RASSEGNA STAMPA

22 APRILE 2001
ARMANDO MASSARENTI
Aumentare la felicità come unico dovere

Fu il pensatore inglese, Jeremy Bentham, fondatore dell'utilitarismo, a coniare il termine "Deontologia" che dà il titolo al suo trattato di filosofia morale ora tradotto per la prima volta in italiano

Jeremy Bentham, "Deontologia", a cura di Sergio Cremaschi, La Nuova Italia, Firenze 2001, pagg. 234, L. 21.000

Jeremy Bentham, "Teoria delle finzioni", Cronopio, Napoli 2000, pagg. 160, L. 24.000.

 

Sembra quasi di leggere uno degli "esercizi spirituali" di Marco Aurelio, uno di quei passi del suo diario che, secondo l'interpretazione di Pierre Hadot, il filosofo imperatore si imponeva ogni mattina di rileggere per poter svolgere al meglio "il proprio mestiere di uomo": "Crea tutta la felicità che sei in grado di creare: elimina tutta l'infelicità che sei in grado di eliminare: ogni giorno ti darà l'occasione, ti inviterà ad aggiungere qualcosa ai piaceri altrui, o a diminuire qualcosa delle loro sofferenze. E per ogni granello di gioia che seminerai nel petto di un altro, tu troverai un raccolto nel tuo petto, mentre ogni dispiacere che tu toglierai dai pensieri e sentimenti di un'altra creatura sarà sostituito da meravigliosa pace e gioia nel santuario della tua anima".

E invece si tratta nientemeno che di un frammento autografo di Jeremy Bentham. Proprio lui, l'autore della teoria morale più demonizzata della storia della filosofia: l'utilitarismo, osteggiato in particolar modo in Italia dove le sue opere principali per più di due secoli non sono mai state tradotte e diffuse. Introduzione ai princìpi della morale e della legislazione, del 1789, è uscita per la prima volta in italiano, a cura di Eugenio Lecaldano per la Utet, solo nel 1998, mentre di recente La Nuova Italia ha pubblicato un altro testo fondamentale: Deontologia. Un libro incompiuto, redatto tra il 1814 e il 1831, dove la morale viene trattata a sé e non, come nell'Introduzione, in relazione con il diritto. Uscì postumo nel 1834, fortemente rimaneggiato da John Bowring, che parafrasò il testo originario e ne espunse, tra l'altro, le riflessioni sulla dannosità della religione per il pensiero morale.

La traduzione italiana, ottimamente curata da Sergio Cremaschi, si basa sul testo dell'edizione critica stabilita da A. Goldworth uscita a Oxford nel 1983, ed è corredata da un apparato assai ricco e articolato di informazioni, non solo di carattere storico su Bentham e sul contesto in cui operò, ma anche di carattere filosofico. L'utilitarismo viene declinato in tutte le sue varianti, fino al neoutilitarismo contemporaneo di Harsanyi, Smart, Singer, Hare, i quali in vari modi hanno cercato di risolvere i non pochi difetti logici e epistemologici lasciati aperti dal fondatore. Né manca una bella rassegna delle critiche, più o meno penetranti, rivolte a questo programma di ricerca: da quelle caricaturali di Manzoni, Marx e Dickens, fino a quelle ben più fondate di John Rawls, Alsdair MacIntyre, Philippa Foot, Bernard Williams.

Il volume, che esce nella collana Leggere i classici della filosofia, si chiude con le utilissime "guida alla lettura" e "guida all'interpretazione". Per chiarezza e completezza può essere consigliato come testo di base per un corso non solo su Bentham, ma sulla filosofia morale in generale. Per almeno due ragioni. Perché Bentham è un personaggio abbastanza folle e strampalato da suscitare la curiosità di chiunque, aiutandoci a uscire dalla noia usuale dei discorsi sull'etica. E perché la sua teoria è uno mix assai istruttivo di motivazioni e ambizioni ampiamente condivisibili, di fallace ben identificabili, di intuizioni e analisi geniali e di progetti che oggi possono apparirci velleitari o insensati (come il suo celebre Panopticon), da rendere particolarmente stimolante l'analisi del suo pensiero.

Spiegare perché l'utilitarismo non funziona - ammesso che sia sempre vero, perché in molte circostanze è l'unica teoria morale che sappia dare qualche indicazione concreta - è un esercizio assai utile anche per capire le teorie alternative, come il kantismo e le teorie basate sui diritti, e i loro relativi difetti. A patto di non cavarsela troppo a buon mercato con le caricature correnti che identificano l'utilitarista in un individuo "che mira esclusivamente al proprio utile" (quando in realtà il problema è piuttosto che sembra imporre una forma eccessiva di altruismo, che nessun altra teoria morale ritiene necessaria).

Bentham, avverte subito Cremaschi, resta tutt'oggi una presenza imbarazzante, non meno del suo corpo mummificato che è ancora esposto per sua volontà in una vetrina all'University College di Londra. Il suo nome è ignorato o detestato, ma pochi sanno quanto il suo pensiero sia stato influente, e che molte parole correnti sono state coniate da lui, da "internazionale" a "massimizzazione", fino a "deontologia", appunto, un parola composta da termini greci (to dèon, il doveroso e logos: discorso), che egli introdusse per designare quella parte della morale attinente alla sfera privata, da distinguersi rispetto a quella pubblica.

La tesi del libro è già tutta nel titolo e nel sottotitolo: "Deontologia o la morale semplificata: che mostra come attraverso l'intero corso della vita di ogni persona il dovere coincide con l'interesse giustamente inteso, la Felicità con la Virtù, la Prudenza nei confronti altrui così come nei propri confronti con la benevolenza effettiva". Rispetto all'Introduzione, dove prevalevano i temi giuridici (la difesa della codificazione contro la common law, allo scopo di chiarificare le leggi e garantire la certezza del diritto), qui appaiono temi inediti: le virtù, il ruolo del moralista pratico, le nozioni di ben-essere (well-being, un altro neologismo, assai fortunato nella letteratura welfarista), l'assurdità dell'idea di Sommo Bene, la religione come fonte di immoralità e sofferenza, le passioni, il rapporto tra interesse e piacere. Uno dei punti deboli della filosofia morale di Bentham è il fatto che poggi su una teoria psicologica piuttosto rudimentale (l'uomo è dominato solo da due padroni: il piacere e il dolore), ma nella Deontologia Bentham aggiunge, tra le molle originarie della psicologia umana, la simpatia o benevolenza. Ciò premette di affrontare una delle obiezioni più serie all'utilitarismo: il fatto che il calcolo della felicità complessiva di una società potrebbe giustificare il sacrificio di una minoranza a favore della maggioranza.

Una delle caratteristiche principali del pensiero di Bentham è la straordinaria chiarezza. Non è un optional, ma qualcosa che ha che fare con il suo atteggiamento di fondo. Figlio e nipote di avvocati, avviato alla stessa carriera se ne sottrasse disgustato dall'arbitrarietà, la fumoseria, il conservatorismo, la crudeltà delle leggi inglesi. Piuttosto che arricchirsi maneggiando le leggi così com'erano, decise di occuparsi di come esse avrebbero dovuto essere, e si imbarcò nell'impresa colossale di costruire una scienza della legislazione coerente e basata su principi morali chiari e saldi. Da qui deriva la sua attenzione per la chiarificazione e alla riflessione sul linguaggio, testimoniata anche da un altro libro sorprendente recentemente tradotto: Teoria delle finzioni, pubblicato in inglese come Un frammento di ontologia (vedi "Il Sole-24 Ore" del 26 luglio 1998). Una ontologia, quella di Bentham, che pone appunto le finzioni linguistiche, il loro smascheramento e la loro chiarificazione, all'origine dello spirito riformatore. Oltre che "pazzo", come "tutti i riformatori", egli amava considerarsi "un ragionevole censore delle leggi". Perché in una legge, "una parola, una stupida parola, può partorire mille pugnali".
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