![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 20 APRILE 2001 |
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I giovani fra individualismo sfrenato e voglia di comunità: parla il sociologo Amerio
Che cosa c'è in comune oggi in Italia tra i ragazzi con gli striscioni razzisti negli stadi e i milioni di persone che fanno volontariato?
I tifosi che allo stadio espongono striscioni razzisti e gli immigrati cui quegli striscioni sono rivolti vivono sullo stesso territorio, si incrociano per strada, guardano gli stessi programmi televisivi, vestono gli stessi jeans. Di solito non fanno lo stesso lavoro, può essere che preghino un "dio" diverso o che non ne preghino nessuno e durante le feste mangiano cibi diversi. Ma sono giovani gli uni e gli altri, e coltivano sogni assai simili. I tifosi e gli immigrati in questione, fanno parte di una stessa comunità? E sono in qualche modo comunità quei gruppi di giovani tifosi che inneggiano al razzismo e quegli altri gruppi di giovani volontari che, poco più in là, lavorano nei centri di accoglienza e nelle associazioni multiculturali? C'è ancora qualcosa che ci tiene insieme, qualcosa che fa sì che questo conglomerato di generazioni in concorrenza tra loro, razze e religioni diverse, gruppi sociali con interessi divergenti, aperture europeistiche e spinte localistiche, che tutto questo conglomerato si faccia in qualche modo comunità, cioè qualcosa che dà senso di appartenenza, identità, sicurezza anche?
Sembra proprio che nell'eterna dialettica tra individuo e socialità, quello della comunità resti un anello indispensabile. Ne è convinto Piero Amerio, che all'Università di Torino insegna una disciplina che si è sviluppata fortemente negli ultimi anni: quella psicologia di comunità che, come spiega egli stesso, "si occupa dei problemi umani nell'interfaccia tra l'individuale e il sociale, tra il clinico e il politico". Amerio ha pubblicato un grosso volume (Psicologia di
comunità, Il Mulino) in cui, tra il resto, analizza che cosa è la comunità e che cosa è il "senso di comunità". "Non dobbiamo pensare", spiega, "alla comunità "organica" dell'idealismo tedesco, quel tipo di vita associativa fondata su un netto prevalere dell'idea comune in relazione alle persone. Ma comunità oggi non è sicuramente lo stato etico di Hegel, e non è neanche quella del cristianesimo primitivo. Non è nemmeno la comunità nel senso in cui è stata ripresa da alcuni filosofi americani, i cosiddetti comunitarians, che insistono molto sul bene comune come ethos di fondo che la tiene insieme e che ne giustifica l'esistenza".
Allora ha ragione Hobbes: stiamo insieme solo se c'è un interesse per cui ci conviene farlo...
"Credo piuttosto che dobbiamo rivolgerci al vecchio concetto di comunità e trarne due idee fondamentali: una è che è difficile costruire una convivenza degli esseri umani unicamente sul principio individualistico. L'idea dell'individuo come principio e come valore ha costituito il nerbo della modernità e si è concretizzata tra l'altro nelle grandi costituzioni e nelle dichiarazioni dei diritti dell'uomo. Ma credo che sia necessario recuperare il significato della relazione umana come intrinsecamente costitutiva della personalità. C'è chi pensa, con Hobbes, a una umanità di individui singoli eternamente tesi l'uno contro l'altro, che solo per un patto si trovano a mettersi insieme rinunciando a qualcosa di sé. Io invece ritengo che l'essere umano è intrinsecamente sociale: sono le posizioni di Hannah Arendt, di Norbert Elias, eccetera".
Ma per la cultura oggi più diffusa è più importante realizzarsi come individui che pensarsi come "animali sociali".
"È nella vita relazionale che i processi psicologici si dispiegano, e che si attualizzano i processi di costruzione dell'identità, ed è solo nell'ambito di una società che ne garantisca la difesa, che i diritti dell'individuo possono sopravvivere. C'è comunità là dove ci sono relazioni tra gli individui e dove queste relazioni non sono reificate a scopi di scambio utilitaristico, ma sono pensate come fondamentali per la realizzazione della persona".
Ma le relazioni, per quanto significative, bastano? Non è necessario avere anche qualche cosa in comune: una cultura, delle tradizioni, un po' di storia…?
"Non necessariamente una comunità presuppone un'identità globale, una integrazione culturale. Quella di oggi è una comunità dove le differenze non solo sopravvivono, ma sono utilizzate nell'ambito relazionale, fanno parte della dinamica che tiene in vita la comunità. Questo perché l'altro concetto su cui si basa la comunità è quello di partecipazione: in sostanza, noi possiamo pensare una comunità costruita attorno a un'idea di bene comune che è già dato, oppure possiamo pensare a una comunità in cui, attraverso la partecipazione alla gestione, il bene comune viene costruito dalla collaborazione".
Allora non è vero che ormai non c'è più comunità perché la società è frammentata dalla presenza di etnie e culture, lingue e religioni diverse, dalla perdita di identità legata alla globalizzazione da una parte e dal pullulare di localismi dall'altra.
"Il terzo concetto che "fa" comunità è proprio il localismo. Il globalismo molto spesso non
risolve i problemi forti delle differenze economiche, socio culturali, socio educative tra
persone, popoli o gruppi. Il localismo che vediamo rinascere, se è selvaggio e aggrappato
unicamente a vecchi concetti di tradizioni o magari contrapposizioni religiose, rischia di
essere estremamente pericoloso. Invece può essere una ricchezza un localismo fondato sulla
partecipazione: è più facile partecipare a livello locale. E comunque la comunità non è una
cosa esistente di per sé: bisogna costruirla".
Però sembrerebbe proprio che il valore della partecipazione sia in crisi.
"Oggi bisogna impegnarsi. Noi dobbiamo pensare a un impegno per costituire una comunità
vivibile se crediamo nei valori della persona umana, al di là delle sue etichettature economiche e culturali. Non possiamo pensare che questi valori vivano di per sé. La democrazia non è una cosa che esiste, ma una cosa che costruiamo. E, analogamente, una comunità sopravvive fino a che c'è senso di partecipazione, voglia di costruirla. E poi, la nostra è anche l'epoca in cui, in Italia, esistono 4 o 5 milioni di persone impegnate in qualche forma di volontariato. Il problema è di tenerne conto e di utilizzare queste energie".
Non chiede poco: in genere ci si rivolge alla comunità quando si ha bisogno di qualcosa.
"La psicologia di comunità vede l'essere umano come intrinsecamente attivo, come una
persona che ha delle competenze che devono essere attivate. Invece di prendersi solo cura
dei più deboli, è meglio attivarne le risorse, senza per questo imporre un appiattimento sui
valori e sulle ideologie della maggioranza".
Questa è una paura dominante: dover rinunciare alla propria libertà per adeguarsi a regole imposte.
"Solo che questa rivendicazione di libertà è molto spesso un rinchiudersi in un privato
estremamente marginale rispetto a quel pubblico dove in realtà vengono prese le decisioni
che riguardano il privato. Per costruirne uno maturo e veramente libero, bisogna che
l'individuo partecipi alle decisioni, alla gestione dell'esistenza comune".