quello del commento di Averroè ad Aristotele, riaprì la questione nel mondo europeo occidentale. Ancora nel secolo IX c’era stato chi, come Rabano Mauro, si era posto il problema della grandezza dell’anima, se fosse più piccola nei bambini e più grande negli adulti. Era un’idea dell’anima

come replica o "doppio" del corpo, dotata di ascendenze remote e di sua autonoma forza persuasiva. I pittori la trovarono molto comoda e se ne servirono, ad esempio, nel rappresentare il momento della morte come quello in cui un bambino nudo, un minuscolo corpo infantile, veniva esalato dalla bocca del defunto e raggiungeva il cielo o sprofondava all’inferno. Altra cosa fu invece l’anima dei filosofi e dei medici, almeno da quando le conoscenze e le proposte degli arabi stimolarono la riflessione occidentale. L’opera di Avicenna, in particolare, offrì gli elementi per una discussione su questioni come la teoria della visione, il rapporto tra percezione, valutazione e intenzione e molto altro ancora. Si trattava di capire come funzionasse la psicologia della percezione, perché e come si comportassero gli uomini davanti agli stimoli e che cosa li differenziasse dagli animali. La volontà di comprendere e di spiegare nasceva da un’attitudine scientifica di tipo razionalistico che non risparmiava nessuno dei fenomeni più misteriosi e più importanti nella visione religiosa del mondo: la profezia, la stregoneria. E c’erano le straordinarie manifestazioni di poteri dei corpi, come l’attrazione della calamita.

Ora, un punto importante che emerge da questa ricerca riguarda proprio la capacità della psicologia di Avicenna di presentarsi con argomenti convincenti sul terreno della conoscenza: e l’argomento principale gli fu offerto dalle scoperte degli anatomisti della scuola di Alessandria a proposito dei nervi come veicoli della facoltà del tatto. Era un progresso rispetto alle teorie di Aristotele e portava a spostare la localizzazione dell’anima dal cuore al cervello. Ma il clima di libera discussione delle conoscenze tipico del mondo islamico, dove l’autorità religiosa non aveva una struttura di potere istituzionale e giuridicamente fondato, non era quello dell’Europa cristiana. Qui l’analisi dell’anima doveva

fare i conti con una robusta presenza della teologia come scienza ecclesiastica; e più ancora col fatto che la Chiesa come istituzione e come potere aveva nelle anime il suo campo specifico. Non si trattava di conoscerle dal punto di vista scientifico e filosofico ma da quello "pastorale": per governarle in questo mondo, per aiutarle a raggiungere la felicità nell’altro.
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Storia della filosofia